header i-Italy

Articles by: Letizia Airos soria

  • Life & People

    Lorenzo Zurino: “I’m not one to show off, I like to work”

    IN LINGUA ITALIANA >>

    He was born and raised in Sorrento, went to school in Amalfi, but now lives mostly between New York and Milan.

     

    Lorenzo Zurino is born in a family of important traders in Campania, but decides to move to America. Very young, he is ready to realize his American dream.

     

    “The first time I came to America on holiday, I was 17 and I fell in love with the country. My father deals in food distribution across Costiera Amalfitana, Costiera Sorrentina and Capri. I come from a family that’s been doing that for 104 years, so 4 generations.”

     

    He remembers how his great-grandfather used ‘chiatte’ (barges) to go to Sorrento. “There were no cars back then!”

     

    But Zurino decides not to take on his father’s business. “There certainly has been some tension in the family. I shared my desire to study to become a lawyer...my father went mad!

     

    But I had been a ‘daddy’s boy’ and I didn’t want to follow in his footsteps, it felt like a limitation of my freedom. I’m a Romantic: I wanted to test myself.”

     

    He interrupts his studies, however, and his path goes in a different direction, ultimately not far from that of his father. At 22 he founds his first company and calls it ‘The One.’

     

    “I chose this name because it was my first business. I wanted to live in America and so I created it here. So, 11 years ago, at age 23, I came to the US.”

     

    And he gets started: “I managed to sell 700 bottles of my father’s white wine over the phone, using his contacts. Then, when I got to New York, I met Gianfranco Sorrentino, the President of Gruppo Italiano Ristoratori e Distributori. He has been fundamental, he taught me so much.”

     

    But what does Zurino do today?

     

    “Essentially, in some cases I trade products, I buy and I sell.

     

    Other products, I bring to distributors across 11 states. So I present and bring Italian products to the US. I handle logistics.  

     

    My job has evolved over the years. When I first arrived, I used to go around with my suitcase telling people ‘my product is good.’ I let the product do the talking.

     

    Now, if I want to push a company, I go directly to supermarket chains. I follow the product. I’m a sort of ‘pillow’ between those selling the product and the final retailers.

     

    Essentially, I ‘create’ the company for America, for the American market. For example ‘Caffe Motta’ didn’t exist here and I brought it.”

     

    He doesn’t like to speak of internationalization though…

     

    “I find that it’s a word that gets overused. Everyone ‘does internationalization’, yet nobody sells a grain of rice.

     

    I was lucky because, if on the one hand there are many companies that focus on internationalization and market analysis, on the other hand, it also happens that big businesses who have gone to them and spent at least 100 thousand dollars, didn’t achieve anything.

     

    That’s how, little by little, they started coming to me, ‘He may be young but he’ll probably sell that sack of rice!’ Italy is a small country, it spread by word of mouth. I’ve always been very low profile, I let the big companies speak. But when NIAF gave me that award, for the first time, I looked back and thought ‘Ok, I’ve accomplished a few things.’”

     

    For the past two years, he’s been closely following small and medium businesses as well. The heart of Italian entrepreneurship, full of potential but still getting very little attention.

     

    “Sure, I had to start with large businesses because I had to create some flow, but Gianfranco Sorrentino always told me ‘Lorenzino, quality pays back in the long run,’ and it’s true.

     

    So I started with rice from Sardinia. Nobody knows that they have rice fields in Sardinia, which produce high-quality rice.

     

    Then I went to Pachino in Sicily (Pachino tomatoes have had a boom but very few people know that it’s also the name of a town) and I met with the main local producer of fresh Pachino and I asked him to put it in a jar. We called it ‘Bottega di Sicilia’ and we sell it, at a price, but it’s the real thing.”

     

    A niche market but a great start for those small to medium-sized businesses that have potential abroad.

     

    “In these cases, we sell to restaurants, we’re not doing large-scale distribution for now. I see if something sells or if it doesn’t. If I don’t know, I ask my 70 distributors located across 11 states.”

     

    And he has to say no to those who can’t make it into the American market…

     

    “I make some enemies, sure, but if I do my research and realize that something won’t work, I don’t take it on. I like to sleep soundly, especially in the last 2 years since I became a father…”

     

    And you can see the profound emotion in his eyes when he says the word ‘papà’ (father), which is much more important than any professional achievement. He talks business, sure, but behind every success story there are men and women with regular lives and feelings.

     

    To conclude our interview, I ask him about his next steps.

     

    “I’m currently selling in 11 states, the US has 50... I’m not one to show off, I like to work.”

  • Fatti e Storie

    Lorenzo Zurino. “Non sono uno che fa show-off, sono uno che lavora!”

    IN ENGLISH LANGUAGE >>

    E’ nato e cresciuto a Sorrento, ha frequentato la scuola ad Amalfi, ma oggi vive soprattutto tra New York e Milano.

    Lorenzo Zurino appartiene ad una famiglia di commercianti molto importantei in Campania, ma decide infatti di trasferirsi in America. E’ giovanissimo e pronto, da subito, a realizzare il suo sogno americano.

    “La prima volta che sono venuto in America in vacanza avevo 17 anni e mi sono innamorato del Paese. Mio padre si occupa di distribuzione di cibo in Costiera Amalfitana, Costiera Sorrentina e Capri. Appartengo ad una famiglia che lo fa da 104 anni, quindi da 4 generazioni.”

    Ama ricordare che il suo trisavolo, per andare a Sorrento, usava le chiatte. “Non c’erano macchine allora!”.

    Ma Zurino decide di non prendere in mano l’attività del papà. “Ci sono certo stati degli attriti in famiglia. Ho comunicato che volevo studiare,  fare l’avvocato…. ricordo che mio padre sembrava impazzito!

    Ma io sono stato figlio di papà e mi pesava seguire le sue orme, Mi sembrava una limitazione della mia libertà. Sono un romantico: mi volevo mettere alla prova.”

    I suo studi per diventare avvocato però si interrompono, la sua strada è un’altra e poi, alla fine, non troppo lontana da quella di suo padre.  A 22 anni fonda la sua prima azienda, la chiama “The one”.

    “Il nome viene dalla mia  prima partita IVA. Volevo vivere in America e quindi l’ho fatta in America. Dunque 11 anni fa’, a 23 anni, sono venuto negli USA.”.

    E comincia così: “Sono riuscito a vendere a telefono 700 bottiglie di vino bianco di papà, usando i suoi contatti. Poi, arrivato a New York,  ho incontrato Gianfranco Sorrentino, presidente del Gruppo Italiano Ristoratori e Distributori.  E’ stato fondamentale,  mi ha insegnato molto”

    Ma cosa fa oggi Lorenzo Zurino?

    “Essenzialmente, per alcuni prodotti,  faccio trading, compro e vendo.

    Altri li destino ai distributori in 11 stati americani. Dunque presento e porto negli USA  prodotti Italiani, mi occupo di logistica.

    Il mio mestiere, negli anni, si è molto evoluto. Quando sono arrivato qui giravo con le valigette e dicevo ‘il mio prodotto è buono’.  Facevo parlare il prodotto.

    Adesso, se voglio spingere un’azienda, mi rivolgo direttamente alle catene dei supermercati. Seguo il prodotto. Sono una sorta di ‘cuscinetto’ tra chi produce e chi vende al conservatore finale.

    Quindi in sostanza ‘creo’ l’azienda per l’America, per il mercato americano. Per esempio ‘Caffè Motta’ non esisteva qui e l’ho portata”.

    Non ama però parlare di internazionalizzazione...

    “Trovo che sia una parola molto abusata. Tutti fanno internazionalizzazione, ma nessuno vende un chilo di riso.

    La mia fortuna è stata che,  se da un lato ci sono tante aziende che fanno internazionalizzazione e analisi di mercato, dall’altro è successo anche che grandi società, dopo essere andate da loro,  e lasciato magari almeno 100 mila euro, non hanno concluso niente.

    Ecco che poi piano piano sono venuti da me ‘sarà giovane ma probabilmente quel pacco di riso ce lo vende!’.  L’Italia e un paese piccolo, è stato un passaparola. Io sono sempre stato low profile, lascio fare alle grandi aziende. Ma mentre mi davano il premio alla Niaf, forse per la prima volta, mi sono guardato dietro e mi sono detto ‘qualcosina hai fatto!’”

