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Da Pontedera a New York: il WorkCenter di Jerzy Grotowski. Diario di uno spettatore

Alessandro Cassin* (November 13, 2010)
A New Work, Mario Biagini e Thomas Richards hanno condotto workshops, proiettato film e discusso delle loro attività a Pontedera, ma soprattutto hanno presentato in spazi pubblici e privati due lavori: "I Am America" e "Electric Party"

Un lavoro teatrale itinerante può avere le caratteristiche di un organismo vivente, pulsante: inspira, espira, si dilata e si contrae con il mutare del suo contesto. Un esempio emblematico è stato il recente soggiorno newyorchese del Workcenter di Jerzy Grotowsky e Thomas Richards.
 

Sotto la guida di Mario Biagini, il Workcenter ha presentato una serie di lavori scaturiti dal suo Open Program, centrati sulla poesia di Allen Ginsberg. Sarebbe inesatto definirla una tournée, un giro promozionale o uno show case, aveva piuttosto le caratteristiche di una visita, ovvero il sapore del genuino scambio culturale. 

A New Work, Mario Biagini e Thomas Richards hanno condotto workshops, proiettato film e discusso delle loro attività a Pontedera, ma soprattutto hanno presentato in spazi pubblici e privati due lavori: I Am America e Electric Party. Il senso più profondo dell’operazione - auspicabilmente anticipatrice di future permanenze su questa sponda dell’Atlantico - è il confronto tra il lavoro sul senso specifico della poesia nella società, e la città, i luoghi e la lingua in cui Ginsberg ha sviluppato la sua voce poetica.
 

E’ chiaro che non si tratta affatto di una rivisitazione dell’universo poetico di Ginsberg o di una certa sensibilità degli anni’60. Piuttosto di un incessante interrogarsi sul mondo contemporaneo: un gruppo di giovani esplora il proprio presente, delinea possibili viaggi iniziatici, cerca risposte, il tutto a partire dalle parole del poeta/profeta Ginsberg.

Ho seguito da vicino il lavoro a New York domandandomi a più riprese da dove traesse il suo travolgente impatto emotivo. Senza giungere a risposte definitive, ho individuato almeno tre fattori essenziali. ll punto di partenza mi pare sia un irrefrenabile “desiderio”. Questo desiderio o “desiderare in gruppo” è la fonte da cui scaturisce l’energia, la vitalità, la presa politica, l’ironia e la spudorata franchezza degli undici performers: Itahisa Borges Méndez, Lloyd Bricken, Cinzia Cigna, Davide Curzio, Marina Gregory, Timothy Hopfner, Agnieszka Kazimierska, Felicita Marcelli, Alejandro Tomás Rodriguez, Chrystèle Saint-Louis Augustin, Julia Ulehla.

Un secondo fattore è il modo di stare insieme di questo gruppo. L’intensità con cui si ascoltano e muovono insieme ricorda, per usare un termine dell’anarchia classica, ciò che Kropotkin chiamava mutuo appoggio. Il risultato è una vitalità collettiva, un essere vivi nel corpo, nella voce, nella ricerca di significati. Solidali e uniti nel continuo passaggio tra entusiasmo spregiudicato all’introspezione malinconica che scaturisce dai blues. Il terzo elemento è il particolare uso dei testi poetici. Non un “teatro di poesia” ma un’ipotesi di poesia come tradizione orale, generatrice di azioni drammatiche, politiche e di soul searching. Dunque in fondo un uso del materiale testuale molto più vicino al teatro greco che non alla drammaturgia contemporanea, dove il testo diventa “fatto letterario”.

Electric Party

Sono tra gli ultimi tra le 130 persone ammesse nel Bowery Poetry Club un piccolo locale della Lower East Side dedicato a poesia e musica, dopo mezz'ora di attesa per strada.

Pubblico in piedi in platea a ridosso del palco su cui i performers in abiti ‘sixties distribuiscono voluttà e entusiasmo alternandosi ai microfoni e alle chitarre. Parte la musica e si percepisce subito che non si tratta di un concerto ma di un “musical offering” una presentazione festosa/rituale di materiale musicale. Sono canzoni che hanno composto i ragazzi su testi di Ginsberg ,alternate ad alcuni blues. A seconda del brano, cambia la configurazione sul palco, a volte un solista con backup più spesso una voce leader che spazia sulle armonie degli altri. La qualità vocale, l’intensità comunicativa avvolge subito il pubblico che si avvicina quanto può percependo a pelle il senso di urgenza di questi canti. Musicalmente è un cocktail in cui i vari generi, rock, folk, blues,operetta, cabaret, e spirituals, più che fondersi emergono alternativamente.
 

