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Articles by: Letizia Airos soria

  •   Angelo Bisconti e Andrea nel ristorante "Brio' a Manhattan

    "Pasticciotto a Obama". Arriva a New York una storia tutta da raccontare

    Per amore della propria terra? Per amore di Obama?  O per amore del proprio lavoro?

    Vi raccontiamo una storia tutta italiana. Comincia a Campi Salentina, un piccolo paese del leccese. Arriva a New York pochi giorni fa, nel ristorante “Brio” gestito dai fratelli Sconditti di origne pugliese.

    Ma fingiamoci un po’ cantastorie per narrare l’avventura di Mastro Angelo e Andrea, non alla ricerca del fantomatico Milione del signor Bonaventura - fumetto storico del Corriere dei Piccoli -,  ma alla volta della Casa Bianca. O almeno lo speriamo per loro. Perché ci piace credere che lo slogan Yes We Can possa aiutare a realizzare non solo i sogni della politica americana, ma anche quello di un artigiano proveniente da una famiglia di umili origini.

    I protagonisti della nostro articolo li incontriamo una sera a New York, dietro due vassoi di pasticciotti di crema e di cioccolato appena sfornati.  Sono Angelo Bisconti e Andrea pasticceri del Salento pugliese.  Si inventano un pasticcino dal nome bizzarro e decidono di portalo in America nella speranza di farlo conoscere al Presidente degli Stati Uniti d’America.  Questo dolce si chiama “pasticciotto a Obama”.

    Ma raccontiamo questa storia, anzi la facciamo raccontare da Angelo.

    “Ho una pasticceria da circa quindici anni. Nel mio laboratorio lavorano 8 operai. Questo dolce nasce dopo una lunga ricerca. Volevamo fare qualcosa di nuovo ispirandoci alla ricetta del pasticciotto, il dolce tipico del Salento.

    Era lo scorso autunno e in quel periodo Obama era ancora solo candidato.  A me già sembrava che sarebbe diventato un buon presidente degli USA. Esperimento su esperimento arrivammo alla combinazione perfetta del nostro dolce. Era il 5 novembre e scherzando dicemmo che Barack Obama era buono come il nostro pasticciotto. Tenevamo tutti molto alla sua elezione, per noi aveva un valore simbolico, nella speranza che con lui cambiasse non solo l’America ma tutto il mondo. Il pasticciotto andava dedicato ad Obama,  e fu chiamato pasticciotto per Obama dunque.”

    E quando parla del nuovo presidente degli USA si illumina. “Si, lo sento come una cosa mia. Dal primo momento mi ha dato sicurezza, è un portafortuna. E anche grazie al pasticciotto lui è diventato popolare nel mio paese. Non è una cosa da tutti i giorni. Non so se lo dedicherei un dolce a un politico italiano. Questo presidente Obama per me è molto importante. È arrivato in un momento di crisi mondiale e lui è l’unico che ci può salvare. A Campi parliamo di lui, guardiamo i servizi su di lui in TV e ascoltiamo i suoi discorsi.  Per me è come un figlio, un fratello, un genitore. E per tutti nel Paese è cosi.”

    Se passeggiando per il Campi però oggi si chiede a qualche bambino cosa è Obama, è molto facile avere per risposta ‘il pasticciotto’. Ma non deve stupire, anche per loro deve essere un esperienza indimenticabile sentire il cacao cremoso scivolare a sorpresa sul palato.  E amore per Obama a parte, questo sapore non si dimentica.

    “Tutti i bambini mi chiamano il Pasticciere di Obama” ci racconta ancora” Per venire in America ho chiuso la mia attività per un’intera settimana. Vorrei che la gente del mio capisse che se sono qui non è per fini commerciali. Faccio questo viaggio a mie spese, e per una settimana non guadagnerò nulla.”

    Sulla saracinesca del suo laboratorio c’è scritto: Portiamo il pasticciotto del Salento a NY.  Nelle sue parole una grande determinazione e un profondo amore per la sua terra:
    “Non voglio avere successo in Italia, non è questo il mio scopo. Io voglio far conoscere il mio paese di 11.000 abitanti, Campi Salentina, a tutto il mondo. Anche se non sono originario di lì devo molto al posto dove vivo ora. Vengo da un'umile famiglia e mi sono trasferito li solo nel 1995 e ho aperto la pasticceria. Dal primo momento mi hanno accolto tutti magnificamente, mi hanno voluto bene come un compaesano. Voglio ripagare questo Paese perchè mi ha reso felice.”

