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Articles by: Monica Straniero

  • Red Carpet. Piazza La Pietra
    Arte e Cultura

    La Festa del Cinema di Roma, la fattoria dei sogni

    La festa, nata nel 2006, voleva essere una sorta di Festival non certo in competizione con quello di Venezia, ma una celebrazione per dare lustro in senso più ampio proprio alla città che più di tutte in Italia ma anche nel mondo, rappresenta il cinema.
     
    Per dare solo un'idea, gli studios di Cinecittà, fondati nel 1937 da Benito Mussolini, hanno prodotto più di 3000 film, 90 dei quali sono stati nominati per un Oscar che poi è stato vinto da ben 47 pellicole. Qui hanno lavorato fior di attori e registi, da Fellini a Visconti, dalla Magnani alla Loren ma ache Scrosese e Coppola. Era impensabile dunque che Roma non avesse il suo Festival.
    Festival che sotto la direzione dell'attuale direttore artistico Antonio Monda, è diventata una Festa. L'"americano Monda" - come viene affettuosamente chiamato - è in carica dal 2015 e ci resterà fino al 2020.

    Uno dei suoi vanti è proprio quello di aver tolto la giuria dal Festival e aver dato al pubblico la possibilità di scegliere il vincitore attraverso il mecanismo del voto con cartoline all'uscita delle proiezioni. 

    "Questa è una vera e propria festa del cinema e per il cinema, ma soprattutto per il pubblico. Qui non vegono solo le star a presentare i film in uscita, ma anche registi e attori che si fanno 10 ore di volo solo per incontrare il pubblico e chiaccherare con loro per il piacere di parlare di cinema. Ecco, questa è la nostra forza".

    In effetti i numeri danno ragione a Monda.

    Anche quest'anno la Festa ha incrementato tutti i dati possibili. Incassi aumentati del 18%, accrediti del 13%, il sito ufficiale addirittura ha aumentato gli accessi dell'86%. I biglietti venduti sono aumentati del 10%, in grande ascesa anche i social, Facebook +12%, Instagram +36% e la presenza di notizie su quotidiani e stampa è aumentata anche del 23% su quelli locali, del 10% su quelli nazionali.

     
    Una vocazione quella del cinema che esprime da sempre un legame profondo con la Capitale, fin dai tempi pionieristici della “Hollywood sul Tevere”.  Quest'anno la Festa del Cinema ha portato il cinema al pubblico, oltre che il pubblico al cinema.
     

    L'immagine quindi che Roma incassa, dopo 10 giorni di Festival, è senza dubbio positiva, sale piene, trasporti funzionanti da e per le sale, eventi collaterali e per gli ospiti organizzati benissimo, ristoranti pieni, talents che dichiarano il loro eterno amore alla città, nonostante qualche intoppo qui e lì, ma chi non ne accusa?

    Roma è nell’immaginario collettivo il set dei sogni, della bellezza, delle grandi star e dei registi geniali. È un passato pesante e difficile da “combattere” ,ma la  Festa del Cinema di Roma ha fatto meritare alla Capitale il riconoscimento di “Città Creativa per il Cinema”. E poi anche Cannes fa i conti con le sue disfunzionalità.

    Certo non è un festival, dunque non è fatto a misura di giornalisti, che si sono spesso lamentati per le proiezioni stampa troppo accavallate e con scarse possibilità di recupero, e non avendo una giuria per il concorso principale perde un po' del fascino di Cannes e Venezia, ma a Monda questo come detto non importa.

    A dare qualche problemino in questa edizione è stato Bill Murray. Prima non si è presentato alla conferenza stampa, era ancora in pigiama all'1,30 , poi ha rifiutato la traduzione durante l'incontro con il pubblico, scocciato di dover attendere che la traduttrice riferisse al pubblico.

    Molto diverso l'atteggiamento invece di altri divi come Fanny Ardant o John Travolta, sono stati super disponibli non solo alle traduzioni, ma anche simpatici abbastanza da voler dire qualche parola in italiano.  Certo sono state diverse le assenze celebri, per esempio nessuno degli attori di The Irishman era presente, a casa anche Jennifer Lopez e Renee Zellweger. Benicio Del Toro che ha saltato l'incontro con i gironalisti, anche lui in albergo ancora in pigiama.