Electric Party non è una successione di brani, una scaletta musicale, ma una percorso musicale che coinvolge il pubblico progressivamente in una sorta di rito pagano contemporaneo. L’intensità cresce quando i performers lasciano il palco e camminano cantando come in una processione tra il pubblico. Il potere evocativo dei blues del sud degli Stati Uniti trascina il pubblico in uno stato di abbandono. che raggiunge un momento culminante durante un’azione cantata tra il pubblico in cui Alejandro Tomás Rodriguez, finisce per terra a torso scoperto in una serie di contorsioni, movimenti e tremori che sembrano insieme conseguenza e origine del suo cantare. La serata è un “party” nel suo spirito gioioso, informale e intimo. Ma è nel momento i cui i performers, sparpagliati tra il pubblico, intonano prima un “om”, come in apertura di una classe di yoga, e poi cantano a cappella tra il gli spettatori, che la fusione tra performer e spettatore sembra completarsi e l’intera folla riunita al Bowery Poetry Club pare unirsi idealmente ai canti e alla musica.

I Am America

I Am America è strutturato come uno spettacolo teatrale il cui tessuto connettivo sono una serie di canzoni (grosso modo le stesse di Electric Party).L’evento ha inizio con i performers che conducono il pubblico all’interno dello spazio per formativo invitandoli a accomodarsi in apposite “isole” scaglionate lungo il perimetro della sala. Tra noi che entriamo e loro che ci aspettano si crea una tensione fatta di sguardi, presa di coscienza, fisicità. Ci accolgono con la semplicità della loro presenza: un sorriso, un gesto, lo spostare il peso da una gamba all’altra. La mia attenzione gravita verso una performer (Cinzia Cigna) che con la grazia e l’organicità di un ritratto di Velazquez, semplicemente aspetta. Tutto il suo corpo è teso in questa azione e quello che lo rende credibile è che non recita semplicemente, agisce.
 

Una volta che il pubblico ha trovato i propri posti, lo spettacolo è già iniziato impercettibilmente, come un profumo che si diffonde nell’ambiente. La sala stessa rapidamente si trasforma in un “environment” (nell’accezione ecologica) che i performers coabitano con il pubblico senza barriere architettoniche o psicologiche. Basta pochi minuti per intuire che sta accadendo qualcosa di straordinario: davanti a noi si sta creando una comunità, e ne siamo immediatamente, necessariamente, parte. Undici performers, undici distinte individualità, danno vita a qualcosa che non ha nulla a che vedere con la rappresentazione, ma riguarda l’agire hic et nunc, su una serie di stimoli e intuizioni. Subito siamo immersi in una sequenza di canzoni, azioni strutture drammatiche e movimenti coreografati che costituiscono lo spettacolo. Unico oggetto di scena una grande bandiera a stelle e strisce.
 

Mario Biagini, ogni fibra muscolare in ascolto, segue l’azione in piedi tra il pubblico con la partecipazione di un padre.  
 

I testi di Ginsberg, alternati a struggenti blues tradizionali costituiscono la materia prima, che via via si trasforma nella sostanza di questo spettacolo che si cristallizza attorno una decina di momenti musicali/drammatici distinti. La voce di Ginsberg, la sua visione radicale e profetica, sembra risuonare in tutta la sua attualità attraverso le azioni di questi ragazzi. Così come la sua capacità di coniugare analisi politica e slancio vitale al buddismo o alle Lamentazioni di Geremia.
 

C’è una corrispondenza diretta tra il modo in cui i corpi dei performes danno vita a azioni corali e quello in cui le parole di Ginsberg paiono prendere vita, nelle canzoni e in monologhi. I testi cantati o talvolta parlati sono un collage dalle poesie di Ginsberg che assume la forma di dialogo tra America (Marina Gregory) e i suoi figli/cittadini. Mentre America proclama le sue visioni di speranza, fallimento e monito con il piglio da profeta biblico, in monologhi allucinati, i suoi figli/ cittadini incarnano i molteplici impulsi, istanze politiche, e contraddizioni che compongono il suo corpo sociale. It occurs to me that I am America. Il dialogo tra America e i suoi tanti figli è in realtà una lunga serie di domande, costantemente riformulate fino ad arrivare alla conclusione che “siamo” tutti l‘America o che l’America non è altro che la somma di tutte queste pulsioni.

La gamma espressiva di Marina Gregory si esalta in monologhi che si snodano secondo un ritmo interiore in contrappunto al ritmo sia dei versi di Ginsberg che delle armonie cantate dagli altri performers. Riconoscibili nelle canzoni alcuni versi celebri dalle poesie America e Kaddish, ciò che più traspare è lo spirito stesso del poeta che Yevtushenko ha definito “Omm-issario della poesia americana” e che riecheggia ispirato e beffardo. A tredici anni dalla scomparsa del poeta la sua lingua sembra più che mai attuale: i suoi versi hanno ritmo e cadenza del linguaggio parlato, stabilendo un nesso diretto tra poesia e vita vissuta.
 