    Sono due anni che segue attivamente anche le piccole e medie imprese. Il cuore del sistema imprenditoriale italiano, con tanto potenziale ancora così poco considerato.

    “Certo ho dovuto iniziare con le grandi società perché dovevo muovere i contenitori, ma c’era Gianfranco Sorrentino  che mi diceva “Lorenzino, the quality pays back in the long run.” (la qualità ripaga a lungo termine). E’ così.

    Ho cominciato dunque con un riso che viene fatto in Sardegna. Nessuno sa che in Sardegna ci sono le risaie, che producono riso di grande qualità.

    Poi sono andato in Sicilia a Pachino (c'è stato il boom del pomodoro Pachino, ma pochissimi sanno che è anche una città) ho incontrato il più grande produttore locale di pachino fresco e gli ho chiesto di metterlo in barattolo. L’abbiamo chiamato ‘Bottega di Sicilia’ e lo vendiamo, caro, ma è lui, quello vero.”

    Una distribuzione di nicchia, ma un’ottima partenza per quelle piccole e medie imprese che hanno un potenziale all’estero.

    “In questi casi i clienti sono i ristoratori, non facciamo grande distribuzione per ora.  Vedo se qualcosa funziona o non funziona, se non lo so, chiedo ai miei 70 distributori sparsi su 11 stati”

    E deve anche dire dei no a chi non ha la possibilità di entrare sul mercato americano…

    “Mi faccio certo qualche nemico ma, se dopo le mie ricerche, mi accorgo  che qualcosa non funziona, non la prendo. Mi piace dormire tranquillo, soprattutto negli ultimi 2 anni da quando sono papà…”

    E se lo guardi negli occhi percepisci un attimo di vera emozione quando usa la parola ‘papà’, molto più importante di un successo nel suo lavoro. Si parla di affari con lui, certo, ma dietro ogni successo ci sono uomini e donne con una vita comune, sentimenti.

    I prossimi passi? Gli chiedo alla fine della nostra intervista.

    “Io vendo in 11 stati, negli Stati Uniti ce ne sono 50… Io non sono uno che fa show-off (si mette in mostra), sono uno che lavora.”

     

  • George Loring Brown, Monte Pellegrino at Palermo, Italy, 1856
    Facts & Stories

    Palermo: 115 Young Italians From All Over the World to Create a Global Network

    IN ITALIANO >>

     

    They are set to meet in Palermo from the 16th to the 19th of April, all aged 18 to 35: 115 young women and men, originating from every region in Italy, and residing in cities all over the world. 60% are of second or third generation and 40% new immigrants. They speak and write in Italian.

     

    These young Italians abroad are taking on a great commitment. After being selected by the Committee of Italians Abroad (Com.It.Es.)* and by regional councils for emigration, they will work intensely for four days in order to then return to their communities and implement the launch of the first global youth network.

     

    “The event coincides with the ten-year anniversary of the Global Youth Conference, another initiative launched by the CGIE, which brought 400 delegates from all over the world to Rome in December 2008,” recalls General Secretary of the CGIE* Michele Schiavone.

     

    The program consists of two days of innovative participatory techniques, to identify goals and projects; one day of formation with experts to delve deeper into various themes (networks of Italian researchers abroad, work and mobility, cultural heritage, new experiences and opportunities for expat families, soft power, representation for Italians abroad); and finally one morning dedicated to dialoguing with institutions and setting goals in terms of work and commitment for the year to come.

     

    “Since early February, we’ve involved all the participants through preparatory video conferences on the platform Bitmeeting and through questionnaires to encourage maximum engagement and convey the potential of this initiative” explains Maria Chiara Prodi, the President of the Committee ‘New Migrations and New Generations,’ which has been working on the project for the past three years.

     

    We discuss the participants’ profiles with her. “What’s striking is the variety, the intelligence of these students and researchers, the different jobs they hold, from fire-fighter to physical therapist, to special needs teacher, to grand professions such as judge, economist, scientist.”

     

    And where do they come from? “We have the whole world here, even places we weren’t expecting, like Guatemala. In Australia, they have already gone through an intense preparation on the themes we will be discussing, in Norway, they have already produced significant research on the networks. All of this makes us understand that they are ahead and that it’s important to bring their energies together in a system that valorizes them. That’s the objective of the symposium. We intentionally selected people who are already socially active in their territories and able to work in a team.”

     

    Ten years have passed since the Global Youth Conference, ten years that have transformed the world. So much has changed. One of the challenges that the CGIE has had to face is economical. “It was clear from the beginning that we would not have the resources we had in 2008. We contemplated accepting this challenge by turning it into a strength. We jumped. It’s important to work with the actual data, with the economic reality, and build with the tools at our disposal. - continues Maria Chiara Prodi - All this while respecting and sharing the values of the COM.IT.ES upon which we depend, to connect also with the regional councils and institutions that wished to participate, particularly with those of our host city.

     

    Palermo - Italian Capital of Youth in 2017 and of Culture in 2018 - presented itself immediately, thanks also to the work of commission member Gaetano Calà. Local institutions, the municipality of Palermo, with the enthusiasm of Mayor Leoluca Orlando, and the Region of Sicily presided by Nello Musumeci, all endorsed and supported this initiative.”

     

    It’s been a real team effort, that becomes evident as Maria Chiara Prodi thanks all those who contributed alongside the CGIE and local institutions, the Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation, the Regional Councils, but also the Regions who don’t have councils and who worked together with the young migrants to perfect their policies. “We wanted to get past the idea that emigration is solely the competence of Emigration Councils. Many regions don’t have them, but they have departments devoted to internationalization, youth employment, startups, innovation…”  

     

    The participants received their travel reimbursements directly from their territories, the platform BitMeeting (an instrumental partner in determining the success of the symposium), will allow the work to be carried out remotely, room and board are financed by local entities, the commission was funded by the CGIE: meaning each organization and institution did their part. Maria Chiara Prodi’s enthusiasm is fully justified.

     

    “We will ensure that no idea gets overlooked or distorted. We believe deeply in participatory techniques. They enable us to get to the core of what is important and dispel the notion that young Italians abroad don’t care about politics and the activities carried out by associations.

     

    We will analyze and realize that it could very well be that their interests are hardly being heard by the existing representatives.”

     

    One of the selection criteria is motivation. “We wanted them to be formally committed to being active before and after the seminary. This isn’t a vacation. We want them to become the voices of their territories, to report back there what will take place here.

     

    We didn’t intervene directly on the selection process. There have been different experiments corresponding to different situations, to heterogeneous realities across the world. We know that each COM.IT.ES has its own history.

     

    Not all COM.IT.ES participated and neither did every region. The list is on the website. What we hope is to put in motion a positive dynamic, fueled by youthful energy. Those who weren’t able to participate can join us later. I hope that institutions will become sensitized and help us to gain a more stable economic status. We plan on creating working groups, some of which will be connected to objectives such as the State Region Conference that will take place in November and where we would like to send proposals made by young people, like ‘Reti, Ricerca, Innovazione’ (Networks, Research, and Innovation) and more.

     

    It’s a unique opportunity, it’s not easy to bring together, face-to-face, so many young Italians living abroad. That’s why I enthusiastically agreed to participate.

     

    There, I will meet, listen, and ask them if they realize how important they are in presenting the Italian Brand to the world. I will inquire about their awareness of their role as Soft Power ambassadors. We will discuss this with Minister Queirolo Palmas from the DGSP of the Ministry of Foreign Affairs. I will be glad to introduce the General Director of the Youth Agency, Domenico De Maio, who will present his institution, talk about employment, knowledge, and cultural integration amongst young people in different countries.

     

    “The idea is for the young delegates to become a resource on all levels.” says Maria Chiara Prodi.

     

    There is much talk about the status of associations of Italians abroad. It is often said that associationism is dead. This is an opportunity to respond within a changed, glocalized, faster, “liquid” world, one that lives on social media but in which relationships built on physical presence are still needed.   