    Della Festa di Roma, di quest'anno, si ricorderà certamente la serata di 'The Irishman'. il regista Martin Scorsese accompagnato dalla moglie, Helen Morris, e dalle figlie Catherine e Francesca ha incontrato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, arrivato per assistere alla proiezione con la figlia e il genero.

    "Frances Mc Dormand, vincitrice di due premi Oscar, viene qui a celebrare gioiosamente il cinema, qui c'è un clima diverso e lo hanno capito tutti. Per questo vengono volentieri e sono tutti molto rilassati. Questa è una Festa e così rimarrà, non voglio che abbia nulla in comune con gli altri Festival" ha ribadito anche quest'anno Antonio Monda.
     
    Per 10 giorni ci siamo dimenticati l'immondizia, le buche nelle strade, i senzatetto attorno alla stazione Termini e l'ultimo efferato omicidio. Ma purtroppo a Roma non basta una meravigliosa Festa del Cinema per potersi riprendere. E' una bella pausa, ma gli interventi straordinari purtroppo restano confinati alla zona - cinema. 
    Mentre la città continua a  stagnare nei suoi quotidiani problemi. 
     
     
  • Arte e Cultura

    "Santa subito", film sul femminicidio, vince il premio del pubblico della Festa del cinema di Roma

    Nel 1991, la California fu il primo Paese al mondo a dotarsi di una legge antistalking. In quello stesso anno, nella provincia di Bari, viene uccisa Santa Scorese, prima vittima di stalking e femminicidio in Italia. Erano tempi in cui questo brutale crimine non aveva un nome.

    Quattordici coltellate, una disperata corsa all'ospedale e il dramma del padre, peraltro poliziotto, che non ha potuto fare nulla per salvarla. In ospedale, Scorese, che all'epoca aveva solo 23 anni, pronuncerà parole di perdono per il suo carnefice. Il gesto  le è valso il titolo di Serva di Dio e la ragazza è prossima a diventare la prima santa italiana vittima di femminicidio.  La sua storia è ora raccontata nel documentario di Alessandro Piva, vincitore del premio del pubblico alla Festa del Cinema di Roma

    Rispetto agli Stati Uniti e al resto dell'Europa, in Italia il primo disegno di legge anti stalking  arriva soltanto nel 2008. E solo nel 1981 viene abolito il delitto in nome della salvaguardia dell’«onore».

    Il primo problema è che nessun governo, da anni, ha assunto come priorità la violenza contro le donne. È come se il fenomeno fosse normale. C'è assuefazione.  È colpa anche della mentalità, della cultura prevalente: che resta quella proprietaria, del pater familias.

    I familiari di Santa, come mostro nel film, raccontano che erano già molte le denunce fatte nei confronti del suo aggressore, tutte inutili. All'epoca non si riusciva a codificare i comportamento opprimenti e persecutori  di chi molesta ripetutamente una persona. Ma anche oggi la lista delle donne non tutelate è troppo lunga.

    Santa Scorsese è stata uccisa perché aveva rifiutato le avances di un uomo, come raccontano le cronache dell'epoca. Sembra che ancora oggi i femminicidi si rifacciano aalla narrativa del raptus.

    Sono stati fatti grandi passi ma è necessario anche cambiare il contesto di riferimento utilizzato da molti media per giustificare il femminicidio. Troppo spesso sui giornali si leggono spesso frasi o espressioni che hanno a che fare con uomini che “all’improvviso” si trasformano in assassini ma fino all’altro giorno erano bravi padri, cittadini modello. 

    Ma come una tale violenza si è potuta abbattere contro una ragazza così giovane?

    Perché quello non è cambiato ancora è la cultura del diverso. I sentimenti umani non sono mai lineari e può succedere di covare nella parte più profonda intolleranze, pregiudizi. Si rifiuta a priori, chiunque non appartenga alla propria cerchia , al proprio paese , alla propria cultura. Quello che non si sa o non si comprende fa paura e si trasforma in violenza spesso brutale.