    E il sindaco di Campi ha dato al Pasticciotto a Obama la cittadinanza onoraria. “ Mi ha fatto sedere sulla sua poltrona. Massimo Como è di centro-destra. Ma ha dato comunque al nostro pasticciotto la cittadinanza onoraria, anche se è per Obama. I miei concittadini all’inizio credevano che fosse solo una trovata pubblicitaria. Assaggiavano il dolce e ne sminuivano il valore dicendo che  ‘era semplicemente nero’. Ma è frutto di lunghe ricerche. Esisteva già il pasticciotto nero con crema pasticcera al cacao, ma non quello per Obama. Questo l’ho fatto io e l’ho portato in America. Oggi è un marchio registrato intestato a me.”

    E il nuovo pasticciotto ha fatto un po’ il giro della zona. Angelo, anche se piccolo imprenditore, ha il senso della pubblicità. Sui muri, sui pulman, un po’ in giro per le strade della sua terra, il pasticciotto per Obama è apparso un po’ ovunque.           

    Ma cosa cerca ora in America? Vuole aprire un filiale? “Vorrei che il presidente vanga a conoscenza del tributo che gli abbiamo dato. Siccome la Casa Bianca ha cambiato colore, anche noi abbiamo cambiato il nostro dolce. Vorrei far conoscere il mio paese”.

    La ricetta la tiene segreta, ovvero l’ha donata al proprietario del ristorante Brio che li sta ospitando. I proprietari vengono da un paese vicino al suo e avevamo conoscenze in comune. Si dice felice dell’accoglienza calda di un locale italiano, ma ormai tipicamente newyorkese, ad un dolce così nuovo e  tradizionale al tempo stesso.

    Intuiamo gli ingredienti: uova, burro, farina e cacao.... “È buono sia caldo che freddo. La gente lo mangia sempre,  mattina, pomeriggio e sera. E poi costa pochissimo cosi tutti se lo possono permettere, 50 centesimi.” E continua il pasticcere, “Non abbiamo semplicemente aggiunto il cacao alla pasta frolla e e alla crema pasticciera. Abbiamo cercato di trovare nuovi equilibri tra burro farina e cacao. La pasta frolla del pasticciotto a Obama è completamente diversa da quella del pasticciotto classico.”

    Sul tavolo, affianco al pasticciotto per Obama, i classici pasticciotti. E’ chiaro lo chef vuole promuovere il prodotto della sua terra. “Nessuno al di fuori della zona lo conosce.. I pasticceri del Salento putroppo lo tengono quasi segreto, vogliono solo intascare il denaro e non hanno alcuna lungimiranza. Nessuno ha mai fatto un dolce per promuovere il Salento nel mondo. Sto producendo in questo ristorante non solo il Pasticciotto a Obama ma anche la versione classica. Voglio far conoscere il Salento, ecco perchè sono qui.  Non sono egoista. Sono stato anche a Milano, a presentare il mio prodotto alla Confederazione dei Pasticcieri Italiani. Loro mi hanno risposto che se fossi stato del Nord mi avrebbero aiutato a promuoverlo. Ma nel Sud la mentalità è molto diversa. Però ho le mie piccole soddisfazioni: ho clienti che vengono anche da fuor  per provare il mio pasticciotto. E gli altri pasticcieri tentano di copiarmelo.”

    Ed il pasticciotto è arrivato anche su Internet e facebook. Oltre a fare qualche apparizione televisiva… “Abbiamo aperto un sito dedicato al 'Pasticciotto a Obama". È  seguito e ideato da un grafico assunto appositamente. Siamo arrivati a 800 iscritti e abbiamo deciso che quando arriviamo a 1.000 facciamo una grande festa, l’Obama Night. La faremo al quartiere fieristico, che il nostro sindaco ci metterà a disposizione per l’occasione. Grazie ad un amico abbiamo anche fatto una ripresa per la RAI regionale.
    Facebook è stata un’idea di un mio amico che ha creato l’account. È un modo per mantenere in contatto tutti i ragazzi del paese sparsi per l’Italia per motivi universitari e lavorativi. E sono tutti accomunati dall’amore per il pasticciotto a Obama!”