     

    Although the event will only be accessible to the delegates due to space constraints, everyone will be able to follow their work on the website www.seminariodipalermo.it

     

    ---

     

    *The CGIE is an institution made up of 43 volunteers elected in the countries in which there is a community of Italians, and an additional 20 members nominated by the government. It’s a consultatory organism of the government and the parliament, advising on the main themes that interest the community abroad. Its representative legitimacy derives from the direct election of the components of the COM.IT.ES throughout the world.

     

    * The COM.IT.ES are elected and represent the needs of Italian citizens residing abroad to the Consular Offices, with which they collaborate to determine social, cultural, and civil needs of the Italian community.

     

  • Fatti e Storie

    Palermo. 115 giovani da tutto il mondo per fare rete

    IN ENGLISH >>

    Si troveranno a Palermo dal 16 al 19 aprile.  Hanno tra i 18 e 35 anni. Sono 115 ragazze e ragazze, le loro regioni d’origine seguono la geografia di tutta l’Italia, le città dove vivono sono in tutto il mondo. Per  il 60% sono di seconda e terza generazione e per il 40% di nuova emigrazione. Parlano e scrivono l’italiano.

    E’ un grande impegno quello che aspetta questi giovani italiani all’estero.  Selezionati dai Comitati degli Italiani all’Estero (Com.It.Es.)* e dalle consulte regionali per l’emigrazione, parteciperanno a delle giornate intense, dovranno lavorare per poi tornare nelle loro comunità e attivare la nascita della prima rete di giovani nel mondo.

    “L’evento ricorre nel decennale della Conferenza Mondiale dei Giovani, che nel dicembre del 2008, sempre per iniziativa del CGIE, portò a Roma 400 delegati da tutto il mondo”, ricorda Michele Schiavone, Segretario Generale del CGIE*.

    Il programma prevede due giorni di tecniche innovative partecipative, per fare emergere speranze e progetti; un giorno di formazione per approfondire con esperti vari temi (reti di ricercatori italiani nel mondo, lavoro e mobilità, patrimonio artistico, nuove esperienze e opportunità legate alle famiglie expat, soft power, rappresentanza degli italiani all’estero) ed infine una mattina per dialogare con le istituzioni e darsi degli obiettivi di lavoro e di impegno per l’anno a venire.

    “Da inizio febbraio abbiamo coinvolto tutti i ragazzi tramite video-conferenze preparatorie, utilizzando la piattaforma Bitmeeting, e tramite questionari per incoraggiarli ad un massimo impegno e spiegare loro il potenziale di questa iniziativa” spiega Maria Chiara Prodi, presidente della Commissione 'Nuove migrazioni e generazioni nuove', che da tre anni lavora al progetto.

    Commentiamo con lei  i profili dei giovani che parteciperanno. “Colpisce la varietà,  la levatura, con studenti e ricercatori, con i diversi lavori che svolgono, dal pompiere al fisioterapista, all’insegnante di sostegno,  e le grandissime professionalità di giuristi, economisti, scienziati. “

    E da dove vengono? “Abbiamo tutto il mondo e anche luoghi che proprio non ci aspettavamo, come il Guatemala.  In Australia hanno già svolto un intenso lavoro di preparazione sui temi che affronteremo, in Norvegia hanno realizzato già un’importante ricerca sulle reti. Tutto questo ci fa capire come siano più avanti e quanto sia importante riuscire a mettere insieme le loro energie in un sistema che le valorizzi. Questa è la finalità del simposio. Abbiamo appositamente chiesto che fossero coinvolte persone già attive socialmente nei loro territori e capaci di giocare di squadra”

    Sono passati dieci anni dalla  Conferenza Mondiale dei Giovani, dieci anni che hanno trasformato il mondo, molto è cambiato. Uno degli aspetti che il CGIE ha dovuto affrontare è sicuramente quello economico.  "Era chiaro fin dall’inizio che non avremmo avuto le risorse del 2008. Ci siamo posti la domanda se accettare la sfida per farne un punto di forza.. Ci siamo lanciati. E’ importante partire da dati contemporanei,  dalla realtà economica e lavorare, costruire con i mezzi che si hanno. - continua Maria Chiara Prodi -  Tutto nel rispetto e condivisione dei valori dei COM.IT.ES  da cui noi dipendiamo, per connetterci anche con le Consulte Regionali e le istituzioni che hanno voluto  partecipare, in particolare con quelle della città ospitante.

    E Palermo - grazie anche al lavoro di Gaetano Calà nella nostra commissione -  si è presentata subito, capitale italiana dei giovani nel 2017 e della cultura nel 2018. Le istituzioni locali, il Comune di Palermo, con l’entusiasmo del suo sindaco Leoluca Orlando,  e la Regione Sicilia, con il presidente Nello Musumeci, hanno sposato e sostenuto questa iniziativa.”

    E’ stato un vero lavoro di squadra, lo si capisce quando Maria Chiara Prodi ringrazia tutti coloro che hanno contribuito,  insieme al CGIE e le istituzioni locali,  il Ministero Degli Esteri e Cooperazione Internazionale, le Consulte Regionali ma anche le Regioni che non hanno Consulte hanno lavorato insieme per perfezionare le loro politiche con i giovani immigrati. “ Abbiamo voluto superare l’idea che l’emigrazione sia competenza sole delle Consulte dell’emigrazione. Molte regioni non le hanno, ma hanno assessorati all’internazionalizzazione, economia per i giovani, start up, innovazione …. “.

    I giovani hanno recuperato le spese di viaggio direttamente dai loro territori, la piattaforma BitMeeting (partner molto importante per il successo del simposio), consentirà di seguire i lavori in via telematica, il vitto e l’alloggio sono coperti con finanziamenti degli enti locali, la commissione è finanziata con fondi del CGIE. Ogni organizzazione e istituzione ci ha messo il suo quindi.  Quello di Maria Chiara Prodi è un entusiasmo più che motivato.

    “Faremo in modo che  nessuna delle idee venga sottovalutata o manomessa. Crediamo molto nelle tecniche partecipative. Permettono di arrivare al fulcro di cosa è importante e smentire il fatto che i giovani italiani all’estero non si interessino alla politica,  alle attività associative.

    Analizzeremo e capiremo: non sarà che i loro interessi vengono ascoltati a fatica dalle rappresentanze esistenti?”

    Tra i criteri di scelta dei giovani delegati la motivazione. “Abbiamo voluto che si impegnassero formalmente ad essere attivi prima e dopo il seminario. Non saranno giorni di vacanza. Vogliamo che si rendano portavoce dei propri territori.  Che quello che accadrà venga riportato nei loro territori.

    Non siamo intervenuti direttamente sulle pratiche di selezione. Ci sono stati esperimenti diversi che corrispondono a situazioni diverse. Realtà eterogenee nel mondo. Siamo consapevoli che ogni COM.IT.ES ha una sua storia.

    Non tutti i COM.IT.EShanno partecipato e non tutte le regioni. La lista è sul sito.  Quello che ci aspettiamo è di mettere in moto una dinamica positiva e di energia giovane. Chi non ha avuto modo di partecipare può raggiungerci dopo.  Spero che le istituzioni si sensibilizzino, ci aiutino a trovare condizioni economiche più stabili. Abbiamo in programma di creare gruppi di lavoro, tra questi alcuni connessi  a degli obiettivi come 'la Conferenza Stato Regione' che si svolgerà in novembre, dove vorremmo mandare proposte che vengono da giovani, come 'Reti, Ricerca, Innovazione' e altre.

    E’ un’occasione unica, non è facile far incontrare dal vivo tanti giovani italiani che vivono nel mondo. Per questo ho accettato con entusiasmo di partecipare anch’io 

    Li incontrerò, ascolterò, e domanderò a loro se sono consapevoli della loro importanza nel portare nel mondo il Brand Italia, chiederò a loro se sanno di essere ambasciatori inconsapevoli di Soft Power.  Ne parleremo insieme al ministro Queirolo Palmas della DGSP del Ministero degli Esteri e Cooperazione Internazionale. Sarò lieta di introdurre il  Direttore Generale dell’Agenzia Giovani, Domenico De Maio,  che presenterà l’istituzione che rappresenta, parlerà di lavoro,  conoscenza e integrazione culturale tra giovani in Paesi diversi.