    Nel documentario hai voluto privilegiare l’elemento religioso. Testimonianze di preti, insegnanti-catechisti, di mamma Angela, papà Piero e della sorella Rosa Maria descrivono una ragazza perfetta casa e chiesa. 

    Santa aveva deciso di consacrarsi a Dio. Proprio questa scelta aveva scatenato la furia del suo stalker che era arrivato a dire: "Se non ti avrò io, non ti avrà nessuno, nemmeno Dio". Il documentario mostra due forme di radicalismo religioso. Da una parte un uomo ossessionato in maniera distorta dal tema della religione e dall'altra uuna fervente cattolica che scriveva a Gesù. Una tragedia che come ha detto la sorella Rosa Maria ha avuto due vittime dello stato che, ai tempi, era impreparato ad afforntare la vuolenza di genere, e di fatto non è intervenuto per impedire al persecutore di Santa, un uomo che aveva manifestato in maniera palese il proprio disagio psichico, di non nuocere agli altri e a se stesso. 

    A chi dedica questo film?

    A chi deve sopravvivere a queste tragedie. Un appello affinché le donne siano lasciate meno sole, quando si ritrovano in balìa di una psicosi travestita da amore.
     

  • Art & Culture

    ‘This is Not Cricket,’ the Possibility of a Tolerant Future for Italy

    “‘This is not cricket’ was the first sentence uttered by Shince when he joined the team.” Comments Jacopo de Bertoldi, the director of the documentary ‘This is not cricket’ presented at Alice Nella Città, a section of Rome’s Festa del Cinema, as a special event by Panorama Italia

     

    “He immediately noticed how the boys played according to strange, almost made-up rules. The funny thing is that in the UK the title is an expression used to designate unethical behavior, poor sportsmanship.”

     

    The documentary, filmed almost entirely in Piazza Vittorio, Rome’s most culturally diverse neighborhood, tells of the friendship between two young men united by their passion for a game that in some parts of the world is almost a religion. Born in South-East England around 1300, it remains one of the most tangible traces of British colonialism today and boasts 3 billion players world-wide. 

     

    “Shince, born in Italy of Indian parents, and Fernando, raised by his aunt, a maid nostalgic of Almirante’s MSI (ed. a neo-fascist party), met on the field and both play for the Piazza Vittorio Cricket Club." Narrated by Fernando, the documentary follows them from their childhood up until the team’s break-up and their journey to rebuild it. Each day bares new objectives, metaphors for the obstacles that the two protagonists and their companions face everyday to overcome society’s mistrust and rejection.

     

    "Shince e Fernando sono cresicuti in un periodo in cui la questione migratoria è entrata di prepotenza nel dibattito politico e si cominciava ad avvertire la propaganda xenofoba delle destre. Raccontare la loro amicizia mi è sembrato quindi il modo mi

     

    “Shince and Fernando grew up in a time when the issue of immigration aggressively made its way into political discourse and xenophobic right-wing propaganda was spreading. Recounting their friendship felt like the best way to unravel the prejudice that is spreading across Italy.”

     

    ‘This is not cricket’ is not just a film about friendship, it’s also about the value of sport as a personal challenge, as an instrument to overcome physical, social and cultural limitations, and as an instrument for integration. “Particularly in cricket, players have to learn to accept their adversaries,” the director explains. The team members are Bengalese, Pakistani, Indian, each of them come to our country with the dream of redemption, they try to reshape their identity through the sport.”

     

    Bertoldi’s documentary becomes a journey through the Italy of immigrants who resist, new Italians who wear their jerseys to foster social change, against one of Europe’s most restrictive laws, which prevents those born in Italy from obtaining citizenship before turning 18.

     

    See the official trailer here.

     

  • Arte e Cultura

    Where's my Roy Cohn, la storia dell'ascesa della destra in America

    Gli aspiranti avvocati consoceranno Roy Cohn come uno dei più spietati avvocati difensori del XX secolo mentre gli aspiranti politici citeranno molto probabilmente il suo coinvolgimento nelle audizioni dell'Esercito-McCarthy. Con 'Where's my Cohn,' presentato al Sundance e arrivato alla Festa del Cinema di Roma, il regista Matt Tyrnauer esplora la personalità di Roy Cohn, l'avvocato che per oltre un quarantennio è stato il più temuto e manipolatore d'America, evidenziandone le molte somiglianze con quella del suo amico e allievo: Donald Trump. 