    Ecco la storia del laboratorio Bisconti. Narrata con grande semplicità dai protagonisti.  Dunque arriverà da Obama il sapore intrigante della cioccolata che si scioglie in bocca del dolce del Salento? Avrà la squadra del nuovo Presidente, a cui è stato dedicato un dolce, la semplicità e anche l'ironia di aprirgli le porte? Noi crediamo che sia una storia tutta italiana. Per questo l’abbiamo raccontata.

    L'avvetura di un piccolo imprenditore e quella di un paese che vede nella novità Obama un segno di speranza. Ma sì, Yes We Can, viva la nostra piccola Italia grande nella fantasia e creatività dei suoi piccoli artigiani. Anche in tempi di crisi.

    E continua l’avventura… grazie all’ottimista alchimia di un pasticcere.

  • Facts & Stories

    Clash of Civilizations Over an Elevator in Piazza Vittorio. Interview with Amara Lakhous


    Clash of Civilizations Over an Elevator in Piazza Vittorio was just released in English. It takes the form of a monologue in many voices (each chapter is narrated by one of the characters in first person) that gives the reader a new perspective on Rome, a metropolis that is still adapting to its growing multi-cultural society.


    We sat down with Amara Lakhous at the Calandra Institute for an exchange of ideas that was more than an interview. We are convinced that his novel and his personal experience as an immigrant can also ignite a similar discussion here in America. There is a profound gaze in his eyes, and great determination in his demeanor as well as great calmness. Lakhous, who has lived in Italy since he was thirteen, tells us almost immediately with pride: “I became an Italian citizen four months ago and I define myself as Italian-Algerian.”


    “This is the first time that I have been to New York. It is the biggest city that I have ever seen. Algiers is a neighborhood in comparison. In certain respects my life in Piazza Vittorio was similar to life in my country. But there I found what I would define as the cultural and social laboratory of the future. It can be said that New York is the future of the world. In New York, one gets lost in the cultures, in the streets, in the history. This place is a preview of what Italy could become in a few years.”


    And describing his walks in Manhattan: “When one walks through Italian streets there is a feeling of being a minority, of insecurity. There is a delicate, difficult, and at times hostile relationship with one’s surroundings. Here, at least in appearance, I have not had this feeling. I immediately felt equal.”


    But for him Italy is also a place of freedom, a place that accepted and saved him: “I escaped, the same way anti-Fascists escaped Italy, and I had a great opportunity to continue to live and do the things that made me happy. I enrolled in college. I learned Italian and thanks to Italy I succeeded in mending the rift with Algeria.”


    For Lakhous, his relationship with the Italian language is fundamental: “One acquires freedom through language. It is power. It means to arm oneself with a powerful tool of survival, to live well, and to matter as a person. To quote an expression: tell me how you speak and I will tell you who you are. The ability to communicate offers status. It is not a tool in the same way eyeglasses are; it is a way of seeing. Thinking about language, you enter in confidence and you receive the soul of a people; you conquer part of the culture’s identity. Then the relationship with your native language changes, as does your way of speaking and thinking. And the beautiful thing is that you also change the language you acquire.”


    He tells his story and describes the relationship with his fellow countrymen with great simplicity, and with every word, comma, and accent you hear the intensity of someone who has lived in the first person.


    “Today there is a profound crisis in the Arab world; fundamentalism has surged into terrorism. Even if countries like Algeria have suffered through attacks and bloodshed for years there has been a discussion of terrorism on a global level only after September 11.


    Those in Arab countries live in intense contradiction in; corrupt regimes suppress the voices that can provide a true alternative with intellectual opposition.


    How can we reform democracy in the Arab world? I believe that immigrants have a great opportunity to do so. That is, to live democracy in their everyday lives, to live as Muslims in a spiritual dimension but not a political one, to live religion as a private dimension and to become a model [for the rest of the world].


    Today we live with globalization, and we communicate with our faraway relatives for fee. For example, I speak with my mother through Skype. Governments cannot practice long distance censorship. I am optimistic. Europe is also near the Arab world; they share common ties and memories. Muslim immigrants can become part of the process of mediation and democratization.”