    “L’idea è che i giovani delegati diventino una risorsa a tutti i livelli.” dice Maria Chiara Prodi.

    E c’è un gran parlare (e a volte far finta di niente) dello stato delle associazioni di italiani all’estero. Si dice spesso che l’associazionismo sia morto. Questa è l’occasione per dare una risposta in un mondo che è cambiato, glocalizzato, veloce, 'liquido'', che vive sui social ma che continua ad avere bisogno di rapporti basati sulla presenza personale.

     

     

    Benché riservato ai delegati per questioni di spazio, sarà possibile per tutti seguire i lavori tramite il sito www.seminariodipalermo.it

     

    ---

    * CGIE è un’istituzione composta di 43 volontari eletti in tutti i paesi dove è insediata una comunità di italiani, a cui si aggiungono 20 membri di nomina governativa. E un organismo di consulenza del Governo e del Parlamento sui grandi temi che interessano le comunità all’estero. Esso deriva la sua legittimità rappresentativa dall’elezione diretta da parte dei componenti dei COM.IT.ES nel mondo

     

    * COM.IT.ES sono eletti e rappresentano le esigenze dei cittadini italiani residenti all’estero nei rapporti con gli Uffici Consolari, con i quali collaborano per individuare le necessità di natura sociale, culturale e civile della collettività Italiana..)

     

  • Art & Culture

    Mesmerized by Mafalda Minnozzi's Voice

    In lingua italiana >>

    She owns the stage. With all the sweetness and strength that only a woman, who understands the meaning of fragility, can grasp. 

    She hypnotizes your entire body, inviting it not only to listen to her, but also to dance, follow the rhythm, even sing along. I don’t have a great voice and have the reserve to withhold it when she invites the audience to follow along. I regret this later, however. I didn’t let myself go, I told her “no”. I’m sorry. I may have missed out on something, a part of her.

    Crowned by her red hair, two experienced eyes observe the audience without losing focus. Mafalda Minnozzi appears to traverse you when she sings, giving herself to the public each time, no matter where she is singing her songs: a theatre, home, studio, park…

    I heard her sing recently at my friend Patrizia di Carrobio’s home. Thanks to her I enjoyed yet another unforgettable evening of 1960s musical hits: precious gems recast by her voice.

    As she sings, Mafalda Minnozzi gives herself but also receives from those who listen. You find yourself engaging in a cycle of mutual generosity. Few artists can accomplish such a feat, which comes from her profound humility. 

    Mafalda’s story is important, difficult, unconventional, and brave. It’s the story of a true interpreter. Her voice is her instrument. She conveys emotions. Each text is given a new life as it passes through her vocal chords. Sometimes it is reborn. She conveys passion and pulls you into a complete sensorial experience. 

    She has not lost her Italianness, but Brazil has gotten into her veins, influencing not only her musical repertoire, but also the way in which her words move through the air, treading their own path alongside the music.

    This is how I see her. This is how I see Mafalda Minnozzi, a singer who, in my opinion, should become much more popular in Italy, where nowadays musical interpreters are given little importance. This certainly wasn’t the case in the time of famous  Italian singer Mina. And one can’t help but wonder whether even the “Tiger of Cremona” (as public also labeled her)  herself would have a hard time emerging in the current system.

    Mafalda Minnozzi also boasts a strong personality. And this too could be a problem in the current Italian musical landscape, which likes to groom its artists.  

    Her roots are between Pavia, where she was born, and San Severino Marche, where she grew up. She then spent her long career between Italy and Brazil and it’s in this Latin American nation that she found true fame.

    She conquered Brazil but the Country also conquered her.

    In Brazil music easily becomes dance. Mafalda does the same with her voice. And sometimes she reworks Italian pieces this way. She plays with different genres, interpreting Italian hits from the ‘60s (by Tenco, Paoli), ‘30s and ‘40s Jazz (Duke Ellington, Billie Holiday), and of course Brazilian songs (by Gilberto Gil, Chico Buarque, Milton Nascimento, Caetano Veloso…).

    Over the past twenty years, she has been performing with Italian-American guitarist Paul Ricci. With him she recorded eMPathia Jazz Duo, a gem that brings together Samba and Jazz, her two musical pillars.

    What else can I say? Go and listen to her. She’s in New York these days. You won’t want to miss it.

    You can find all the info on her website: https://mafaldaminnozzi.com.br/home-page/

  • Arte e Cultura

    Mafalda Minnozzi. Una voce che danza

    English version >>

    La scena è sua. Con tutta la dolcezza e la forza che solo una donna, che sa cosa vuol dire fragilità,  può conoscere.

    Ti ipnotizza tutto il corpo che non solo la vuole ascoltare: vuole ballare, seguire il ritmo, anche cantare. Io non ho una gran voce, ho il pudore di non usarla quando lei invita l’audience a seguirla. Me ne pento dopo però: non mi sono lasciata andare, le ho detto "no". Mi dispiace. Forse ho perso qualcosa di lei.

    Sotto i suoi capelli rossi, due occhi pieni di esperienza che osservano chi ascolta senza perdere la concentrazione.  Mafalda Minnozzi sembra attraversarti quando canta. E si dona al pubblico ogni volta.  Non importa dove si trovi, dove stia intonando le sue canzoni:  teatro, casa, stadio, parco…

    L’ho sentita cantare di recente a casa di un’amica, Patrizia di Carrobio. Grazie a lei ho passato un’altra serata indimenticabile con i successi degli anni ‘60. Vere perle rimodulate dalla sua voce.

    Mentre Mafalda Minnozzi canta, si dona, ma riceve da chi ascolta. Ti trovi coinvolto in un vortice di generosità reciproca. E' un miracolo che pochi artisti sanno fare e che nasce da una profonda umiltà.

    Mafalda ha una storia importante, difficile, controcorrente, coraggiosa. La storia di una vera interprete. La voce è il suo strumento. Trasmette emozioni, ogni testo modulato dalle sue corde vocali sembra vivere un’altra vita. A volte rinasce. Trasmette passione e ti coinvolge in una vera e propria esperienza sensoriale.

    Non ha perso la sua italianità, ma il Brasile le è entrato nel sangue, fa parte non solo del suo repertorio musicale ma del suo modo di muovere le parole nell’aria. Parole che intraprendono un cammino tutto loro adagiandosi sulla musica.

    Così la vedo. Così vedo Mafalda Minnozzi , una cantante che a mio avviso andrebbe conosciuta molto di più in Italia, un Paese dove oggi si concede poca importanza all’interprete musicale. Non era certo così ai tempi di Mina. E viene da chiedersi se in un sistema come quello attuale forse anche la tigre di Cremona avrebbe avuto problemi ad emergere.

    E Mafalda Minnozzi ha anche personalità da vendere. Questo puo essere un altro grande problema nel panorama musicale italiano che oggi gli artisti li vuole plasmare.

    Le sue radici sono tra Pavia, dove nasce, e San Severino Marche, dove cresce.  Poi una lunga carriera tra Italia e Brasile,  la sua.  Ed è  la terra sudamericana che le ha regalato la vera fama.

    Le lo conquista, ma il Brasile conquista lei.

    In Brasile la musica diventa facilmente danza, Mafalda fa lo stesso con la sua voce.  E le capita di modulare anche pezzi italiani così. Accarezza diversi generi. Dall’interpretazione di successi musicali degli anni ‘60 (con Tenco, Paoli), al Jazz degli anni 30 e 40 (con Duke Ellington, Billie Holiday),  a quelli brasiliani ovviamente (con Gilberto Gil, Chico Buarque, Milton Nascimento, Caetano Veloso)...

    Da vent’anni lavora e si esibisce con il chitarrista italo-americano Paul Ricci. Con lui ha registrato eMPathia Jazz Duo, un vero gioiello tra samba e jazz, i suoi due pilastri musicali.

    Che dire di più? Andatela ad ascoltare. E' a New York in questi giorni. Da non perdere.

    Tutte le info nel suo website: https://mafaldaminnozzi.com.br/home-page/

  • Opinioni

    E l'uomo, dov'era? Dov’è?

    «La domanda: "Ditemi, dov'era Dio, ad Auschwitz?". La risposta: "E l'uomo, dov'era?" »

    Scriveva così William Clark Styron, autore del noto  “La Scelta di Sophie” romanzo e poi film da Oscar.

