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Articles by: Monica Straniero

  • Arte e Cultura

    La battaglia pericolosa di Letizia

    Divorziata e vicina ai quarant'anni, ha iniziato a fotografare, diventando la prima fotografa donna italiana ad essere assunta da un quotidiano.

    Prima della fotografia non esistevo.  A sedici anni pur di liberarmi di un padre geloso ed autoritario mi sono sposata per poi divorziare in tempi in cui l'Italia era ancora molto bigotta. La fotografia è stata la mia salvezza, il modo per garantirmi l'indipendenza che mi ero conquistata.

    Come ha reagito quando le è stato proposto di realizzare un documentario sul suo lavoro?

    Si sono presentate queste due donne, una regista inglese e una produttrice irlandese, e mi sono fidata di loro perchè erano donne. E poi forse era il momento per darmi in pasto al pubblico del cinema con un film che racconta  la mafia dal punto di vista di chi è sceso in campo per documentarne gli orrori e le conseguenze. ma. Ma quando ho visto filmati della mia giovinezza sul grande schermo, ammetto di aver provato un po' di imbarazzo, perchè è un po' intimo.

    Ha visto il documentario in fase di montaggio?

    No, perché sapevo che se l’avessi  visto prima avrei chiesto alla regista di cambiare alcune cose. Alla fine hanno raccontato qualcosa di privato, i miei amori. E non ho approvato la scelta di non far vedere Leoluca Orlando, che io rispetto molto come sindaco e a cui sono molto grata.

    Ha raccontato le stragi di mafia degli anni Settanta e Ottanta. Com'è nato il suo impegno  sociale

    La passione e il bisogno di libertà  e giustiza. Fotografare gli anni di sangue di Palermo, quando i corleonesi o si misero in guerra con la mafia, ha voluto dire rispondere ad un'emergenza prima di tutto morale. In quanto donna, poi, ho avuto difficoltà in un sistema prevalentemente maschile. Solo con il tempo mi sono guadagnata la reputazione di professionista credibile.

    Il suo scatto preferito?

    Quella di Falcone al funerale del Generale Dalla Chiesa

    Ha più volte affermato che non le piace la definizione di fotografa di mafia...

    Non ho fotografato solo morti ammazzati e grandi arresti ma anche le bellezze di Palermo. Spesso mi avventurava nei rioni più poveri di Palermo. Quando entravo nelle case, trovavo un mondo più accogliente: le donne e le bambine si facevavo fotografare da me perchè si fidavano.

    La sua fotografia di Giulio Andreotti che attraversa la hall dell’hotel Zagarella insieme a Nino Salvo è stata utilizzata come elemento probatorio nel processo che ha chiarito i legami del sette volte Presidente del Consiglio con Cosa Nostra. E' quella la foto che l'ha consacrata al successo?

    Il successo è un cosa orribile. Preferisco l'amore. 

    Nel doc si parla anche della sua attività politica?
     
    Per dieci anni, sono stata nella politica. E' stato un periodo molto bello perchè come  deputata e assessore alla Vivibilità urbana nella giunta Orlando. HO avuto così l'occasione di fare qualcosa di utile per la mia città. Per la Sicilia. Ma oggi la politica è corrotta. Non mi piace

    Come vede Palermo oggi?

    Palermo è una città che mi dà gioia. E' una citta che sta cambiando in meglio anche se la strada da fare è ancora lunga per risollevarsi da un passato che continua  a pesare come un macigno. Certo non ci sono più i politici morti ammazzati, ma questo non significa che sia stata debellata. Con la Trattativa Stato-Mafia, si è semplicemnete infiltrata nelle istituzioni. 

    Qual è la battaglia delle donne oggi?
     
    L'Italia è ancora sessista ma non ho mai prestato il fianco al gioco del femminismo usato per convenienza. Oggi le donne sono più felici, osano di più rispetto agli uomini ma devono ancora lavorare molto per sentirsi libere e avere la piena proprietà di se stesse. Ma il cambiamento deve partire lalle stesse donne. A Palermo le ragazzine indossano minigonne ma ancora sognano il principe azzurro.
     
    E la sua?

    Rimarginare ferite ancora aperte. Non sono più un fotografo di cronaca. La mia terapia è soprattutto visiva. Voglio fotografare le donne nude, giovani e vecchie. Il loro corpo bello ed onesto, catturare con l'obiettivo il desiderio di rinascita. Voglio far crescere il Centro internazionale di Fotografia nella mia città, un luogo dove insegnare ai giovani fotografi ad andare dritto nel cuore delle cose, ad usare la fotografia per entrare in empatia con gli altri e se stessi.

  • Art & Culture

    Letizia Battaglia’s Dangerous Battle

    Divorced and nearing your forties, you began to take photos, becoming the first Italian female photographer to be hired by a newspaper.

    Before photography, I didn’t exist. When I was 16, in order to free myself from my jealous and authoritative father, I got married to then get a divorce at a time in which Italy was still very bigoted. Photography has been my salvation, a way to maintain the independence I had obtained.