    The title of his novel refers to the “clash of civilizations” theorized by Samuel Huntington and it is deliberately ironic: “It is a definition that has caused damage, even more so because it has been amplified by the media. Huntington has a responsibility, because of his choice of title. Civilizations that clash? That’s incorrect. If we want to say that civilization is culture and poetry, then I have never heard anyone speaking of a clash between Italian and Lebanese poets. Clashes are over oil, power…. Civilizations don’t clash. No civilization is born of nothing; it takes something from the previous one and gives to the successive one. The theory of clashing of civilizations, especially after September 11, has truly become a culinary recipe in the sense that it is simple and uses ingredients that are seemingly straightforward. We take for granted that there are two defined blocs – the West on one side and the Muslim world on the other. It’s erroneous; the Muslim world is not a separate bloc and the West is not a separate bloc. There are differences between the United States and Europe. There are differences between Italy and Holland. In Spain there are gay marriages, in Holland euthanasia…. The same is true for the Arab Muslim world; there are incredible differences. With my novel I wanted to present the idea that the “clash of civilizations” is a pretext to justify political and economic choices.”


    The author states that he has chosen to never directly address politics in his novels, but between the pages of his book it is evident that he is aware of the social and political power of literature. We remind him of the influence of Saviano’s novel Gomorra, successful in fighting and frightening the comorra more than any other means.


    “Literature is powerful because it moves from the abstract to the concrete. The value of Saviano’s book lies in his ability to tell real stories about real people. When one reads it, one cannot remain indifferent; one must take a position. One may identify with certain characters or keep them at a distance. In reading Gomorra an honest reader cannot help but reject the “system.” One can only react with repugnance, disgust. Literature has this power; it does not leave you indifferent.”


    We must also discuss the difficult relationship that Italians continue to have with their own history of immigration.


    “The relationship with memory is delicate. When we try to remember the past, we are presented with two difficulties. If what we have lived is negative, remembering means to relive it; if it is positive then it becomes longing and therefore sadness.


    It is a big problem. There is no way out; we must confront memory and assume responsibility while also taking suffering into account. This is why I use the metaphor of the “garden of memory.” If you have a garden, you must take care of it. It needs water and weeds must be pulled. If we do not take care of our memory, we risk finding ourselves in a garbage dump. Italians have been emigrants and they have created many positive things; it is enough to consider how much money they sent back home. They sent their children to school, they became important people, and they opened up to the world. There are also negative aspects, such as the mafia and the collective memory of great poverty…. I was impressed by a woman who I met here: she told me that up until a few years ago she did not want to be called an Italian-American….”


    Amara Lakhous is currently working on a new novel: “I am writing it directly in Italian. I first wrote Clash of Civilizations Over an Elevator in Piazza Vittorio in Arabic and then I re-wrote in Italian. This story is also set in modern day Italy but it deals with the experience of Italian immigration abroad and within Italy….”


    A film based on his book is also set to be released: “I did not participate in writing the screenplay. They did not involve me as I would have liked. It is different than the story in my novel; there are two new characters. But film is one thing, literature is another. The message of my novel will be passed on, even in this way.”


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    Amara Lakhous was born in Algiers in 1970 and has lived in Rome since 1995. He has a degree in philosophy from the University of Algiers and in cultural anthropology from La Sapienza in Rome. He currently works as a professional journalist. His first novel Bedbugs and the Pirate was published in 1999.

    (Traslated by Giulia Prestia)

     

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    Clash of Civilizations Over an Elevator in Piazza Vittorio
    Amara Lakhous, Ann Goldstein (translator)

    Europa Editions

    ISBN: 978-1-933372-61-7


    Pub. date: October 2008

    144 pages

    Size: 5.25 x 8.25

    Price: $14.95

  • Amara Laukhous. Nessuno scontro di civiltà. Gli immigrati musulmani mediatori


    Amara Laukhous ha presentato a New York la traduzione in inglese di "Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio". Si tratta di un monologo a più voci (ogni capitolo è narrato in prima persona da uno dei personaggi) che fornisce al lettore una nuova prospettiva su Roma, una metropoli che ancora tenta di metabolizzare ed adattarsi ad una crescente multirazzialità.

     

    Ci siamo fermati con lui per uno scambio di idee, più che per un'intervista, convinti che il suo romanzo e la sua esperienza personale di immigrato possano scuotere anche la realtà americana. Negli occhi lo sguardo profondo dei suoi conterranei, nei suoi modi una grande grinta ma anche pacatezza. Amara, che vive in Italia da tredici anni, ci dice quasi subito con orgoglio: «Ho la cittadinanza italiana da quattro mesi e mi definisco italo-algerino».