    Passano gli anni e rischiamo di porci questa domanda, non solo guardando al passato.

    Anche quest’anno ho partecipato alla lettura dei nomi davanti al Consolato Generale di New York. Eventi così  sono importanti, e lo sono soprattutto perchè si ripetono ogni anno, grazie al lavoro delle istituzioni di un Sistema Italia allargato.

    Leggere quei nomi per strada, in un avenue per lo più indifferente,  con la gente che passa indaffarata, senza neanche sfiorare con lo sguardo quello che accade, è importante.  

    Ci sono quattro persone - spesso conosciute nella comunità italiana -  che da quattro microfoni leggono nomi di famiglie intere, con cognomi che si ripetono e martellano l’aria.  

    Tutti dovrebbero leggerli questi nomi. Sono veri, concreti, sanguinano in bocca mentre li scandisci. Chiedono di esistere.

    Dietro i leggii, diplomatici, professori, autorità varie, studenti, giornalisti....  Il freddo taglia i volti, le mani si congelano mentre si girano i fogli. Sotto gli occhi quei nomi. Nell’aria quei nomi.  Sono i 9700 ebrei italiani, deportati dall'Italia durante il nazifascismo. Nomi, non numeri. Nomi.  Nomi che vorrei volassero lì dove sono quelle persone che vengono ricordate.

    “E’ importante che siano nomi, non numeri”.E’ questa la prima cosa che ribadisce Stella Levi, superstite di Auschwitz, residente a New York.  Tutte le volte che la vedo mi stupisce la ferma dolcezza con cui riesce a ricordare, nonostante il dolore evidente nei suoi profondi occhi. E’ consapevole di avere un dovere, una missione: quella di preservare quel ricordo.

    Poche ore prima dell’evento della lettura dei nomi, in Italia,  la senatrice Liliana Segre, anche lei superstite dell'Olocausto, si era pronunciata sulla vicenda dei migranti della nave Sea Watch 3  “...annegata nel mare dell’indifferenza con la mia famiglia intera, da cui solo io sono tornata a raccontare, sono certamente più sensibile a una nave che non trova attracco. Ma come non ho trovato allora le risposte perché il mondo intero e’ stato indifferente - non solo i nazisti colpevoli -  trovo che quest’indifferenza si ripeta anche oggi”.

    Non è la stessa cosa, vero. Il parallelo con Auschwitz non si può fare,  ma la storia non si ripete mai nello stesso modo. Però insegna. La parola chiave è proprio “indifferenza”.

    Può il racconto dei rifugiati del 1930 aiutarci ad affrontare il presente? A fare attenzione?

    Cos’hanno di diverso le navi di migranti di oggi? Cosa vuol dire confrontare la tragedia dei rifugiati di oggi con la fuga degli ebrei? Non so dare una risposta. Ne pretendo di darla.

    C’è qualcosa che però mi porta indietro ai racconti di mio nonno, ad una Roma di gente per bene, cattolica,  che sotto i suoi tetti, tra i suoi tetti, ha respirato e nascosto a se stessa un rastrellamento nel suo ventre, nel ghetto del Portico d’Ottavia.

    Siamo  indifferenti se non ci accorgiamo di cosa fanno la politica, il mondo della ‘cultura’, i cosiddetti opinion leader.  Ammettono che si possono abbandonare in mare persone colpevoli solo di essere nate nel posto sbagliato. Dicono che vanno rimandate indietro.  Dunque rispedite in luoghi di povertà,  magari in guerra, dove vengono torturate?  Dove forse trovano la morte?

    Si cancellano i migranti come esseri diversi, indegni anche della nostra pietà. Si lascia fare agli altri. Decidere agli altri. Ma ricordiamo.  Solo settant'anni fa, nella civilissima Europa, cittadini europei fecero morire altri essere umani,  perchè ebrei, nell’indifferenza.

    Riporto alcune parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “Lo shoah è un virus pronto a risvegliarsi". E ha aggiunto con la lucidità di uno statista. “Quando il benessere dei popoli o gli interessi delle maggioranze, si fanno coincidere con la negazione del diverso - dimenticando che ciascuna persona è diversa da ogni altra - la storia spalanca le porte alle più immani tragedie".

    Sotto il cielo di New York il monito viene da Stella Levi. “Stanno accadendo tante stragi, tutti le vedono, le ascoltano, le leggono, in televisione, alla radio, su tutti gli altri attrezzi che oggi si usano. Milioni di persone sono stati elimininate allora, sono andati a prenderle!  Il fatto su cui oggi occorre riflettere è che tutto questo è stato fatto dal popolo creduto il più civile, intellettuale, colto d’Europa, se non del mondo: i tedeschi.”

    Per Stella i giovani sono la chiave. Vanno informati. “La settimana scorsa sono stata alla Scuola d’Italia di Manhattan e  alcuni ragazzi mi hanno fatto delle domande. Ho raccontato che le leggi razziali mi hanno impedito di continuare ad andare nella scuola dalle suore di Ivrea.  Ho lasciato i miei compagni. E’ stato per me un colpo, un malanno da cui non mi sono mai ripresa. Non poter continuare gli studi…. “

    Non succederà più? Ne siamo così sicuri? E se accadesse proprio davanti a noi? Nella nostra bella Italia.

    E già forse oggi, pochi si sono accorti, hanno riflettuto che altri ragazzi e ragazze stanno già vivendo qualcosa di simile. Li dove vengono chiusi centri di accoglienza,  senza riflettere sul fatto che dentro ci sono persone, non numeri. Quei numeri che terrorizzano tanto proprio Stella Levi.

    E già ci sono bambini uguali a tutti i bambini. Bambini che vanno a scuola, si sono inseriti,  parlano già l’italiano, scrivono in italiano, hanno amici.

    E’ nascosto in un titolo di un giornale “ Roma, chiuso il Cara di Castelnuovo: migranti trasferiti in altre regioni” il rischio di farci abituare a sentir parlare di esseri umani come numeri. Chi si è chiesto che fine fanno le persone che vivevano in quei centri? I loro bambini?

    Ma per fortuna l’indifferenza non è ovunque. Non tra  tutti gli amministratori. Non tra tutta la gente.

    “I bimbi rimarranno nella zona di Castelnuovo di Porto, grazie all 'l'accoglienza diffusa' per consentire ai bambini di continuare a frequentare la scuola.” ha dichiarato il sindaco.

    Indifferenza. E’ nell’indifferenza il rischio peggiore. Per questo eventi come la lettura dei nomi a Park Avenue sono importanti.  Ma dopo questi eventi si deve riflettere, costruire senza paura. Non solo parlare il giorno della Memoria.

    Perchè non accada quello di cui ha paura la senatrice Segre: "Quando saremo morti proprio tutti, il mare si chiuderà completamente sopra di noi, nell'indifferenza"

    Occorre parlare, denunciare, non aver paura di usare le parole giuste. Mi sono chiesta cosa avrebbe detto Primo Levi della nave Sea Watch 3. Non lo posso sapere, ma forse immaginare.

    Ritorno alla citazione iniziale: «La domanda: "Ditemi, dov'era Dio, ad Auschwitz?". La risposta: "E l'uomo, dov'era?" »

    Perchè il  ricordo della Shoah non resti nella gabbia della retorica di chi ne celebra la memoria mentre si naufraga in mare.

     
  • Fatti e Storie

    'Brand Italia' per uno sviluppo economico efficace

    E’ nato a Palermo. E ama parlare della sua città nonostante poi la maggior parte della sua vita sia stata all’estero. Lo ha fatto davanti al mondo del business di New York -  raccolto da Lucio Caputo presidente del Gruppo Esponenti Italiani - con parole affettuose quando ha ricevuto “GEI Friendship Award”. Il Prof. Michele Geraci. Sottosegretario allo sviluppo economico del  Governo attuale, è ingegnere elettronico, docente universitario di finanza, banchiere di investimento, esperto di economia, soprattutto cinese.
    Lo incontriamo a margine della sua missione governativa americana.

    Partiamo da alcuni passaggi della sua vita/carriera, tra Italia, Inghilterra, Cina,  e dal ruolo che l’America ha svolto per lui.