     

    How did you react when you were asked about making a documentary on your career?

    These two women presented themselves to me, an English director and an Irish producer, and I trusted them because they were women. And then maybe it was time to offer myself up to the cinema audience with a film that talks about the Mafia from the point of view of someone who went out into the field to document the horrors and consequences. However, when I saw the clips from my youth on the big screen, I admit I felt a little embarrassed because it’s quite intimate.

     

    Did you see the documentary during the editing phase?

    No because I knew that if I did I would’ve asked the director to change some things.

    In the end they talked about something private, my loves. And I did not approve of their decision to leave out Leoluca Orlando, whom I respect as a mayor and towards whom I am very grateful.  

     

    You documented the Mafia killings of the 70s and the 80s. Where does your social engagement come from?

    The passion and need for liberty and justice. Photographing the bloody years of Palermo, when the Corleonesi clan started was at war with the Mafia, meant answering to a primarily moral emergency. Then, as a woman, I encountered difficulties in a system that was prevalently male. It took time to earn professional credibility.

     

    Your favorite shot?

    The one of Falcone at the funeral of General Dalla Chiesa.

     

    You’ve often mentioned that you do not like the definition of photographing the Mafia.

     

    I don’t just photograph murder victims and big arrests but also the beauty of Palermo.

    I would often venture out to Palermo’s poorest neighborhoods. When I entered into those homes I found a more welcoming world: the women and girls let me take pictures because they trusted me.

    Your shot of Giulio Andreotti walking across the hall of the Zagarella Hotel with Nino Salvo was used as probatory evidence in the trial that made clear the ties between the seven-times Prime Minister and Cosa Nostra. Is that the photo that cemented your success?

    Success is a terrible thing. I prefer love.

    The documentary also speaks of your political activity.

    I was in politics for ten years. It was a great period because as a deputy and advisor for urban viability with Orlando, I had the opportunity to do something useful for my city, for my Sicily. But now politics are corrupt. I don’t like it.

    How do you see Palermo today?

    Palermo is a city that gives me joy. It’s a city that is changing for the better even if there’s still a long way to go to recover from a past that continues to whey it down like a boulder. Sure, we no longer see politicians getting murdered, but this doesn’t mean that it’s been eradicated. With the Stato-Mafia treaty it simply infiltrated the institutions.

    What battle do women face today?

    Italy is still sexist but it never lent itself to the game of using feminism for convenience. Today women are happier, they are more daring than men but they still have to work hard to feel free and fully in charge of themselves. But the change has to come from women themselves. In Palermo, young girls wear mini skirts but they still dream of Prince Charming.

    And what is your battle?

    Healing still open wounds. I’m no longer a crime photo-reporter. My therapy is predominantly visual. I want to photograph naked women, young, old. Their beautiful and honest body, capture their desire to be reborn. I want to expand the International Center for Photography in my city, a place to teach young photographers to go straight to the heart of things, to use photography to find empathy with others and with themselves.

     

  • Art & Culture

    “The Traitor” by Bellocchio: Those Good Italian Boys

    On the eve of his departure towards a secret location, Italian mafia boss Tommaso Buscetta, played by Pierfrancesco Favino, asks his old friend and fellow mafioso Giuseppe “Pippo” Calò (Fabrizio Ferracane) to take care of his children. He leaves for Brazil with the intention to start a new life with his new wife Cristina. (Maria Fernanda Cândido)

     

    This is how Marco Bellocchio’s “The Traitor” begins: an intimate drama about the most famous “pentito” in the history of the Italian mafia, a contestant in the 2019 Cannes Film Festival. In Brazil, the peace is broken by the death reports arriving from Italy.

     

    The war between bosses tied to the Palermitan gangs and the Corleones, lead by Totò Riina, are leaving behind a trail of blood. Amongst the victims, Buschetta’s children as well as many of his ex-companions.

     

    Extradited to Italy, Don Masino decides to collaborate with Judge Falcone (Fausto Russo Alesi) and releases a confession consisting of 487 pages filled with first and last names, abominable acts, and implications, enough to bring Cosa Nostra to its knees which, as Buscetta explains, is the real name of the organization because “The mafia doesn’t exist, it’s an invention of the press.”

    The court scenes showing the “maxi processo” echo greek tragedies, with the mafiosi howling like caged animals, spitting all sorts of insults and vulgarities, while Nicola Piovani’s dramatic string instrument soundtrack gives a lyrical feeling to the stand-off between Buscetta and his former “colleagues.”

    However, “The Traitor” owes most of its success to Favino’s performance. Known for his innumerable apparitions in secondary roles within Hollywood productions, such as “World War Z” and “The Catcher Was a Spy,” the Roman actor offers a charismatic and captivating interpretation of his character, bringing out his inner contradictions and ambiguities. Bellocchio fluctuates between two extreme poles.