    «E' la prima volta che vengo a New York. E' la più grande città che abbia mai visto. Algeri è un quartiere in confronto. La mia vita a piazza Vittorio, sotto certi aspetti, era simile che a quella che facevo nel mio Paese. Ma lì ho anche trovato quello che io definisco il laboratorio culturale e sociale del mondo del futuro. E si può dire che New York è il futuro del mondo. A New York ci si perde nelle culture, nelle strade, nella storia. Questa posto è un'anticipazione di quello che potrebbe diventare l'Italia tra qualche anno».



    E raccontando le sue passeggiate per Manhattan: «Quando uno come me cammina per le strade italiane si sente in una condizione di minoranza, instabile. C'è un rapporto delicato, difficile e a volte ostile con quello che hai intorno. Qui, almeno in apparenza, non ho provato questa sensazione. Mi sono sentito subito alla pari».



    Ma per lui l'Italia è anche luogo di libertà, luogo che lo ha accolto e salvato: «Io sono scappato, come scappavano gli antifascisti dall'Italia, e ho trovato una grande possibilità di continuare a vivere e fare le cose che mi piacevano. Mi sono iscritto all'università. Ho imparato l'italiano e grazie all'Italia sono riuscito a ricostruire lo strappo con l'Algeria».



    Il rapporto con la lingua italiana per Laukhos è fondamentale. «Si conquista la libertà attraverso una lingua. E' un potere. Vuol dire dotarsi di mezzo potente per sopravviere e vivere meglio e farsi valere come persona. Se vogliamo forzare un detto: dimmi come parli e ti dirò chi sei. Il modo di parlare offre uno status. Non è un mezzo come sono gli occhiali, è un modo di guardare. Pensi la lingua, ci entri in confidenza e così accogli l'anima di un popolo, conquisti una parte dell'identità di una cultura. Poi cambia il rapporto con la tua lingua madre, il modo di parlare, di pensare. E la cosa bella è che anche tu cambi la lingua che acquisisci».



    Parla con grande semplicità della sua storia, del rapporto con il suoi conterranei, si sente in ogni parola, virgola, accento, l'intensità di un vissuto in prima persona che rende impossibile qualsiasi retorica.

    «Oggi nel mondo arabo c'è una crisi profonda, il fondamentalismo è sfociato nel terrorismo. Anche se Paesi come l'Algeria hanno subito per anni attentati e stragi, si è cominciato a parlare di terrorismo a livello globale solo dopo l'11 settembre.

    Ora nei paesi arabi viviamo una contraddizione massacrante, i regimi corrotti fanno fuori le voci che possono dare una vera alternativa con un'opposizione intellettuale.

    Come facciamo a riformare e democratizzare il mondo arabo? Io credo che gli immigrati abbiano una grande opportunità. Quella di vivere la democrazia nella vita quotidiana, di vivere l'Islam come dimensione spirituale e non politica. Di vivere la religione come dimensione privata e produrre un modello.



    Oggi viviamo nella globalizzazione, comunichiamo gratis con i parenti lontani. Via Skype per esempio io parlo con mia madre. I regimi non possono praticare la censura a lungo. Io sono ottimista. L'Europa è poi vicina al mondo arabo, ha rapporti e memorie in comune. Gli immigrati musulmani possono diventare elementi di mediazione e democratizzazione».



    Nel titolo del suo romanzo il riferimento allo scontro di civiltà, teorizzato da Samuel Huntington, è volutamente ironico: «E' una definizione che ha fatto male. Ancora di più perchè amplificata dai media. Huntington ha soprattutto una responsabilità, quella della scelta del titolo. Civiltà che si scontrano? Uno sbaglio. Se vogliamo dire che civiltà è cultura, è poesia, allora io non ho mai sentito parlare di uno scontro tra poeti italiani e libanesi. Gli scontri sono sul petrolio, per il potere... Le civiltà non si scontrano. Nessuna civiltà è nata dal nulla, ha preso da quella precedente e ha dato a quella successiva. La teoria di scontro delle civiltà, dopo l'11 settembre, è diventata davvero una ricetta gastronomica. Nel senso che è semplice. Con ingredienti apparentemente chiari. Si da per scontato l'esistenza di due blocchi definiti, da una parte l'Occidente e da una parte il mondo musulmano. E' un errore, il mondo musulmano non è un blocco unico e l'Occidente non è un blocco unico. Tra Stati Uniti e Europa ci sono delle differenze. Tra Italia e Olanda ci sono differenze. In Spagna ci sono i matrimoni gay, in Olanda l'eutanasia... Lo stesso vale per il mondo musulmano, arabo, ci sono differenze grandissime. Con il mio romanzo ho cercato di far capire che lo "scontro di civiltà" è un pretesto per giustificare scelte politiche ed economiche».