    “Il mio rapporto con gli Stati Uniti? Ho conseguito l’MBA presso il M.I.T. di Boston, poi sono andato a lavorare in una banca d’affari inglese per più di un decennio e in quel periodo sono venuto spesso qui per lavoro. Devo però ricordare anche la mia prima volta in America. Avevo diciotto anni.  Ho passato un’estate memorabile, ho imparato qui l’inglese. ... Venendo all'oggi, gli Stati Uniti sono un partner  importante del Governo, credo che la mia frequentazione aumenterà…”

    Michele Geraci è da pochi mesi al Ministero dello sviluppo economico, nel suo incarico responsabilità legate soprattutto al commercio estero e gli investimenti.

    Sono diversi gli argomenti di cui vorremmo parlare, inclusi quelli legati agli attuali piani economici del governo. Ma cerchiamo invece di attenerci a tematiche legate alla proiezione internazionale dell'Italia, che è il motivo principale della sua visita.

    “Siamo in America per 6 giorni. Pieni di incontri tra Boston, New York e Washington. Appuntamenti con Governo americano, imprese, finanziarie e industriali,  e think tank universitari. Siamo venuti per spiegare, per raccontare il nostro lavoro, per sondare, vedere l’attenzione che ci è riservata, e anche per avere un feedback e chiedere consigli”, dice Geraci.

    La maggiore curiosità l'ha riscontrata negli investitori finanziari: “Mi hanno chiesto molti dettagli tecnici, sono andati a fondo su diversi temi. ma devo dire che un aspetto importante emerso da questi incontri è che i nostri interlocutori non avevano chiare molte cose sul nostro lavoro. E' successo anche a Londra, abbiamo dovuto spiegare anche lì. E se non avevano capito, è perchè non abbiamo saputo comunicare noi bene. Aumenteremo questo tipo di missioni per incontrare molte persone. Dobbiamo imparare a comunicare bene il nostro operato”.

    La comunicazione sarà dunque un tema importante della nostra intervista. L'altro tema, strettamente legato al primo, è quello dell' internazionalizzazione e del 'nation branding'.

    L'attività italiana in questo campo è in forte ascesa. E dalle parole del sottosegretario si evince un grande desiderio di esplorare nuovi mercati. Questa missione in America, d'altra parte, si inscrive in un programma che ha già visto in Cina, in Inghilterra, in India...

    “In India abbiamo avuto un'esperienza importante, abbiamo incontrato molti ministri e rappresentanti istituzionali. E' un paese estremamente interessato ai rapporti con l’Italia, Lo si vedeva anche solo dalla facilità con cui abbiamo condotto le riunioni. Torneremo a gennaio, per organizzare un business forum, parleremo molto di agro-alimentare”. 

    Agro-alimentare, ma non solo, in Italia vuol dire prima di tutto piccola e media impresa. Le PMI italiane - "una grande ricchezza per il Paese!", sottolinea enfaticamente Geraci - necessitano spesso di sostegno per sostenere progetti di proiezione internazionale.  Questo percorso ha bisogno di poter contare pienamente su un efficiente sistema che le accompagni. "E' importante veder crescere il numero di piccole e medie imprese presenti sui mercati internazionali".

    Per aiutare le PMI in questo processo c'è un tema fondamentale. Il ruolo di quello che chiamiamo 'Sistema Paese' e la sua comunicazione, che ancora avviene in maniera spesso disorganica e sporadica. Per "Sistema Paese" si intende l'insieme coordinato di tutti i soggetti che contribuiscono a sostenere l'attività internazionale di un Paese garantendo la competitività del suo sistema produttivo. Partecipano al sistema Paese le imprese, le istituzioni, politiche ed economiche, sia pubbliche che private, ma anche quelle scientifiche e culturali. E' da questa attività 'di sistema', quando le strutture che lo compongono riescono a collaborare in maniera efficiente e sviluppano una strategia di comunicazione condivisa, che un Paese diventa visibile nel mondo e quindi competitivo.

    Parliamo quindi con Geraci di Sistema Paese e naturalmente di comunicazione, promozione, 'storytelling' come si dice oggi...

    “Innanzitutto va promosso il territorio nel suo complesso e in maniera efficace.  In Asia ho visto delle pubblicità di regioni italiane... Ma in una remota zona asiatica non ha senso presentare una singola regione o addirittura una città. Bisogna far vedere l’Italia, la cultura, i colori, la bandiera e poi parlare delle particolarità. Non si può andare in Cina,  India … e promuovere una singola regione che lì è sconosciuta a tutti! E questo vale anche per le piccole e medie imprese, devono presentarsi come parte di un sistema a cui appartengono. E’ così saranno sicure che anche le loro particolarità verranno comunicate.  Ci vuole un approccio top down. Io sono italiano, faccio parte di un sistema italiano. L’interlocutore non comprende se deve fare una scalata faticosa per capire un concetto.”

    Dunque è importante un piano integrato di 'nation branding'? La costruzione di un ìbrand Italia' a cui partecipino tutti gli attori del sistema?

    “Esatto. Se io dico Malesia lei a cosa pensa oggi? A Malaysia Truly Asia!"  (Il sottosegretario fa riferimento ad uno spot molto diffuso in Italia il cui payoff è: ‘No other county is Truly Asia’ as Malaysia'). Ci bombardano con questi ad! Lo stesso deve avvenire anche per l’Italia. Deve esserci un’associazione immediata all’immagine del Paese, le aziende devono giocare su questa assonanza per poi declinare nella particolari caratteristiche geografiche o di prodotto…”

    Visto dall’estero, questo è un grande problema per i nostro Paese. Siamo indietro, nonostante gli sforzi dell'ultimo decennio, e l’impatto in termini economici è molto importante.

    “Le aziende italiane troppo spesso non sanno fare sistema, non sfruttano il Brand Italia, la forza che la parola Italia ha nel mondo. Credono ingenuamente che il loro prodotto sia più importante, e che si affermerà perchè è il migliore, che non abbia bisogno di usare il Sistema Italia. Ma è un errore.”

    E poi va male… Si fanno dei capitomboli, magari si sprecano finanziamenti europei che non vengono messi a sistema…

    ”C’è una difficoltà oggettiva nel penetrare i mercati internazionali, se poi uno si tira la zappa sui piedi e non usa le risorse, non comunica con l’Ambasciata …  Poi abbiamo l’ICE (Italian Trade Agency) che serve proprio a questo. Comunque dietro certi atteggiamenti c’è un modo di pensare sbagliato. Un atteggiamento errato. Lei ha mai sentito dire che la Germania 'fa sistema'? No, perché lo fa, non lo dice. La Merkel non dice mai ‘facciamo sistema’. Loro prendono l’aereo in 150 persone e vanno. Non dicono ‘facciamo sistema’, dicono dove vanno. Noi dobbiamo ancora dirlo perché non lo facciamo. E’ un problema che dobbiamo risolvere, nell’interesse del Paese, dei giovani, del Sud.”

    Parliamo anche di cultura, di promozione dei territori italiani e delle loro culture. Perchè la cultura in Italia spesso la cultura non è concepita come un volano di crescita economica? Chiunque viva all’estero nota quanto sia difficile per uno straniero immaginare le difficoltà economiche di un Paese che ha le risorse culturali e ambientali che ha l’Italia.

    “La cultura è un pilastro fondamentale del 'Sistema Italia'. Una cultura a 360 gradi. Dalla storia, all’arte, all’arte, musica e anche sport. E la sinergia di tutto questo con il mondo degli affari non sempre è pienamente valorizzata. Ma ora tutto questo cambia.”

    Come cambia?

    “Cambia anche nelle piccole cose! Se partecipiamo a una fiera casearia, per esempio, portiamo un Roberto Baggio se siamo in un posto dove è amato il calcio! Dobbiamo lavorare intensamente sulla comunicazione, anche giocando sui luoghi comuni, rivalutandoli.”

    E’ importante dunque creare uno uno 'storytelling' ben studiato, un racconto integrato dell'Italia? Anche su questo siamo un po' indietro?