    If on the one-hand we see a soldier of the “old mafia,” a narcissistic womanizer who collaborates with the law because he has no other choice, on the other also emerges the figure of a father eaten up by guilt, seeking vengeance against those who killed his friends and family. This way, the public remains to a certain degree fascinated with Buscetta’s character.

    It’s hard to draw the line that separates the man from the boss, a device that allows the director to leave open many questions regarding the real motives that pushed Buscetta to betray Cosa Nostra. While Favino holds an inscrutable expression, hiding his preoccupations behind the lines of his face, Totuccio Contorno, another famous “pentito” masterfully played by Luigi Lo Cascio, fervently replies to the provocations of the mafiosi locked up behind the court cells.

    The film is however disappointing in its depiction of female characters. It seems that Bellocchio is trying to abide to the so-called honor code of the mafia, the most absolutely machist compendium promoted in the circles of Cosa Nostra. Women - sisters, wives, particularly Cristine - are seen mainly as sexual objects. As is shown by the seemingly pointless scene in which Cristina masturbates on the phone with a melancholic Buscetta. Perhaps Bellocchio is suggesting that this is the moment he decides to become an informer?   

    Even if Bellocchio romanticizes the ancient honor of Cosa Nostra and Buscetta along with it, “The Traitor,” which was sold to over 24 countries, including the United States, is a story of crime and treason about a man who was able to leave the mafia but lived the rest of his life in exile, paranoid because the mafia never forgets.

     

  • Arte e Cultura

    "Il Traditore" di Marco Bellocchio. Quei bravi ragazzi all'italiana

    Alla vigilia della partenza verso una località segreta, il boss della mafia italiana, Tommaso Buscetta, interpretato da Pierfrancesco Favino, chiede al suo vecchio amico e compagno di mafia Giuseppe "Pippo" Calò (Fabrizio Ferracane) di occuparsi dei suoi figli. Parte per il Brasile, sperando di cambiare vita con la sua nuova moglie Cristina (Maria Fernanda Cândido). Inizia così "Il Traditore" di Marco Bellocchio, dramma intimista sul più famoso pentito di mafia della storia patria, presentato in concorso al Festival di Cannes 2019. La pace in Brasile è interrotta dalle notizie di morte che arrivano dall'Italia.
     
    La guerra tra i boss legati alle cosche palermitane e i corleonesi, guidati da Totò Riina, sta lasciando una scia di sangue. Tra le vittime, i figli di Buscetta e molti suoi ex compagni di malaffare. Estradato in Italia, Don Masino decide di collaborare con il giudice Falcone (Fausto Russo Alesi) e rilascia una confessione di 487 pagine piene di nomi, cognomi, abomini e complicità, in grado di metter in ginocchio Cosa Nostra, che come spiega Buscetta, è il vero nome dell'organizzazione, perché "La mafia non esiste. È un'invenzione della stampa".

    Le scene in aula durante il “maxi processo” hanno gli echi della tragedia greca con i mafiosi ululanti come animali in gabbia che sputano imprecazioni e volgarità di ogni sorta. Mentre la drammatica colonna sonora degli strumenti a corda firmata da Nicola Piovani conferisce  un effetto lirico alla scena dei confronti a due tra Buscetta e i suoi ex "colleghi". Tuttavia, gran parte del successo di Il traditore fa affidamento sulla prestazione di Favino. Noto per le sue apparizioni in innumerevoli ruoli secondari in produzioni hollywoodiane come "World War Z" e "The Catcher Was a Spy", l'attore romano offre una performance carismatica e accattivante del suo personaggio mettendone in luce le contraddizioni e le ambiguità.

    Bellocchio oscilla tra due poli estremi. Se da una parte vediamo un soldato della "vecchia mafia",  narcisista e donnaiolo, che collabora con la giustizia perché non gli rimane altra scelta, dall'altra emerge la figura di un padre dilaniato dai sensi di colpa in cerca di vendetta contro coloro che hanno ucciso i suoi amici e la sua famiglia. In questo modo, il pubblico rimane in una certa misura affascinato dal personaggio di Buscetta. Complicato stabilire insomma un confine tra l'uomo e il boss, espediente che consente al regista di lasciare sospesi molti interrogativi sui reali motivi che hanno spinto Buscetta a tradire Cosa Nostra. Se Favino ostenta un'espressione impassibile dove le preoccupazioni si nascondono tra le pieghe del suo viso, Totuccio Contorno, (altro famoso pentito di mafia), memorabile Luigi Lo Cascio, replica con fervore alle provocazioni dei mafiosi rinchiusi nelle gabbie del tribunale. 

    Il film è invece deludente nella rappresentazione dei personaggi femminili. Sembra che Bellocchio cerchi di rimanere fedele al cosiddetto codice d'onore della mafia, un compendio del più assoluto machismo promosso nei circoli di Cosa Nostra. Le donne - sorelle, mogli, in particolare Cristina - sono viste soprattutto come oggetti sessuali. Come dimostra la scena, di cui non si capisce il senso, in cui Cristina si masturba al telefono con una saudade Buscetta. Bellocchio ci vuole forse suggerire che è quello il momento in cui decide di diventare un informatore della magistratura? 

