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Il dovere di compiere fino in fondo il proprio dovere

Letizia Airos Soria (January 21, 2020)
E’ un’agenda fitta, quella della Commissione Antimafia italiana, in missione negli Stati Uniti, tra Washington e New York. Incontri con la Dea, l’Fbi e l’UNDOC, il Congresso, le Nazioni Unite. Abbiamo intervistato Piero Grasso—ex magistrato ed ex Presidente del Senato, membro della Commissione e sua “memoria storica” per i rapporti tra Stati Uniti e Italia nel campo della lotta alla criminalità organizzata. Parliamo con lui della missione negli USA, della Convenzione di Palermo, del giudice Falcone, di Pizza Connection ma anche di giovani, dell'importanza della partecipazione, del fenomeno "Sardine" - "Legalità, libertà, verità, senso del dovere e dello Stato sono alla base della mia azione anche politica”

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New York - Un improvviso pomeriggio di neve come quelli che solo questa città ti sa regalare. Ma non potevamo non incontrare di nuovo Pietro Grasso, ex magistrato ed ex Presidente del Senato, questo volta nel ruolo di membro della Commissione Parlamentare cosiddetta “antimafia”, che ha appena concluso una visita ufficiale negli USA.

Non è la prima volta. Ricordiamo subito insieme il primo incontro del 2009, quando venne per commemorare  l’anniversario della morte di Joe Petrosino. Con lui c’erano Don Ciotti, il musicista Roy Paci e altri esponenti della cultura siciliana. Fu una delle mie prime “interviste eccellenti” per i-Italy, che era nata da poco ma già faceva parte dell’organizzazione di alcuni eventi e dibattiti a margine della visita di Pietro Grasso.

Dunque, quando gli chiedo se può essere considerato, in un certo senso, “la  guida americana” in questa missione, mi sorride ricordando innanzitutto l’importante lavoro del presidente della commissione, l’on. Nicola Morra. Ma la storia del suo impegno racconta da sola.

“Alla commissione porto prima di tutto la mia esperienza di tanti anni di magistrato, ma ne sono stato anche consulente quando ero più giovane, quando la Commissione antimafia, era presieduta da Gerardo Chiaromonte e poi Luciano Violante. Nelle mie varie funzioni ho incontrato più volte i rappresentanti governativi e istituzionali degli Stati Uniti. E’ sempre importante scambiare personalmente le informazioni, anche per aggiornare le nostre analisi sul fenomeno della criminalità organizzata. Ed io qui mi sento a mio agio."

Nella vostra fittissima agenda, tra Washington e New York, c’era anche un incontro con il giudice Samuel Alito, uno dei 9 membri della Corte Suprema, l’unico di origine italiana. 

“Con Alito è stato molto interessante. Ci ha raccontato le sue esperienza, mettendo anche a fuoco come la Supreme Court sia diversa dalla nostra corte Costituzionale.  Ma abbiamo anche parlato dei momenti comuni nella nostra storia professionale. Alito si era occupato di una parte del processo “Pizza connection” mentre io mi occupavo contemporaneamente del “maxi processo” contro la mafia a Palermo. E dunque entrambi abbiamo conosciuto, da diversi punti di vista, i legami tra la mafia siciliana e quella americana."

La coincidenza tra  “Pizza Connection” e “Maxiprocesso” di Palermo fu una tappa importante di una lunga collaborazione tra l’FBI e gli investigatori antimafia italiani, fortemente voluta da Giovanni Falcone. E infatti la Commissione ha anche visitato la Base Militare di Quantico in Virginia, sede anche di uffici FBI e DEA. Lì c’è una statua di Falcone ai cui piedi avete deposto una corona di fiori...

“Sì, sono stato a Quantico diverse volte. Ora mi interessava portare questa commissione antimafia a conoscere da vicino l’apprezzamento dell’FBI per il lavoro svolto da Giovanni Falcone. Li c’è una colonna spezzata che indica il fatto che il lavoro di Falcone venne interrotto e poi un busto adiacente all’ingresso. E’ importante. Entrando tutti gli allievi lo vedono e apprendono di una figura che ha sacrificato la sua vita in un percorso di giustizia.”