    “La comunicazione e la pubblicità sul Sistema Italia vanno in buona parte rifatte! La prima cosa da fare è guardare alle pubblicità realizzate da stranieri, sull’Italia e su se stessi. Voglio vedere cosa si dice sull’Italia a Mosca, a New Delhi… bisogna studiare! Dobbiamo vendere un nostro caffè? Dobbiamo vedere anche cosa fa Starbucks.  Partire dalle esperienze del posto dove vogliamo promuoverci. Si crede troppo spesso che tutto il mondo la pensi come noi. No! E non dico che si deve copiare, ma si deve conoscere. Adattare. Mediare".

    Un lavoro di mediazione culturale dunque. E ci vuole anche un pò di umiltà a volte…

    “Certo. Non bisogna dare per scontato che i nostri prodotti siano i migliori al mondo. Occorre rafforzare il Brand Italia, ma senza presunzione e guardando l’Italia con gli occhi degli altri. Non si può per esempio partire dal fatto che la pizza napoletana è più buona di Pizza Hut. Questo non è il modo migliore per iniziare a vendere la nostra pizza.”

    Andiamo in Italia. Parliamo dei tanti possibili investitori da attrarre nel nostro Paese … Come li incoraggiamo secondo Geraci?

    “Con un sistema di riforme vere, sul piano legale prima di tutto. Accordi, alleggerimento delle procedure burocratiche, chiarezza. Lavoriamo su questo. Uno non investe in Italia se non sa quali sono le regole del gioco. Dobbiamo rispondere con certezze veloci. Far rispettare le regole. Quando tutti i player sanno che le regole sono rispettate, nessuno tende ad imbrogliare. Dunque basta con il lassismo. Credo che il mandato del governo sia quello di rilegalizzare l’apparato burocratico“.

    Un altro tema importante visto dall’estero è quello dei giovani. La loro presenza nel mondo. Giovani che migrano in un momento di crisi economica, ma anche giovani che danno avvio ad imprese innovative.

    “Chiunque può andare dove vuole,  ma dobbiamo incentivare a rimanere in Italia. Il reddito di cittadinanza sarà anche uno strumento per fermare il brain drain. Devono poter scegliere di restare.”

    Abbiamo deciso di non approfondire temi di politica interna in questa intervista, ma l’ottimismo del sottosegretario sul  reddito di cittadinanza va segnalato.

    “Va fatto molto bene, nei dettagli. Bisogna dare un po’ di speranza, di ottimismo; avrà importanti effetti psicologici, pratici, fiscali. Certo occorre porre delle le regole e farle rispettare e vigilare che nessuno ne approfitti. Siamo al governo per farlo”.

    Un altro strumento diretto all’innovazione e ai giovani Geraci lo ha annunciato sempre nel corso di questa visita americana. Ci sarà il prossimo anno una sorta di 'Erasmus' per startuppers italiani che andranno in Usa, Gran Bretagna, India, Cina, Corea, Israele. "I giovani poi riporteranno questa esperienza in Italia. Tutto a spese del governo”.

    Ultima domanda. Sugli italiani all’estero. Cosa rappresentano per il suo Ministero?

    “Quando si parla di internazionalizzazione, il ruolo degli italiani all’estero è fondamentale. Devono fare da antenne, da testimonial, da ganci. Nella storia, chi è emigrato ha spesso seguito il percorso fatto da qualcun altro. E' stato chiamato, ospitato, aiutato da amici, compaesani, parenti. Ci deve essere un cluster simile per il Sistema Italia all’estero: chi è avanti deve attirare nuove risorse,  non aver paura di competere. Su questo dobbiamo lavorare anche molto. Avere una cultura che aggreghi.  Una percezione diversa della concorrenza. Dobbiamo avere un sistema dove ci si aiuta. Se uno vende gelati non deve aver paura di altri che vendono gelati affianco a lui. Non si deve essere l’unico bar sulla strada per far soldi! Si va in un luogo perché si è attirati da tanti bar, non uno solo. Gli italiani all’estero possono svolgere bene questa funzione di traino."

    E bisogna imparare a comunicare tutto questo...

    "Sì. Come accade in altri paesi. Lavorare come sistema è importante, ma poi se  non si comunica bene gli altri non ti credono. Non capiscono. Questo non deve più accadere.”

     

  • Opinioni

    Perché non riesco a sbandierare il mio tesserino di giornalista

    C’è una guerra nascosta in Italia che nessuno racconta. Non la raccontano i partiti. Non la racconta l’ordine dei giornalisti. Non la raccontano i protagonisti.

    E’ la guerra quotidiana di tanti che credono in un’informazione corretta.

    E’ una guerra nascosta,  ma sempre in trincea. Condotta spesso tra passione e rabbia. A volte con la certezza di perdere.

    La combatte il giovane che, dopo aver studiato giornalismo, cerca di entrare in una redazione. Fa lo stagista sperando in un futuro. Viene lasciato andar via presto, anche se bravo. La sua posizione non viene regolarizzata.  Davanti a lui: colleghi insediati da tempo, poco motivati e spesso con stipendi esagerati.

    La combatte il giornalista, questa volta meno giovane, che vorrebbe svolgere il suo lavoro pagato onestamente, ma che deve cercare strade diverse per vivere. Scrivere? Non hanno nessun valore più oggi le sue parole. Non si contano più. Tutti scrivono articoli in rete. Ci sono tanti bloggers, influencer vari poi…

    Dunque, se scrive, il giornalista in questione lo fa spesso gratis. Lo fa per non perdere la passione. Nel frattempo vende la sua competenza a uffici stampa o si occupa di pubbliche relazioni.

    La combatte quel redattore quando, una volta entrato in un giornale, si vede negata la possibilità di scrivere la verità. Quella verità che non fa notizia secondo il Gruppo Editoriale. Non porta click. Lui vuole però fare il suo mestiere. Raccontare verità sulla gente. Verità sul mondo imprenditoriale. Verità sulla politica. Verità sui giovani, sul mondo del lavoro. Verità sul giornalismo stesso.

    La combatte il giornalista quando non si lascia asservire, quando a denti stretti fa da contraltare al potere, ovunque e a chiunque appartenga.

    La combatte il giornalista che non sceglie la strada del protagonismo, del successo personale ma continua, giorno dopo giorno, il suo lavoro al servizio dei lettori.

    ‘Pennivedoli puttane’, sono stati definiti così da Di Battista - del movimento 5 Stelle -  i giornalisti che avrebbero “perseguitato” il sindaco di Roma.

    Deploro la volgarità, i toni, i modi di queste parole, perfette per la propaganda e raggiungere un certo tipo di elettori, demonizzando la categoria dei giornalisti. Ma va detto,  ci sono delle verità che Di Maio ha denunciato e su cui dobbiamo riflettere.

    "La libertà di informazione si garantisce prima di tutto migliorando le condizioni di lavoro dei giornalisti. Soprattutto i giornalisti sottopagati, al limite dello sfruttamento" dichiara Luigi Di Maio.  Potete dire che ha torto?

    Ci sono verità che non possono essere celate dicendo solo che si tratta di un attacco alla libertà di stampa. Non è proprio così’. Il sistema del giornalismo italiano va raccontato, ripensato e in parte ricostruito.

    Anche il mondo del giornalismo italiano è malato in quest’Italia stanca. Il vecchio non cede il posto al nuovo e la paura del cambiamento vince.  L’editoria vive tempi di faticosa, ma anche di appassionante trasformazione che si può fare solo valorizzando risorse giovani.

    Nel frattempo, c’è un altro possibile attacco alla democrazia e alla libertà dell’informazione sancita dall’articolo 21 della Costituzione: l’intenzione di tagliare e poi abolire i fondo dell’editoria. Lo ha annunciato Vito Crimi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'editoria, basandosi sul fatto che questi finanziamenti sono stati destinati male e usati male.

    Penso che un supporto economico ben destinato, sia una garanzia importante per la libertà di stampa in una democrazia. Altrimenti i fondi andrebbero solo a privati, non certo disinteressati, e i giornali si trasformerebbero definitivamente in organi pubblicitari.  Alla base del finanziamento pubblico c’è la libertà di stampa. Il finanziamento però dovrebbe essere assegnato in modo equo, regolato e soprattutto controllato. E dovrebbe consentire prima di tutto stipendi adeguati a giornalisti liberi.
    Ma non vi siete accorti che molti sono diventati addirittura ‘brand ambassador’ di vari marchi commerciali per continuare a scrivere? Qui all’estero si vede bene!  