    Ora, con questo non si intende aprire una discussione sul fatto che Trump sia o meno "spregevole" o criticare le sue posizioni politiche. Il documentario sceglie di svelare allo spettatore come nasce un uomo così malvagio, una figura inquietante già immortalata negli Angeli in America di Tony Kushner.

    Una madre ossessiva e un padre che fin da piccolo lo educa al potere, Roy Cohn, su suggerimento dell'FBI e J. Edgard Hoover, inizia la sua carriera come consigliere capo del senatore crociato Joseph McCarthy durante la caccia alle streghe negli anni ’50. E' ricordato per aver fatto condannare a morte Ethel Rosenberg nonostante le prove quasi inesistenti. In pochi anni diventa il difensore di boss mafiosi, come John Gotti, e il legale di fiducia di uomini senza scupoli come Donald Trump, a cui fa vincere cause impossibili. 

    C'era una drastica contraddizione tra l'immagine pubblica di Cohn (in particolare la sua retorica apertamente omofobica) e la sua realtà privata. Era un duro avvocato che vantava una collezione di animali imbalsamati ma allo stesso tempo un ipocrita di primissimo ordine, descritto dalla sua stessa famiglia come un "ebreo che odia se stesso". Un uomo gay non dichiarato che perseguitava gli omosessuali accusati al fianco di McCarthy.  Secondo tutti coloro che sono stati intervistati, Cohn era un uomo senza scrupoli. Si è sempre e solo preoccupato di vincere, di accumulare denaro e potere. Per Cohn, la chiave del successo era attaccare tutti, il governo, i media, la legge e non scusarsi mai. Cavalca l'onda del patriottismo rampante e conquista il popolo americano. Dopo essere stato assolto dal suo primo atto d'accusa, le sue parole fuori dall'aula di tribunale sono state "Dio benedica l'America".

    Oggi, molto di quanto è stato avviato negli anni ’50 riemerge in maniera scioccante e inaspettata: le tattiche intimidatorie, la retorica divisiva e l’aggressività contro le minoranze vulnerabili. "Nonostante Cohn sia morto nel 1986 la sua eredità permane", racconta il regista. "Ho pensato che fosse quindi urgente realizzare il film, mostrare come una delle figure più oscure della nostra storia moderna abbia creato il peggior presidente della storia americana". Non sorprende quindi che Cohn sia considerato un mentore per Trump. In preda alla rabbia per lincapacità del procuratore generale Jeff Sessions di ritarlo fuori dall'indagine sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016, Trump ha urlato:"Dov'è il mio Roy Cohn? Il documentario spiega perchè colui che è stato definito l'avvocato del diavolo, nonostante la sua orrenda immagine pubblica, abbia avuto così tanto successo nel manipolare le persone che si fidavano di lui, e come questi stessi metodi ancora oggi facciano presa sul pubblico americano.

    "Where's My Roy Cohn?" è un affascinante indagine di un uomo che ha plasmato l'America come la conosciamo oggi. Il cugino di Cohn, Dave Marcus, ad un certo punto del film menziona un diario dove Cohn aveva riportato tra le sue aspirazione quella di diventare Governatore dello Stato di New York. "Fortunatamente per l'America, il sogno non si è avverato ma il film rimane un monito a rifiutare gli istinti più oscuri della psiche americana prima che ci annientino", ha concluso Matt Tyrnauer.

    Vai al Trailer ufficiale cliccando qua.

  • Arte e Cultura

    'This is not Cricket,' il futuro possibile di un'Italia più tollerante

    "This is not cricket" è la prima frase che ha pronunciato Shince quando è arrivato in squadra". A parlare è Jacopo de Bertoldi, regista del documentario This is not cricket presentato ad Alice Nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, come evento speciale di Panorama Italia.