L’attività di Falcone ha ispirato la  “Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale”, la cosiddetta Convenzione di Palermo. Fu il primo strumento giuridico a fornire le basi comuni nel contrasto al crimine organizzato e fu firmata da 188 Paesi.

“Ero Procuratore a Palermo quando venne firmata, nel 2000. Ho partecipato alla fase preparatoria e organizzativa, anche quello è stato un proseguire l’azione di Falcone dopo la sua morte.  Dal suo assassinio nel 1992 fino alla data della firma... ci vollero 8 anni per poter mettere in campo quello che lui aveva illustrato proprio qui all’ONU.”

Infatti ne avete parlato anche nel vostro incontro alla Rappresentanza Permanente italiana all’ONU.

“Certo perchè è uno strumento giuridico fondamentale. E’ un trattato estremamente completo, semplice, duttile. Purtroppo non tutti gli Stati che lo sottoscrissero hanno poi adeguato la loro legislazione per poterlo attuare fino in fondo. Ma ora è partita finalmente la procedura di revisione che dovrebbe facilitarne l’attuazione. La Convenzione di Palermo è uno dei trattati multilaterali più importanti, insieme a quello sul contrasto alla corruzione e al riciclaggio.”

All’ONU avete anche visitato l’Ufficio anti-terrorismo, il comitato anti-terrorismo del Consiglio di Sicurezza, avete avuto  incontri con UNODC, Interpol...

“Abbiamo affrontato soprattutto il tema del finanziamento e dell’organizzazione dell’antiterrorismo. L’Italia è considerata all’avanguardia in questo campo. Sotto il profilo della prevenzione del terrorismo, siamo un punto di riferimento. Per la nostra legislazione, per la DNAA, la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che ha un ruolo importantissimo di coordinamento; e per il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (CASA), che si incontra ogni settimana per uno scambio di informazioni in tempo reale.”

Sempre al Palazzo di vetro avete visitato la mostra “L’Arte di Salvare l’Arte”, organizzata dai Carabinieri del nucleo per la protezione del patrimonio culturale insieme alla Rappresentanza permanente italiana. Perchè?

“Sotto il profilo della commissione antimafia è  interessante perchè parecchie attività criminali sono collegate con il traffico delle opere d’arte, che sono usate come investimenti della mafia  o nel riciclaggio di capitali. 

Ma i nostri Carabinieri hanno portato a termine una iniziativa di rilevanza mondiale: hanno creato una banca dati dove inseriscono tutte le opere rubate del mondo e che è accessibile e consultabile da tutti gli investigatori, quando si hanno dei dubbi su degli acquisti. Nella mostra all’ONU c’è anche un pezzo che viene da Palmira che a livello simbolico è molto importante. Richiama il tema delle guerre che possono distruggere l’arte, un tema purtroppo attuale”

Cosa si porta con sé dopo questo viaggio la Commissione?

“E’ stato molto utile. Abbiamo recuperato le fila di un discorso che risale alla “Pizza Connection” e alla guerra di mafia. Al fatto che alcuni della famiglia Inzerillo, collegati con la famiglia Gambino, si erano rifugiati  negli USA per sfuggire alla morte. Intorno al 2005-2006-2007, quando mi occupavo del processo, c’erano alcune intercettazioni da cui si apprendeva l’intenzione di farli tornare per riprendere in mano alcune attività come il traffico degli stupefacenti. Ritengo che oggi le nuove generazioni di mafiosi nate in America non siano più interessate a questo. Sono inserite in altri affari. 

Certo ci si chiede ancora dove siano finiti gli enormi capitali di Pizza Connection... 

“Alcuni erano in Svizzera, ma tanti non li abbiamo trovati. C’è il sospetto che il tesoro degli Inzerillo sia stato solo in parte investito, mentre un’altra parte potrebbe essere sotterrata in sacchi di juta da qualche parte. Non si fidavano delle banche!”

Quanto e ancora attuale parlare di mafia oggi?