    Dice di aver scelto di non parlare mai direttamente di politica nei suoi romanzi, ma tra le pagine del suo libro è evidente la consapevolezza della forza sociale che può avere la letteratura. Gli ricordiamo la potenza di Gomorra, del romanzo di Saviano, efficace per combattere/impaurire la camorra più di ogni altro mezzo.



    «La letteratura è potente perchè passa dall'astratto al concreto. Il pregio di Saviano è di raccontare storie di persone reali, uno quando legge non può rimanere indifferente, deve prendere posizione. O si identifica in alcuni personaggi o prende le distanze. Cosi leggendo Gomorra un lettore onesto non può non rifiutare il "sistema". Non può che avere ripugnanza, disgusto. La letteratura ha questa forza: non ti lascia indifferente».



    E non si può non parlare con lui del difficile rapporto che gli italiani continuano ad avere con la loro storia di immigrazione...

    «Il rapporto con la memoria è delicato. Perchè quando noi cerchiamo di ricordare il passato, viviamo due difficoltà. Se ciò che abbiamo vissuto è negativo, ricordare vuol dire riviverlo, se è positivo, diventa un rimpianto ed è comunque tristezza.



    E' un grosso problema. Non c‘è una via d'uscita, dobbiamo guardare questa memoria in faccia e assumerci delle responsabilità, mettendo anche in conto di soffrire. Ecco perchè uso la metafora del "giardino della memoria". Un giardino se lo hai, lo devi curare



    Ha bisogno di acqua, di togliere le erbacce. Se noi non curiamo la memoria rischiamo di trovarci con una discarica. Gli italiani sono stati emigrati, hanno prodotto tante cose positive, basti pensare alle rimesse.... Poi hanno fatto studiare i loro figli, sono diventati importanti, si sono aperti al mondo, ma ci sono anche cose negative come la mafia ad esempio, come il ricordo di una grande povertà... Mi ha colpito una signora che ho conosciuto qui: mi ha detto che fino a qualche anno fa non voleva sentirsi attribuire la definizione di italo-americana...».



    Amara Lakhous sta lavorando ad un nuovo romanzo: «Lo sto facendo direttamente in italiano. ‘Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio' l'avevo prima scritto in arabo, per poi riscriverlo in italiano. Anche questa storia è ambientata nell'Italia di oggi, ma fa riferimento all'esperienza di immigrazione italiana all'estero e all'interno dell'Italia...».



    Presto uscirà anche un film tratto dal suo libro: «Non ho partecipato alla sceneggiatura. Non mi hanno coinvolto come avrei voluto. E' diverso dalla storia del mio romanzo, ci sono due personaggi nuovi. Ma il cinema è una cosa, la letteratura un'altra. Il messaggio del mio romanzo passerà anche così».

     

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    Amara Lakhous è nato ad Algeri nel 1970, vive a Roma dal 1995. È laureato in filosofia all’Università di Algeri e in antropologia culturale alla Sapienza di Roma. Attualmente lavora come giornalista professionista all’agenzia di stampa Adnkronos International a Roma. Il suo primo romanzo, Le cimici e il pirata, risale al 1999.

    "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio" è stato pubblicato in Italia nel 1996.
    Il libro è un monologo a più voci (ogni capitolo è narrato in prima persona da uno dei personaggi) che fornisce al lettore una nuova prospettiva su Roma, una metropoli che ancora tenta di metabolizzare ed adattarsi ad una crescente multirazzialità. Tensioni, miserie, diffidenze reciproche, ma anche tenerezza e solidarietà diventano i colori di questo originale affresco di una realtà in continua evoluzione. Un mix tra giallo, analisi sociale e commedia all'italiana, Scontro che ci regala la preziosa possibilità di guardarci attraverso gli occhi di uno straniero.

    (Articolo pubblicato su Oggi7)

  • Così ricordo Rocco Caporale



    Mi aveva “inviata” America Oggi per vedere e raccontare cosa stava facendo questo professore emerito della St. John’s University. Ero scettica, cosa avrebbe mai potuto fare un sociologo in pensione da anni con quei dati cosi difficili da interpretare e soprattutto da organizzare? Ma dopo il sorriso accogliente, l’altra cosa che ho subito colto nel volto di Rocco fu un’ironia saggia che dava il giusto peso a tutto. Inclusa l’analisi delle statistiche elettorali che voleva raccontarmi. Un lavoro serissimo, ma che andava preso con la dovuta distanza e prudenza. Il rigore del sociologo camminava di pari passo alle esperienze vissute nella sua vita. Ma questo allora ancora non lo sapevo.