    Anche se Bellocchio romanticizza l'antico onore di Cosa Nostra e Buscetta con esso, "Il Traditore", venduto in oltre 24 paesi nel mondo, tra cui gli Stati Uniti, è una storia di crimine e tradimento su un uomo che è stato capace di lasciare la mafia, ma che ha vissuto il resto della sua vita da esule con la paranoia di venir ucciso, perché la mafia non dimentica. 

     
  • Arte e Cultura

    Il rituale Baru-gongyang, il modo di mangiare più ecologico del mondo

    Per la prima volta a Roma la monaca buddista della Corea del Sud,Jeong Kwan, una delle più importanti ambasciatrici di questa tradizione millenaria, per presentare il “Barugongyang: il rituale sacro con cui si mangia con gratitudine nei templi buddisti e il cui nome deriva dalle ciotole di legno denominate baru, Un modo meditativo di riflessione profonda per ringraziate la natura e i suoi doni e gli essere viventi.

    Qual è l’origine del rito?

    La cucina del tempio è nata con l’arrivo del buddismo in Corea, risalente alla fine del quarto secolo. I precetti del buddismo hanno notevolmente influenzato le basi di questa cucina. Diversi principi lo governano: uno dei più importanti è quello di ahiṃsā, che in sanscrito vuol dire "non violenza". Un concetto che sottolinea il divieto di danneggiare qualsiasi essere vivente. Vengono scelti gli ingredienti vegetali nel rispetto della natura e dei suoi equilibri. Questo significa che la cucina del tempio non prevede il consumo di carne.

    In cosa consiste il baru-gongyang

    Questa pratica porta con sé una dimensione mitologica. Si dice infatti che quando il Buddha Shakyamuni raggiunse l'illuminazione, i quattro re celesti gli offrirono un pasto in ciotole di pietra. Il titolo fa riferimento alla dieta che i monaci consumano nelle ciotole di legno, una dieta completamente vegana progettata per fornire il giusto fabbisogno alimentare. Le ciotole sono disposte una dietro l’altra. In ognuna vengono serviti riso, brodo, contorno e acqua. Il segreto del rituale è servirsi solo la giusta quantità di cibo cercando di sprecare il meno possibile. In questo modo il Barugongyang si rivela uno dei modi meno inquinanti per mangiare.

    Un rito che rivoluziona il valore del cibo.

    Esatto. Il cibo non è solo cibo. Ha una vita e un’anima perché è creato da tutti gli ingredienti che fanno parte della nostra natura. Una volta ingerito assuma un’altra forma e diventa così nutrimento dell’anima e un momento per ritrovare il senso di comunità. Condividere il pasto rende tutti uguali.

    In un momento in cui il cibo gioca un ruolo importante nella nostra vita quotidiana, questa cucina vegetariana è riuscita ad attirare un'attenzione particolare, sia nella sua semplicità che nella salubrità dei suoi piatti.

    La cucina templare è sana.Verdure, erbe, radici e frutti costituiscono la base di questa dieta. Non c’è traccia di conservanti o addittivi artificiali. Per migliorare il gusto e impedire che il cibo sia insipido, si possono al massimo aggiungere funghi shiitake secchi, dashima (alghe) e sesamo. La fermentazione crea nuovi sapori ed è parte integrante della cultura coreana. Gochujang è il risultato di questo processo, così come del kimchi, che è diventato parte del patrimonio immateriale dell'UNESCO nel 2013. I fiocchi di peperoncino aggiunti al kimchi hanno invece proprietà anti-ossidanti, che sono considerate utili per prevenire l'invecchiamento.

     
     
  • Art & Culture

    Joe Capalbo Brings Lucania to the US

    Gigi Roccati’s film “Lucania Terra Sangue e Magia” won three Grand Jury Remi Awards at the 52nd WorldFest Houston International Film Festival: Best Foreign Film, Best Actress (Angela Fontana) and Best Editing (Annalisa Forgione.) The film entered the Festival thanks to the support of the Italian Consulate in Los Angeles, who submitted the film to the Italian section PANORAMA ITALIA and collaborated with the Festival to obtain the Director's participation. Presented at Bif&st - Bari International Film Festival as part of the New Italian Cinema section, it tells of a magical and inaccessible world, between mountain and sea, where nothing is as it seems. Here live Rocco, a strict father and his daughter Lucia.

     

    We interviewed actor and producer Giovanni Capalbo, who chose Gigi Roccati to tell this story. This is Roccati’s second feature film after Babylon Sisters, which came out in 2017.

     

    Where did the idea for this film come from?

     

    It came from the desire to tell of an ancient world that exists within the contemporary one, my native land: Lucania. The first draft of the story dates back to October 2014, since then we’ve been searching for funds. The choice of on-site locations and casting took two years, because we felt it was necessary to select emblematic places and faces to fit the narrative about an ancestral land.