    "Ha subito notato che i ragazzi giocavano con regole un po' strambe quasi inventate. La cosa più divertente è che in Inghilterra il titolo è un'espressione usata per indicara comportamenti scorretti, poco etici".

    Il documentario, girato quasi interamente a Piazza Vittorio, il quartiere più multietnico dei Roma, racconta la storia di amicizia tra due ragazzi uniti dalla passione per un gioco che in alcune parti del mondo è quasi una religione. Nato in Inghilterra del sud-est a partire dal 1300 rimane una delle tracce più tangibili del colonialismo britannico e oggi conta in tutto il mondo tre miliardi di giocatori.

    "Shince, nato in Italia da genitori indiani, e Fernando, un giovane cresciuto dalla zia, una colf nostalgica dell'Msi di Almirante, si sono conosciuti sul campo ed insime giocano per il Piazza Vittorio Cricket Club". Attraverso il racconto di Fernando, il documentatio li segue da quando erano bambini, riprendendo i primi lanci nelle aiuole di quartiere, poi i tornei internazionali giovanili, fino al disfacimento della squadra e alla loro epopea per ricostruirla. Le giornate scorrono tra una meta e l'altra che diventano metafore degli ostacoli che ogni giorno i due ragazzi e i loro compagni di squadra devono afforntare per superare la diffidenza di un mondo che li rifiuta.

    "Shince e Fernando sono cresicuti in un periodo in cui la questione migratoria è entrata di prepotenza nel dibattito politico e si cominciava ad avvertire la propaganda xenofoba delle destre. Raccontare la loro amicizia mi è sembrato quindi il modo migliore per abbattere i pregiudizi che si stanno radicando dentro la società italiana".

    "This is not cricket" non è solo un film sull'amicizia ma sul valore dello sport come sfida personale, come strumento per superare i limiti fisici, sociali e culturali, ma anche come mezzo d’integrazione. "In particolare nel cricket, i giocatori devono imparare a tollerare l'avversario", tiene a precisare il regista. Nella squadra ci sono bengalesi, pachistani, indiani, ognuno di loro porta nel nostro paese il suo sogno di riscatto. Ragazzi che tentano di rimodellare la loro identità attraverso la forza del gioco".

    Il bel documentario di de Bertoldi diventa così un viaggio nell'Italia dell'immigrazione che resiste, tra i nuovi italiani che indossano la maglia della loro squadra per tentare un cambiamento sociale contro quella legge tra le più restrittive dell'Europa che impedisce a chi è nato in Italia di acquisire la cittadinanza italiana prima del compimento del diciottesimo anno di età.

    Vedi il Trailer ufficiale cliccando qua.

  • Arte e Cultura

    Scorsese: The Irishman ci mette di fronte al tabù della mortalità

    Scorsese e De Niro sono di nuovo insieme dopo aver collaborato in numerosi film, tra cui Taxi Driver, Re per una notte e Mean Streets -Domenica in chiesa, lunedì all'inferno, e con Pesci in Toro scatenato, Quei bravi ragazzi, solo per citare alcuni titoli.  "Ma è stato dopo Casinò, nel 1995, che io e Robert De Niro ci siamo messi alla ricerca di un personaggio emblematico per descrivere in modo appronfondito la criminalità organizzata e della corruzione dilagante che permeava gli USA durante il secondo dopoguerra, quando i boss si erano infiltrati in sindacati, governo e grandi aziende", ha detto Martin Scorsese in coferenza stampa.

    The Irishman è destinato ad essere ricordato negli annali del mondo della celluloide. Eppure Scorsese non era sicuro di riuscire a realizzarte il film. "Il film è stato rifiutato dagli studios di Hollywood prima di ottenere il finanziamento da Netflix e superare  l'ostacolo più grande, sviluppare una tecnologia capace di ringiovanire De Niro, Pacino e Pesci di trent’anni". Si tratta di un sistema di telecamere e software sviluppato da ILM in grado di catturare le espressioni facciali degli attori sul set a fianco di altri personaggi, senza l’uso di telecamere o segni visibili sul viso, e di ringiovanirli grazie alle loro versioni 3D computerizzate".