Filtrando Ginsberg, i ragazzi del Workcenter fanno loro le promesse e i fallimenti della democrazia americana, la centralità delle pulsioni erotiche e il bisogno di genuina spiritualità nell’esperienza quotidiana. Una caratteristica dello spettacolo è la particolare qualità dell’attenzione che si instaura nella sala. Spiegarlo è difficile, sicuramente ha a che vedere con il modo in cui gli attori si ascoltano l’un l’altro, in uno stato di tensione che coinvolge tutto il corpo e lo sguardo. Questo ha un’efetto “epidemico” sul pubblico che in qualche modo si unisce a loro. Come? Attraverso lunghi sguardi mirati con cui gli attori passano in rassegna i membri del pubblico stabilendo intensi contatti individuali, con l’effetto cumulativo di renderli individui partecipi anzichè massa.
 

Mentre lo spettacolo volge al termine l’impressione è quella di essere stati trasportati in una dimensione in cui il teatro rivendica la sua capacità arcaica di comunione tra i partecipanti.
 

Un iniezione di energia creativa, capace di commuovere e rinvigorire.

I Am America è uno spettacolo dalla struttura apparentemente esile, ma in realtà estremamente solida e flessibile. Vederlo in serate successive in luoghi fisici diversi è illuminante. La “prima” newyorchese avviene al di Baryshnikov Arts Center, in una sala di specchi, cemento e vetrate adatto forse alla danza, ma del tutto inadeguato a uno spettacolo in cui la voce e chitarre acustiche giocano tutto su tonalità, armonia e bellezza del suono. Il gruppo si adegua rapidamente e trovando forza nella struttura delle azioni, abita questo spazio dall’acustica terribile, riempiendolo di suoni e calore. Qualche sera più tardi lo spettacolo è presentato in un loft privato: qui le condizioni sono diverse. Una discreta acustica e soprattutto il pubblico molto più stretto a ridosso dei performers restringe lo spazio fisico per le azioni coreografate. Di nuovo il gruppo si adatta rapidamente: se le corse sono più corte e i movimenti meno ampi, la vicinanza più stretta del pubblico aumenta l’intimità. E’ davvero teatro da camera e questa volta l’aspetto musicale fruisce di un acustica più calda. La terza volta lo spettacolo è in scena alla Saint Mark Church, nell’East Village, luogo storico per la poesia dove Allen Ginsberg era solito leggere i suoi testi. Il passaparola ha fatto sì che l’attesa sia grande, un pubblico giovane e attento si mette pazientemente in coda davanti all’entrata. La capiente navata della chiesa con l’altezza del suo soffitto è finalmente un luogo capace di esaltare lo spettacolo acusticamente. E per questo spettatore, l’emozione affiora dai primi canti, ormai familiari.

Lo spettacolo procede con impeto, come successive folate di vento. Più che mai mi accorgo di quanto i performers sanno sostenersi vocalmente a vicenda nel canto come nelle parti parlate. Ad esempio qui più che nelle altre sale, quando Agnieszka Kazimierska si lancia nel suo monologo apocalittico, il canto degli altri fa da cornice e sostegno, esaltandolo. Un verso, “sincerity is the key to eternity” cantato nella prima parte dello spettacolo, pare esprimere sinteticamente l’approccio mentale del gruppo.
 

Gli undici performers diventano gruppo, popolo, comunità attraverso azioni e cantando insieme. La cosa che affascina è che pur nella precisione del ritmo, della melodia e dell’azione fisica, ognuno di loro ha un approccio del tutto idiosincratico al lavoro. Si sente una ricerca comune ma individuale in cui è assente la tentazione di imitarsi. I loro corpi, i loro volti le loro voci sono aperte al punto che nel corso di poco più di un’ora di spettacolo si ha la sensazione di conoscerli intimamente, di accordargli la nostra fiducia. La musica e l’azione ce li presentano volta per volta in gruppi di due ( intensissimi i momenti tra Alejandro Tomás Rodriguez e Davide Curzio), tre, cinque e undici esplorando varie possibilità combinatorie. Alla dizione perfettamente modulata di America/Marina Gregory si contrappone suggestivamente la cacofonia degli accenti degli altri performers, come in uno spaccato della New York multi etnica. I blues introducono un elemento tradizionale, una malinconia e un legame con il passato, e anticipando o concludendo percorsi drammatici, sono spesso momenti epifanici come “This away, That away” (guidato da Felicita Marcelli). Le visioni folgoranti, la critica sociale, il coraggio di esporsi e autoesaminarsi di Ginsberg echeggiano con freschezza nei canti e nei monologhi che riempiono la chiesa.
 

Quando il lungo applauso del pubblico si spegne, colgo alcuni commenti rivelatori: una studentessa ” Sono in uno stato di confusione totale ma sento che questo é un vero evento mi ha toccato il cuore e la mente!” poi un ex brooker: “ho sentito Allen Ginsberg leggere le sue poesie nel 1979, ne fui attratto ma non ho capito niente: stasera tutto è diventato chiaro, voglio rileggerlo!”.

*Alessandro Cassin è un giornalista italiano residente a New York. E' un giornalista de L'Espresso e corrispondente per The Brooklyn Rail,  Lacanian Ink (USA) e Arquine (Messico). E' anche Direttore Editoriale al Centro Primo Levi

 

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