    Mi sono quindi certo indignata come donna, dopo le dichiarazioni di Di Battista. Il termine ‘puttana’ appartiene ad un linguaggio maschilista e poco rispettoso di un mondo molto fragile. (In un mio post su Facebook ho scritto che solo De André può permettersi di usarlo rispettando le donne).

    Mi sono poi indignata come giornalista, categoria di cui faccio parte. Il suo suona troppo pericolosamente simile ad un attacco alla libertà di stampa. Il punto però è:  a quale libertà di stampa?

    Sono indignata quindi anche per il fatto che siano stati Di Maio e Di Battista a mettere il dito sulla piaga di un’informazione che, in Italia, è tristemente malata da tempo. Non sono certo gli unici a non volere giornalisti indipendenti. Politici di tutti i partiti hanno accanto da anni 'corti' di giornalisti [ben accomodati nella loro non-indipendenza] e nessuno sembra meravigliarsi più di tanto.

    Credo che prima di parlare di libertà di stampa e manifestare, anche noi giornalisti dovremmo fare le nostre riflessioni.  Non è tutto oro ciò che luccica. Ci vuole onestà per farlo. Certo: onestà intellettuale.

    Cerchiamo di non regalare, nei prossimi mesi, ai populisti nostrani, un nuovo cavallo di battaglia, un altro strumento per le loro conquiste elettorali.  Il giornalismo italiano è malato e si deve curare. Ma il medico deve avere il coraggio di sceglierselo da solo.

    Per questo ho deciso di non sbandierare il mio tesserino di giornalista sui social per difendere una categoria, come hanno fatto molti colleghi.

  • Arte e Cultura

    Fotografia e Neorealismo. Tra la Casa Italiana Zerilli-Marimò ed il Campus della NYU

    “Da settembre a dicembre, una mostra che occupa tutto l’intero semestre!” mi dice subito il Professor Stefano Albertini. Comincia a parlarmim con l’entusiasmo che lo ha sempre contraddistinto, a raccontarmi alcune delle novità  su cui, insieme a tutto la staff della Casa Italiana Zerilli-Marimò di cui è il direttore, sta lavorando.

    “Non c’è mai stata prima da noi, una mostra per così tanto tempo. Il motivo per cui abbiamo deciso così  quest’anno è che fa parte di una più grande esposizione che si svolge alla Grey Art Gallery (museo della NYU) dedicata al neorealismo fotografico.”

    Un lavoro di squadra dunque, ed in questa scelta ancora una volta l’acume di un direttore come Albertini, che sa quanto sia importante lavorare insieme. Aprirsi alla città dove vive. Non rimanere chiusi nel proprio circolo di interessi.

    “Abbiamo deciso di far parte di questa iniziativa, che già si svolge in altre sedi della città, soprattutto per allargarla, perché in questo modo la mostra farà da contenitore ad una serie di eventi che riguardano il neorealismo.”

    Ma come mai la New York University ha deciso per il Neorealismo?

    “La mostra era già stata vista in diverse parti d’Europa: Londra, Madrid, Slovenia, ma non era mai arrivata negli Stati Uniti. Una cosa strana, se si considera il successo che il cinema del neorealismo ha avuto in America.  E’ stato uno dei primi paesi a riconoscerlo, sia a livello di pubblico che di critica, come un importante momento di svolta nella storia del cinema.”

    Anche se il  neorealismo cinematografico ha avuto negli Stati Uniti una delle sue culle più feconde, influenzando cineasti come Scorsese, le foto di questa mostra non sono mai state viste qui.

    “Il neorealismo al cinema è il primo caso che abbiamo nella storia della cultura mondiale in cui un movimento cinematografico trascina le altre arti.  Seguono infatti il neorealismo letterario (per es. Pavese), pittorico (come Guttuso), e soprattutto, quello fotografico, con cui ovviamente c’è il rapporto più stretto.”

    Dunque in questo periodo chi va alla  Casa Italiana della NYU può ammirare una straordinaria selezione di fotografie. Una piccola, ma significativa, parte della mostra grande che si svolge altrove.

     

    “Abbiamo deciso di concentrarci su foto di scena e poster di film appartenenti alla corrente neorealista. Sono fotografie di scena che sembrano prese dalla realtà.”

     

    “Tutta la mostra prova in maniera inconfutabile quanto ho detto. In  primis perché alcuni registi sono anche fotografi, poi perché ci furono una serie di riviste che proponevano i fotoreportage, un nuovo modo di raccontare le notizie con le immagini anziché con le parole. Si proponevano anche di fornire al cinema e ai filmmakers idee, concetti, immagini sulle quali basare i film.

    È in questo periodo che si costruisce un nuovo rapporto tra cinema e fotografia, e questo è secondo noi il motivo per cui la Grey Art Gallery ha deciso di fare questa mostra.  Gli Stati Uniti sono pronti dal momento che conoscono bene il neorealismo cinematografico, gli mancava questo aspetto per conoscerlo meglio.”

    “La mostra alla Casa Italiana è  accompagnata da una serie di eventi, proiezioni, tavole rotonde, presentazioni di professori del Dipartimento di italiano della NYU. Ma come ho detto le iniziative si allargano in tante altre sedi della NYU. In altri dipartimenti, non di italiano, che presenteranno delle proiezioni di film della loro cinematografia, dalla iraniana alla spagnola, influenzata dal neorealismo.”

    Il vero fil rouge di questa stagione  dunque è legato alle iniziative sul neorealismo.  Ma naturalmente, circondata da questa atmosfera la Casa Italiana, fondata dalla baronessa Mariuccia Zerilli-Marimò, continua con ospitare e organizzare altri eccellenti eventi.  

    Potrete partecipare per esempio alla  presentazione di nuove traduzioni di classici italiani e libri contemporanei, ad altre di tipo più accademico su tematiche stimolate da professori del dipartimento di italiano. Nuovi eventi poi di teatro, legati alla cucina, ma anche altri invece collaudati e di gran successo come  Adventures in Italian Opera” con Fred Plotkin  e “AdDRESSing Style” con Grazia d’Annunzio e Eugenia Paulicelli,  "Italian Table Talks"...

    Voglio aggiungere una mia nota a questa intervista. Sembra storica ma che non è solo storica. E’ legata al passato ma anche al  presente/futuro di questo straordinario e unico luogo che è la Casa Italiana Zerilli-Marimò.

    Mariuccia Zerilli-Marimò fondo’ la Casa Italiana alla NYU nel 1990 per onorare la memoria del marito imprenditore Guido conosciuto perché nel dopoguerra, aveva riaperto in collaborazione con un gruppo americano,  le distrutte fabbriche farmaceutiche della Lepetit.

    La baronessa, coìi la chiamavamo tutti,  ha voluto, fondato e poi curato la Casa Italiana fino al giorno della sua scomparsa nel 2015.  Lo ha fatto con amore materno per raggiungere un obiettivo: utilizzare il patrimonio che le era stato lasciato per promuovere la cultura italiana negli Stati Uniti, soprattutto tra, con e per i giovani.

    Il suo è stato un raro esempio di impegno filantropico. Mariuccia Zerilli Marimò ha poi avuto la fortuna di trovare, con Stefano Albertini, un direttore speciale per la sua casa. Grazie a lui e al lavoro della suo team giovanissimo, l’obiettivo che si era proposta la baronessa continua ad essere raggiunto, giorno dopo giorno.

    Persone come me, che hanno conosciuto la baronessa, si accorgono tutte le volte che entrano alla Casa Italiana Zerilli-Marimò;  di quanto lei continui ad essere presente,

    ----

    NeoRealismo: The New Image in Italy, 1932-1960

    On view September 6 - December 8, 2018

    Casa Italiana Zerilli-Marimò (24 West 12th Street)
    Mon-Fri 10-6

    Grey Art Gallery (100 Washington Square East)
    Tue/Thu/Fri 11-6; Wed 11-8; Sat 11-5

    Per approfondire >>

     

Pages