     

    E ricordo quando sono entrata nel suo studio con la luce che filtrava dalla finestra e che lasciava intravedere in lontananza, tra i tetti, il fiume Hudson. Ma il fiume in piena era il Professor Caporale, parlava e non sapeva dove andare a fermare le parole. Mi raccontava cercando di darmi tutte le informazioni possibili. Si capiva fin dall’inzio che aveva una dote importante, ma ancora rara per un professore: la capacità di semplificare. E spiegava cercando un dialogo, chiedendo consigli, senza mettersi in cattedra. “Letizia”, impossibile non darsi quasi subito del tu con questo eterno giovane, “cosa ne pensi tu? Come posso rendere evidenti le ipotesi del mio studio? Qui ci vuole il giornalista che affianchi lo studioso!”. Ma il mio stupore crebbe quando lui accese il computer e cominciò a lavorare dentro a database elettronici che per chiunque alla sua età (ma non solo!) sarebbero stati proprio difficili. Da quel momento cominciai ad appassionarmi al progetto di Rocco. Scegliemmo insieme gli strumenti per rendere comprensibili i dati. ... Grafico “a torta”? No? ... Istogramma? Meglio? ...

     

    E’ cominciata così la mia amicizia con Rocco Caporale, parlando di dati elettorali e poi piano piano di tematiche legate all’immigrazione, alla comunità. Devo a lui diversi spunti sugli italiani negli USA e su tante altre cose. Le conoscenze di Rocco su infinite sfaccettature della realtà nel Mezzoggiorno italiano nel corso degli ultimi decenni, ad esempio, erano un vero patrimonio prezioso per me.

     

    Era orgoglioso di essere meridionale ed italiano, ma senza facili patriottismi. Altro elemento raro in persone della sua età, soprattutto qui negli USA. Era in grado di rivelare chiaramente e senza peli sulla lingua tutte le problematiche che spesso altri nascondevano per paura “di far brutta figura”. E non si limitava solo a raccoltarle, faceva proposte concrete.

     

    Per certi versi Rocco è stato un personaggio scomodo. Ne sanno qualcosa in Irpinia. La sua ricerca sulla ricostruzione dopo il terremoto del 1980, condotta attraverso Institute for Italian-American Studies (INIAS) che lui stesso aveva fondato infastidì più di un uomo politico campano. Nel 1990 l’eco dei suoi studi, finanziati da un grant della National Science Foundation e dell'IRI, giunse ad alti liveli istituzionali e il professore fu invitato a tenere una audizione presso la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla ricostruzione post-terremoto. I risultati della ricerca contribuirono alla caduta del governo De Mita, raccontava Rocco con un po’ d’orgoglio. E diceva sorridendo che Mastella lo attaccò durante una trasmissione televisiva di Michele Santoro. Caporale era diventato, per alcuni politici della Prima Repubblica, il “professore venuto dall'America” a lavare i loro panni in pubblico.

     

    Torniamo ai miei ricordi. Alla sorprendente dimestichezza di Rocco Caporale con l’informatica. Al quel suo tempestivo rispondere alla email, alle telefonate su Skype, ancora prima che questo strumento si diffondesse. Sempre presente nei momenti iportanti per la comunità, lo ricordo intervenire in diversi dibattiti pubblici, a volte con fare punzecchiante, ma sempre costruttivo.

     

    Ma la mia memoria di Rocco rimane molto legata ad Internet, alle nostre infinite email, e a quella casa nell’Upper East Side. Casa dove ho conosciuto la moglie Taina, nota ballerina finlandese, e dove Rocco si è fatto apprezzare anche come abile cuoco. Non faceva solo un ottimo caffè. Tra un ragù napoletano un giorno, e un’ottima aragosta un altro, piano piano mi ha dato consigli, suggerimenti, momenti di affetto disinteressato. Si divertiva a parlare di politica con mio marito, professore di Scienza Politica. Il vecchio sociologo ed il giovane politologo si confrontavano. Rocco a volte sembrava parlare con leggerezza, ma nei suoi scherzi c’era più verità di quanto si immaginasse.