    La storia si svolge tra il 1949 e l’anno 2000, con tutta una serie di flashback e slittamenti temporali. Quello di Irishman è un mondo ben noto a Scorsese, un ambiente che, parole sue, “ho già affrontato con The Departed - Il bene e il male, Quei bravi ragazzi, Casinò e Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno. Anche in Toro scatenato ci sono elementi legati alla malavita organizzata. “Questa storia si svolge in questo tipo di ambiente ma la differenza con gli altri film è legata al punto di vista. “Raccontare l'epoca d'oro della mafia attraverso l'intera vita di un sicario mi ha dato infatti la possibilità di osservare i personaggi nella loro umanità", commenta il regista. "Al centro della trama ci sono i rapporti tra i protagonisti, Frank Sheeran/De Niro, Russell Bufalino/Joe Pesci e Jimmy Hoffa/Al Pacino, e l'ambiente in cui vivono La cosa più bella della storia è questo triangolo, questi tre uomini e la classica saga di lealtà, fratellanza e tradimento".

    Irishman è stato concepito come un film riflessivo, il film con personaggi più anziani. "In questo modo ho potuto affrontare il tema della mortalità, della fine della vita, ben concreta e presente. Un tabù con il quale facciamo ancora molta fatica a confrontarci".

  • Art & Culture

    Confronting the Taboo of Mortality in Scorsese's Irishman

    Scorsese and De Niro are once again together after having collaborated in numerous films, among them Taxi Driver and Mean Streets, and with Pesci in Raging Bull and Goodfellas, just to cite a few. “But it was in 1995, after Casino, that Robert De Niro and I started working on finding an emblematic figure to describe in depth the climate of organized crime and corruption that reigned in the US after the war, when bosses had infiltrated lobbies, the government, and big companies,” Martin Scorsese stated in a press conference.

    The Irishman is destined to become part of cinematic history. And yet, Scorsese was not sure he would be able to make the movie. “The film was rejected by Hollywood studios before we obtaining financing from Netflix and developed the technology needed to make De Niro, Pacino and Pesci look 30 years younger.” It took a camera and software system developed by ILM, able to capture the actors’ expressions next to other characters on set, without having to make any visible marks on their faces, and make them look younger thanks to their computerized 3D versions.

     

    The story takes place between 1949 and 2000, with a series of flashbacks and time jumps. Scorsese is quite familiar with the world of the Irishman, which in his words, “I’ve already dealt with in The Departed, Goodfellas, Casino and Mean Streets. Even in Raging Bull there are elements tied to organized crime."

     

    The story takes place in this type of environment but the difference with the other films is in the point of view. “Talking about the mafia’s golden age through the life of a hitman has in fact given me the opportunity to observe the characters in their humanity,” the director comments. “The relationships between the protagonists, Frank Sheeran/De Niro, Russell Bufalino/Joe Pesci and Jimmy Hoffa/Al Pacino, and their environment are at the core of the plot. This triangle is the most beautiful thing about the story, these three men and the classical saga of loyalty, brotherhood and betrayal.”

     

    Irishman was conceived as a reflective film, a film with older protagonists. “This way I was able to broach the theme of mortality, of the end of life, its concrete and imminent presence. A taboo subject with which we still struggle to come to terms.”

     

  • Arte e Cultura

    La giostra dei giganti, un racconto autentico del carnevale di Viareggio

    che colpisce subito de “La Giostra dei Giganti”, in pre-apertura della 14° Festa del Cinema di Roma, è l’autenticità: delle facce, dei racconti, dello scorcio di Italia che si vede. Siamo a Viareggio e alla regìa, sceneggiatura e fotografia c’è Jacopo Rondinelli che, con il produttore David Ferrazza, Withstand Film, ha deciso di documentare uno degli eventi più noti, ma meno conosciuti, in Italia: il Canevale di Viareggio.

    “Immaginario fiabesco” a detta dello stesso regista, che si è trovato rapito per caso dal fascino del carnevale, è il tema di sottofondo nel seguire, a poco a poco, la nascita di questi giganti alti come un palazzo di otto o dieci piani, che poi sfileranno, animandosi come esseri viventi, sui Viali a mare della città.