“Domanda impegnativa. Il problema è che nonostante ci siano organismi come l’FBI ancora molto impegnati a monitorare il fenomeno, oggi negli USA si guarda più al terrorismo e al traffico di migranti.  Dopo l’11 settembre la lotta alla criminalità organizzata, da un punto di vista di utilizzo di risorse strategiche, ha subito un calo o sono state concentrate altrove.

Le mafie sono meno visibili, la violenza mafiosa è meno visibile. Bisogna cercare le 'reti di sistema' tra potere amministrativo, governativo, mafioso, enti locali, imprese collegate ai fini di acquisire appalti pubblici, ci sono molte cose da controllare, anche in diverse città americane.

In Italia e in Europa abbiamo poi ancora  il fenomeno dello “spostamento al nord” della mafia. Anche da noi la criminalità organizzata è sommersa, appare meno. La violenza si manifesta solo quando è ritenuta indispensabile. E’ una precisa strategia, che rende il fenomeno più difficile da individuare.”

Ed i danni sono al Paese intero...

“Il metodo mafioso  è contro la libertà dell’individuo, contro l’economia. Realizza un monopolio ed elimina le imprese legali. Crea un network di impresa da favorire che hanno i vantaggi. Gli imprenditori,  anziché subire le intimidazioni, la paura, il pagamento di tangenti, pagano e prendono i vantaggi del sistema. Sono collusi con il sistema anche se non ne fanno parte in maniera ufficiale. Non sono affiliati a Cosa nostra, ma fanno il suo gioco”

Nella sue attività è molto vivo il “senso dello Stato”. In un momento in cui è sempre più difficile parlare di valori condivisi, soprattutto ai giovani, non pensa che forse si possa partire proprio dal Senso dello Stato?

“Il senso del dovere e dello Stato è fondamentale, basilare. Anche in questo ho avuto la fortuna di avere come  punti di riferimento maestri come Falcone e Borsellino. C’è una frase attribuita a John Kennedy che Falcone citava spesso: “Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana”. 

Falcone citava anche un’altra frase di JFK: “Gli uomini passano, le idee restano, e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini”. La politica può avere un ruolo nel trasmettere ai giovani tutto questo? 

"Io mi sono 'spostato in politica' continuando a cercare quello che serve per combattere l’economia criminale. Quello che non sono riuscito ad ottenere da magistrato. Ho cercato di dare il mio contributo sui temi della giustizia, dell’eguaglianza sociale, del lavoro, perché il problema della criminalità organizzata è un problema sociale. Non è solo un fenomeno criminale. Ci sono zone in cui la mafia riesce a dare lavoro, non solo lavoro criminale, ma anche lavoro nelle imprese illegali o legali camuffate. Sono certo che con più lavoro pulito i giovani sarebbero più liberi di contrastare il sistema mafioso.

Per questo dico che mi sono ‘spostato in politica’, non che sono ‘passato alla politica’. Sono sempre alla ricerca di quei valori di legalità, libertà, verità, senso del dovere e dello stato che sono alla base della mia azione anche politica”

Parlando di giovani con il Pietro Grasso “politico” viene spontaneo chiedere un commento sulla grande novità in termini di partecipazione oggi in Italia, il fenomeno delle “Sardine”.  Cosa ne pensa?

“Incontro molti giovani, lo facevo  da magistrato e lo faccio da politico. E da quello che vedo mi sembra un fenomeno spontaneo e positivo, non politico in questa fase. Quando dico ‘non politico’ intendo che non è un partito, non è un movimento, ma un’esigenza delle persone di scendere in piazza per evitare così che la piazza la prendano altri. Tra di loro ci sono molte persone che non votavano più, non partecipavano, e la partecipazione è sempre positiva.”

E’ anche una risposta concreta all’incattivirsi veicolato dai social media ...

“Vero, Si può fare politica in senso buono, meglio se di persona invece che virtualmente, senza insultare, senza aggredire, senza violenza verbale.

E’ apprezzabile l’apporto che le Sardine potranno dare in questo senso. Si vedrà in futuro. Certo è qualcosa che non va inquinato, cercando di tirare la giacca da una parte o dall’altra,  occorre lasciare che si sviluppi come vuole.”
 

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