     

    The film is a tribute to a land that is dying but that can still survive

     

    The rural world as we remember it has disappeared but a mystical atmosphere still lingers in those territories hidden between the mountains, whose memory we are starting to forget. A rural society swept away by unkept promises of industrialization. The film therefore is intended as an homage to a land that Ernesto De Martino used to call “the magic triangle” and which has been cut out from metropolitan routes. It speaks of a defeated people fighting to survive, guided by a spark of hope, embodied by Lucia, a wild girl searching for herself.

     

    Ancestral landscapes: magical places but also victims of environmental destruction and pollution

     

    Lucania is also the story of an abused land. We have to change our perspective on this suffering Earth. We need people to voice the injustice suffered by that part of Lucania living and dying in the oil regions. There are ecological bombs that remain buried for years. These are socially relevant themes that we didn’t want to approach as a documentary but rather by highlighting that magical atmosphere that enables these lands to resist in today’s society. And not only that, we wanted to give a voice to those who still live in those lands to carry on their traditions and preserve their memories.

     

    A conflict between ancient and modern that is also revealed in the relationship between father and daughter

     

    The ancient and modern world collide also through the generational clash between the father, Rocco, a man tied to his land like a tree, and his daughter Lucia, mute since the death of her mother Argenzia. Rocco believes she is crazy and therefore submits her to the healing rites of a country witch. As he tries to defend his land from people offering him money to dump toxic waste into it, he kills someone and has to flee across the mountains on foot to save his daughter. From this moment, Rocco’s redeeming journey begins as does Lucia’s formative journey. A long walk through the beauty of nature and then the harshness of a dying land.

     

    It was well received at the Houston Festival, the oldest in the United States

     

    The film will come out on May 30 in Italy and at the end of the year in the US. The recognition of WorldFest Houston International Film Festival is a great achievement for independent Italian cinema. The goal is to bring international awareness to a wild territory, whose ancient stories persist to this day, echoed by the folk sounds of Antonio Infantino, who recently left us after having gifted us with an unforgettable sequence that gives sound to history, like the old man who helps Lucia regain her voice.  

     

  • Arte e Cultura

    Lucania con Joe Capalbo a breve negli Stati Uniti

    Il film Lucania terra sangue e magia di Gigi Roccati ha vinto tre Grand Jury Remi Award al 52 WorldFest Houston International Film Festival come miglior film straniero, migliore attrice (Angela Fontana) e miglior montaggio (Annalisa Forgione). Il film ha partecipato al WorldFest di Houston grazie al sostegno diretto dell’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles che ha segnalato la pellicola per l’inserimento nel programma della sezione italiana del Festival, PANORAMA ITALIA, e ha collaborato con il Festival per far partecipare il regista. Presentato al Bif&st-Bari international film festival nella sezione Nuovo cinema italiano, racconta di un mondo magico e inaccessibile, racchiuso fra le montagne e il mare, dove niente è come sembra. Qui vivono Rocco e Lucia, un padre severo e sua figlia Lucia.

    Abbiamo intervistato l’attore e produttore Giovanni Capalbo, che per raccontare questa storia ha scelto Gigi Roccati, al suo secondo lungometraggio dopo Babylon Sisters, uscito nelle sale nel 2017

    Come nasce l’idea del film?

    L’idea del film nasce dalla volontà di raccontare un mondo antico nel contemporaneo della mia terra natia: la Lucania. La prima stesura della storia risale all’ottobre del 2014, da allora abbiamo iniziato la ricerca delle risorse. La scelta delle locations e il casting sul territorio sono durati due anni, perché abbiamo ritenuto doveroso selezionare luoghi e volti emblematici, aderenti alla narrazione del film che racconta una terra ancestrale.

    Il film è un tributo a una terra che muore ma che può ancora vivere

    Il mondo contadino così come lo ricordiamo è scomparso ma è ancora intriso di un’atmosfera mistica. Sono quei territori rurali nascosti tra le montagne di cui si sta perdendo memoria. Una civiltà contadina spazzata via dalle promesse, mai mantenute, di industrializzazione. Il film vuole quindi essere un omaggio a una terra che Ernesto De Martino chiamava "Il triangolo magico" e che è stata tagliata fuori dalle rotte metropolitane. Parla di un mondo dei vinti che lotta per sopravvivere e in cui si accende una luce di speranza, incarnata da Lucia, una ragazza selvatica alla ricerca della propria consapevolezza di donna.

    Paesaggi ancestrali, luoghi magici ma anche di distruzione ambientale ed inquinamento.

    Lucania è infatti anche la storia di una terra abusata. Dobbiamo cambiare il punto di vista sulla terra che vuole gridare il suo dolore. Abbiamo bisogno di persone che urlano il senso di ingiustizia per quella parte della Lucania che vive nelle zone petrolifere e che sta morendo. Ci sono bombe ecologiche che restano sepolte per molti anni. Sono tematiche di rilevanza sociale che non si volevano affrontare con piglio documentaristico ma mettendo in luce quell’atmosfera magica che ancora permette a queste terre di resistere in una società ormai imborghesita. Ma non solo. Si voleva dare voce a chi continua a vivere in quelle terre, a tramandarne le tradizioni, a preservarne i ricordi.