    Si comincia che è inverno. Rondinelli inizia subito a raccontare con immagini essenziali e accurate. Due uomini escono di prima mattina da due casette nella campagna versiliana. Potrebbero essere pescatori, operai di un porto che si dirigono verso quel mare così bello e frequentato. Ma il Carnevale ha a che fare con il mare, perché i primi costruttori dei carri carnescialeschi erano carpentieri. I due uomini si dirigono ai cantieri, alla Cittadella del Carnevale, costruita nel 2001.

    Siamo agli inizi del processo di realizzazione dei carri e delle mascherate che parteciperanno ai corsi mascherati, quando le diverse famiglie di “carristi” pensano ai temi da proporre ai fans per la nuova opera. Un Carnevale che da sempre interpreta in modo satirico la politica e i temi di attualità. Al punto che “diceva Andreotti” che se un politico non veniva rappresentato alla sfilata di Viareggio, significava che non contava nulla.

    “I figli dei figli di Michelangelo” si dice a Viareggio di questi artisti veri della cartapesta e delle macchine da teatro. Artigiani che hanno dentro l’arte della commedia, della satira, della rappresentazione, pensando a un canovaccio basato su un tema di attualità. Italiani, toscani, che secondo la migliore delle tradizioni si sfidano, si sfottono e si lanciano in una competizione furiosa.

    Tutti i carristi più famosi, e anche i personaggi “minori” del Carnevale, si raccontano con grande verità. Basti la scena della vestizione del re del Carnevale, che si fa aiutare dalla moglie, in un dialogo tra i due che sembra rubato, tanto è spontaneo.

    Concentrato sull’edizione del 2015, il documentario non è storico, ma è già storia riportando la testimonianza di carristi che sono nel frattempo scomparsi. C’è infatti per tutto il film il commento di Arnaldo Galli, che ha creato opere per il Boccaccio ’70 di Federico Fellini. E c’è Gilbert Lebigre,che con la moglie Corinne Rogere i figli ha dato vita a una nuova famiglia di artisti del carnevale.

    Il documentario segue i vari passaggi. Dall’ideazione alla realizzazione dei carri e delle relative coreografie, fino alla notte prima del Carnevale e quindi al corso mascherato.  Paga, necessariamente, la storicizzazione a eventi di quattro anni fa.  Per esempio uno dei personaggi più presi di mira è l’allora premier Matteo Renzi, che in un carro viene partorito da una oscena Merkel-mammina dell’Europa. Tra gli altri temi, il riscaldamento globale come “grande freddo” con Putin, Obama, Xi Jinping (“in Cina ci avrebbero arrestato” dicono a Viareggio) e la minaccia della pedofilia, che risulterà il carro vincitore.

     

  • Arte e Cultura

    Pavarotti, il tenore che cantava al mondo

    "Dopo i Beatles e Jay-Z, mi sono messo alla ricerca di un soggetto accattivante e ho trovato Luciano Pavarotti. Negli Stati Uniti tutti lo conoscono come il più grande cantante d’opera di tutti i tempi con oltre 100 milioni di dischi venduti nel corso della sua carriera, ma pochi sanno della sua vita privata".

    Ron Howard è a Roma per la presentazione del documentario Pavarotti, in concorso alla Festa del Cinema e nelle sale italiane il 28, 29 e 30 ottobre. Il documentario realizzato con materiale di archivio, riprese dal vivo e interviste a familiari, manager e colleghi illustri, fa emergere la storia personale dell’artista come marito e come padre. Il suo viaggio dalle sue umili origini nel Nord Italia fino allo status di superstar mondiale. 

    "C'è molto da celebrare della sua vita. Ho scelto un approccio onesto per portare sullo schermo l'uomo dietro l'artista. Ho fiducia che il mondo e il pubblico potranno capire alcune sue scelte all’insegna di una commercializzazione difficile da accettare, se vista con un occhio esterno", dice  Howard. Che aggiuge: La famiglia è stata molto disponibile ad aprirci le porte all'archivio privato e a raccontare la verità sui difficili rapporti tra Adua e Nicoletta, rispettivamente la prima e la seconda moglie di Pavarotti". 