    Un conflitto tra antico e moderno che si rivela anche attraverso il rapporto tra padre e figlia

    Mondo antico e moderno che si confrontano anche attraverso un conflitto generazionale tra il padre, Rocco, un uomo legato alla sua terra come un albero, e sua figlia Lucia, muta dalla morte della madre Argenzia che lui crede pazza e per questo la sottopone ai riti di guarigione di una maga contadina. Quando Rocco si ritrova a difendere la propria terra contro chi gli offre di seppellire rifiuti tossici in cambio di denaro, ammazza un uomo e si trova costretto a fuggire a piedi per le montagne cercando di salvare la figlia. Da questo punto inizia il viaggio di espiazione di Rocco e il viaggio di formazione di Lucia. Un lungo cammino attraverso la bellezza di una natura rigogliosa, e poi la durezza di una terra morente.

    Al Festival di Huston, il festival più antico degli Stati Uniti il film ha ricevuto un’ottima 'accoglienza 

    Il film uscirà in Italia il 30 maggio e negli Stati Uniti a fine anno. I riconoscimenti al WorldFest Houston International Film Festival sono un grande risultato per il cinema italiano indipendente. L’obiettivo è portare all’attenzione internazionale un territorio selvaggio il cui eco di storie antiche arriva fino ad oggi anche grazie ai suoni folk di Antonio Infantino, recentemente scomparso, dopo aver regalato una indimenticabile sequenza nel cuore della storia, come il vecchio che restituisce la voce a Lucia.

  • Art & Culture

    Valeria Golino, Female Presence in Italian Cinema

    Valeria Golino, renowned actress and director even beyond Italian borders.

    Following her Italian debut, she went on to pursue a brilliant career in Hollywood.

    Of note is her successful interpretation in “Rain Man”, in which she acts alongside Tom Cruise and Dustin Hoffman.

    In America, she quickly gains popularity also as a comedic actress thanks to the “Hot Shots!” series. (Jim Abrahams, 1991 and 1993)

     

    In Italy, she starred in multiple films up until her directorial debut with the film “Miele” (“Honey”) in 2013, followed by “Euphoria” in 2018. She is one amongst the very few women who manage to make it on the Italian cinematographic landscape both as an actress and a director.  

     

    We meet with her just after she accepted the Federico Fellini Platinum Award for the 2019 Edition of Bif&st, the Bari International Film Festival.

     

    She will attend the Cannes Film Festival to present the film “Portrait d’une jeune fille en feu” by Céline Sciamma. “I play my first ‘old lady’ part. Initially, I didn’t want to do this movie but Céline convinced me by saying that she couldn’t imagine any other actress in this role. This role didn’t take up too much time anyway. I now feel the need to not work too much and to do so only with the directors I’m friends with.”

     

    Can you tell us about your film debut?

     

    It happened by pure chance. It was 1983 and I was living in Athens, where I had been working as a model for a couple of years. One day I was going to Naples to see my father and I stayed in Rome with an aunt who convinced me to audition for the role of Ugo Tognazzi’s daughter in Lina Wertmüller’s new film “Scherzo del destino in agguato dietro l'angolo come un brigante da strada." (“Joke of Destiny”) Even though I had never dreamed of being an actress, I then decided to pursue this career and when I was 19 I was chosen to star in Peter Del Monte’s “Piccoli Fuochi.” (1985)

     

    Success came when you received the Coppa Volpi for your role in Citto Maselli’s “Storia d’amore” at the 1986 Venice Film Festival.

     

    I wasn’t expecting it, also because I was told that the award for best interpretation was certainly going to be given to Sabine Azema. (who starred in Alain Resnais’ “Melo” ed.) An award I won again in 2015 for Giuseppe Gaudino’s film “Per amor vostro.”

     

    After decades following an international career, you had your directorial debut with “Miele,” a courageous and delicate film on the theme of euthanasia, and “Euphoria” with Riccardo Scamarcio and Valerio Mastandrea, who play two distant brothers who come together when one of them becomes ill. When did you get the desire to test yourself behind the camera?

     

    I’m a movie lover before being an actress because I love the aesthetic of film. I have wanted to direct for a long time but I didn’t talk about it in part because I didn’t have the time to realize my ideas and also due to a lack of self-esteem. If at 45 I finally decided to go for it, I owe it in part to the encouragement of Riccardo Scamarcio and Viola Prestieri, my producers. My experience as an actress is fundamental in establishing an almost sacred rapport with the leads of my films.

     

    You’ve often mentioned how you don’t rewatch your films.

     

    Yes, I do that after the promotion and festivals are over to avoid being disappointed by interpretations that I initially deemed positive. It’s not the case with ‘Storia d’amore’ though, there I find myself very good every time I see it.

     

    Do you already have something in mind for your next film?

     

    I don’t have the right idea yet.

     

    A topic that’s being widely discussed nowadays: the gender gap in the film industry.

     

    We haven’t reached gender equality yet but my presence in the film industry as a woman has changed over the years. When I began my acting career, there were only two women directors in Italy: Liliana Cavani and Lina Wertmuller. Now there are many more. It's better for actresses as well. There are more roles and they can keep finding work even in middle age, which didn’t use to be the case. When it comes to equal pay, however, there is still much to be done. Women continue to be paid less than men who hold the same positions and merits. The situation is inconceivable.

     

    Only 22-years-old, you moved to Hollywood and were chosen as the lead in Randal Kleiser’s “Big Top Wee Wee.” (1988) Almost simultaneously you got a role alongside Tom Cruise and Dustin Hoffman in the movie “Rain Man” by Barry Levinson.

     

    It was a really exciting time. I was there for 12 years and I worked on 17-18 films. But I know I should’ve done more. I auditioned for many roles for American women but the fact that I was foreign and had a strong Italian accent didn’t help me get those roles. Plus, I found myself competing with actresses such as Julia Roberts, Demi Moore and Uma Thurman.

     

  • Arte e Cultura

    Valeria Golino. Quel cinema italiano al femminile

    Valeria Golino. Un'attrice e regista nota anche oltre i confini italiani. Dopo il suo debutto in Italia ha infatti ntrapreso una brillante carriera ad Hollywood. Da ricordare il suo uccesso del film Rain Ma,n in cui recita accanto a Tom Cruise e Dustin Hoffman

    In America diventa presto popolare anche come attrice comica con la serie degli Hot Shots (J. Abrahams, 1991, 1993).

    In Italia ha interpretato tanti ruoli per il cinema, fino al debutto da regista con “Miele” ed Euforia. Pluripremiata è una delle poche donne, nel panorama cinematografico italiano, che riesce ad emergere sia come regista che come attrice.

    La incontriamo dopo che ha ritirato il Federico Fellini Platinum Award per l'edizione '19 del Bif&st'.  

    Sarà al Festival di Cannes con un film in concorso "Portrait de la jeune fille en feu" di Céline Sciamma. “Interpreto il mio primo ruolo di una ‘vecchia’. Inizialmente non volevo fare il film ma Céline mi ha convinto dicendo che non riusciva a immaginare un’altra attrice per quella parte. È stato comunque un ruolo che mi ha sottratto poco tempo, oggi sento l’esigenza di non lavorare troppo e di farlo solo con registi miei amici”.

    Ci racconti del tuo esordio al cinema?

    È stato un puro caso. Era il 1983 e lavoravo come modella già da un paio d’anni e vivevo ad Atene. Un giorno andai a Napoli per vedere mio padre e mi fermai a Roma da una mia zia che mi convince a fare un provino per Lina Wertmüller per il ruolo della figlia di Ugo Tognazzi nel suo nuovo film"Scherzo del destino in agguato dietro l'angolo come un brigante da strada". Anche se non ho mai sognato di fare l'attrice ho deciso poi di continuare questo mestiere e a 19 anni sono stata scelta come protagonista in "Piccoli Fuochi" (1985) di Peter Del Monte.

    L’exploit arriva con la conquista della Coppa Volpi per “Storia d’amore” di Citto Maselli al Festival del cinema di Venezia del 1986

    Non me l’aspettavo anche perché mi era stato detto che il premio per la migliore interpretazione quell’anno sarebbe stato sicuramente assegnato a Sabine Azéma (protagonista del film drammatico Mèlo, diretto da Alain Resnais n.d.a.) . Premio che ho poi vinto nuovamente nel 2015 per il film “Per amor vostro” di Giuseppe M. Gaudino.

    Dopo decenni di carriera internazionale, fai il tuo debutto da regista con Miele, opera ardua e delicata sul tema dell’eutanasia, ed Euforia, con Scamarcio e Mastandrea, due fratelli diversissimi che si avvicinano quando la malattia colpisce uno di loro. Quando hai sentito la voglia di metterti in gioco dietro la macchina da presa?

    Sono una cinefila prima di essere attrice perché amo l’estetica del cinema. La voglia di dirigere un film ce l’avevo da tanto ma non ne parlavo un po’ perché non avevo tempo di realizzare le mie idee di sceneggiatura un po’ per mancanza di fiducia in me stessa. Se a 45 anni ho deciso di vincere le mie resistenze lo devo anche all’incoraggiamento di Riccardo Scamarcio e Viola Prestieri, i miei produttori. La mia esperienza di attrice è comunque determinante per instaurare un rapporto quasi sacrale con i protagonisti dei miei film.

    Hai più volte dichiarato di non rivedere quasi mai i tuoi film

    Si mi accade dopo aver terminato la promozione e le partecipazioni ai Festival per non rimanere delusa da interpretazioni che in un primo momento mi erano sembrate molto positive. “Non è il caso di ‘Storia d’amore’, però, perché ogni volta che mi capita di rivederlo mi ritrovo ancora molto brava.