    La Coppa del Mondo del 1990 in Italia è stata l’occasione in cui l’opera ha conquistato il grande pubblico: in quell’occasione, sul palco di Roma, Pavarotti si è unito ai colleghi tenori Placido Domingo e José Carreras, esibendosi per un pubblico mondiale di 1,4 miliardi di persone.

    Con gli show di beneficenza «Pavarotti&Friends» ha accostato lirica e pop. Con quella voce di tenore che era un dono degli dei, ha incantato il mondo, come nel suo concerto più bello, ad Hyde Park, Londra, davanti a Carlo e Diana, con 150mila spettatori in silenzio sotto la pioggia con gli ombrelli chiusi.

    Ascoltiamo le sue magnifiche registrazioni discografiche realizzate trala fine degli anni ’60 e la fine dei ’70, e assistiamo al suo cammino verso la monumentalità. Il documentario restituisce così il ritratto intimo di un artista sensibile, il mito del tenore e del do di petto."L'ho visto la prima volta alla fine degli anni ottanta ad un grande evento ad Hollywood - continua Howard -  e sono rimasto affascinato da un personaggio di grande carisma.

    Con questo lavoro, ho osservato la sua vita più da vicino, le sue passioni e la sofferenza per alcune scelte artistiche. Ha conquistato il Nord America e nuovi fans, mentre la critica gli ha voltato le spalle per le sue sempre più ricorrenti incursioni nella musica pop"

    Il personaggio pubblico – con tutto il gossip che ne è derivato negli ultimi anni – ha stritolato lentamente il Pavarotti privato. "Big Luciano possedeva un’innata facilità nel far partecipare il pubblico alle emozioni veicolate dal suo canto. E' riuscito a portare l'opera nelle case del grande pubblico, a rendere l'opera una forma di racconto accessibile a tutti. E' questa la sua eredità più grande".

     

     

     

  • Art & Culture

    American Stars Abound at the 14th Rome Film Fest

    “Racism, migration, and climate change are amongst the themes touched in the selected works,” according to Antonio Monda, the festival’s artistic director for the fifth year in a row. 

    Many titles, between films and documentaries, 33 are part of the Official Selection, 13 close encounters with directors and actors including Bill Murray, Benicio Del Toro, Ethan Coen, Ron Howard, John Travolta, Viola Davis, and Edward Norton. 25 countries are represented, 19 of the directors are women, and there are 37 world premieres. But the fest will expand beyond the Auditorium “because this year it will involve 18 locations across the city, including the neighborhood of Rebibbia and the Gemelli Hospital, while the red carpet will be roled out in 8 parts of the city,” Monda explains.

    Great anticipation for Martin Scorsese’s The Irishman, with Robert De Niro, Joe Pesci and Al Pacino, already presented at the New York Film Festival. A criminal saga narrating 40 years of American counter-history. Among others, the Downton Abbey movie based on the famed series, Honey Boy with Shia LaBeouf, the opening film Motherless Brooklyn by Ed Norton, Hustlers a film about the world of strippers with Jennifer Lopez, the Judy Garland biopic Judy, with Renée Zellweger, and Pavarotti, the documentary by Ron Howard.

    Three participating films are Italian, two are part of the Official Selection: Il ladro di Giorni (The Thief of Days) with Riccardo Scamarcio, and the documentary by Alessandro Piva, Santa Subito, while Cristina Comencini’s Tornare will be the closing film. 

     

    Lifetime achievement awards will go to Bill Murray, who will receive the prize from director Wes Anderson, and to Viola Davis, the only African American actress to have won a Tony, and Emmy and an Oscar.

    Interdependence is among the most anticipated special events. Every episode of the film is directed by independent directors from all five continents, who unite their strengths to sensitize public opinion to environmental issues and climate change: each one offers a unique perspective on the concept of interdependence. 

    Negramaro. L’anima vista da qui, a documentary about the band from Apuglia, who will then meet with the audience. More on music with the documentary about Kurt Cobain’s last concert and The Fanatic, a film with John Travolta, who played many roles tied to music and dance.

     

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