    Hai pronta una sceneggiatura per il tuo prossimo film?

    Non ho ancora l’idea giusta.

    Un argomento di cui si sta parlando tanto in questo periodo. I dati parlano: c'è un evidente gender gap, uno squilibrio di genere nel cinema

    La gender equality non è ancora stata raggiunta ma la presenza femminile nel cinema è cambiata negli anni. Quando ho iniziato la mia carriera da attrice, in Italia c’erano solo due registe, Liliana Cavani e Lina Wertmuller. Adesso ce ne sono molte di più. Anche per le stesse attrici le cose sono migliorate. Ci sono più ruoli e possono continuare a lavorare anche nella loro mezza età, cosa che prima non succedeva. Sul fronte della parità di salario, invece c’è ancora molto da fare. Le donne continuano ad essere pagate meno nello stesso posto e con gli stessi meriti. È una situazione inconcepibile.
     

    A soli ventidue anni  ti trasferisci a Hollywood e vieni scelta come protagonista nel film "La mia vita picchiatella" (1988) di Randal Kleiser. Quasi contemporaneamente conquisti il ruolo di partner di Tom Cruise e Dustin Offman per il film "Rain Man" (1988) di Barry Levinson.

    E’ stato un periodo molto divertente. Sono stata lì tra i miei 23 e i 35 anni e ho lavorato in 17-18 film. Ma so che avrei dovuto fare di più. Ho fatto tanti provini per ruoli di donne americane ma il fatto di essere straniea e il mio forte accento italiano non mi hanno aiutato molto ad ottenere la parte. Poi mi trovavo di fronte ad attrici del calibro di Julia Roberts o Demi Moore e Uma Thurman.

     

     

  • Art & Culture

    Chiara Civello Returns to the US with “Eclipse”

    IN LINGUA ITALIANA >>

    After four years, Chiara Civello, singer-songwriter and multi-instrumentalist, Roman native turned citizen of the world, returns to the United States, the birthplace of Jazz, where she received her formation as a singer and musician.

     

     April 16 at DC’s IIC, April 17 at Boston’s Regattabar. These are the dates of Chiara’s American tour, during which she will present Eclipse, the sixth album of her luminous career, that began with jazz improvisation and continued following the thread of contamination. Her enthusiasm and excitement, Chiara reveals, hasn’t changed since, little more than a teenager, she first appeared on the stages of the East Coast.  

     

    Eclipse is produced by Marc Collin of Nouvelle Vague and features covers and new songs made in collaboration with artists such as Francesco Bianconi, Dimartino, Cristina Donà e Diana Tejera. It’s an homage to classic italian songs and to the soundtracks of films from the 1960s and 1970s. The artist’s international pop roots and Collin’s French-Touch (who inserted electric basses and synths in the album) blend with perfection, creating a refined work, minimal and vintage, that in no moment feels cheesy.

     

    Eclipse is an album marked by self-awareness and an adventurous spirit, qualities that have marked Chiara’s career since its very beginnings. “Presenting this album in the United States is deeply emotional because, to me, America means home,” explains Chiara, who at 16 received a scholarship to attend Berklee College of Music in Boston.

     

    It’s by performing in venues across the East Coast that Chiara found her voice: “One of the advantages that the school gave me was the opportunity to meet people who, like me, wanted to live off music,” she reveals. “Together we formed the first groups, confronted with the question every artist faces: will I make it?”

     

    Everything began with Jazz, however, Chiara Civello’s journey has always been marked by the desire to experiment and find new paths. “My academic imprint and Jazz improvisation gave me method, like assimilating as many alphabets as possible, but then, with time, in order to find my own voice, I let go of the rules and arrived at doing what I really wanted: to write songs.”

    And write songs she did, traveling the world, measuring herself to different genres and languages, but always bringing her Italian soul along. During her travels in Brazil, the US, in Italy, she had the chance to collaborate with artists such as Burt Bacharach, Esperanza Spalding, Chico Buarque, Gilberto Gil, Mario Biondi.

     

    Tony Bennett, the last crooner, defined her as the “best jazz singer of her generation,” but the artist confesses she didn’t feel intimidated by such a colossal affirmation. “I think Bennett saw in me the freedom of less structured artists, who consolidate their voice album after album, just like an old wine maturing with time.”

     

    And when discussing the future, Chiara reveals that she intends to keep on experimenting. “I’m working on several projects, I would one day like to collaborate with Ryuichi Sakamoto and with African artists. Music to me is a constant discovery, I’m always looking for that affecting moment, the one that provokes emotion.”

     

    With just as much enthusiasm as always, Chiara will perform in New York, in an America that she finds profoundly changed since Donald Trump became president, but that always remains her home.

     

    “The America I knew, the America you find in New York, has nothing to do with Trump’s America. I’m interested in a world that supports and includes minorities, where encounters are celebrated. That’s the kind of music I make.”

     

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