     

    E sempre ricordando, mi colpisce ora come fosse sicuramente più preoccupato lui della mia salute che io della sua: “Letizia, tu lavori troppo! Ti devi riposare…”

     

    Sereno, saggio, in grado di prendersi in giro, un pò meridionalmente superstizioso, pieno di amici, ma anche senza paura di farsi nemici. Innamoratissimo di sua moglie e della sua famiglia. Questo è il ricordo che ho io di Rocco. Il ricordo, certo, di una persona che lo ha conosciuto negli ultimi anni della sua vita, e che del suo passato conosce solo i suoi racconti filtrati dalla memoria.

     

    C’è una persona che invece lo ha incontrato da tanto, addirittura quando era una sua studentessa all’univeristà, e che lo ha accompagnato anche nei suoi ultimi studi. Parlo di Mary Ann Re, fino a qualte tempo fa Direttore Esecutivo della New Jersey Italian and Italian American Heritage Commission. A lei, ad un nostro recente colloquio, affido un’altra parte di questo mio ricordo.

     

    Mary Ann racconta un aneddoto di cui lei stessa è venuta a conoscenza solo dopo la morte di suo padre, il compianto giudice Re. Una volta il giudice, senza aver mai conosciuto Rocco Caporale, lo chiamò al telefono e gli disse: “Mi ha portato via mia figlia!”. Mary Ann infatti era rimasta così affascinata da una lezione di Rocco, durante la presentazione del semestre di sociologia alla St. John's University, che decise di cambiare il suo percorso di studi per seguirlo.

     

    L’amicizia tra Rocco e la famiglia Re si intesificò negli anni: “Quando stava morendo, l’unica persona non di famiglia che mio padre voleva vedere, e con cui riusciva a sorridere, era Rocco!” mi racconta ancora Mary Ann. E poi ancora: “Era un intellettuale integro, curioso, legato ai dati, era generoso, passionale e odiava pontificare. Lavorava a diversi livelli. Non guardava ai titoli, all’età dei suoi collaboratori, ma a quello che realizzavano. Era in grado di semplificare in tre frasi un intero capitolo.”

     

    E ricorda gli ultimi momenti di lavoro insieme al suo professore lo scorso anno. In Canada per una ricerca sui campani e una conferenza, lo scorso novembre a Boston, sui siciliani nel Tri-State. “Lavorava come camminava. Piccoli passi veloci. Era il più giovane ottantenne che abbia mai conosciuto, un grande compagno di lavoro ed amico. Mi chiamava Mariannedduzza, nessun altro lo farà mai più. Sullo speed dial del mio cellulare, dopo quelli della mia famiglia, c’era il numero di Rocco”.

     

    Due storie a confronto con la vita di Rocco. Quella mia e quella di Mary Ann, vicine e lontane. Entrambe putroppo sappiamo che quel caffè in cucina non ci attende più.

     

    (Pubblicato su Oggi7 il 6 luglio 2008)

     

     

  • Life & People

    The Language of Ugo, Alexander & Sam


    An evening with Alexander Stille and his son Sam can turn into an important and endearing reflection on the relationship between father and son and its infinite nuances. The son of the great and unforgettable journalist Ugo Stille (born Mikhail Kamenetzky), an Italian-American with Russian origins, recounts memories of his relationship with his father and their link to the Italian language.

    Alexander, himself a famous writer, journalist and professor at Columbia University, opens himself up with emotion recalling some specific, and at times difficult memories.



    “Our father never taught us or spoke to us in Italian,” he begins. Aware of the surprise that this statement could provoke, he adds, “I know, it sounds weird. He had a job that was focused on the relationship with Italy, in 50 years he wrote thousands of articles in Italian and no one in his family was able to read them…”



    The air is full of emotion but it is eased by Sam Stille, three and a half yeas old, asking his dad what the carrots he is eating are called, and if they speak Italian or English. The lovely boy will not stop attracting my attention for the entire evening trying to speak in Italian, with a few sentences and some songs that I hadn’t heard in a long time – like “ma che bel castello, marcondino-dirondella… San Martino campanaro, suoni tu … suoni tu”.



    While Alexander speaks, I try and follow the memory and create an imaginary line that unites the three Stilles. Generational passages are the foundations of our lives. His tale unfolds as he tells the story of his father, forced to emigrate first from Russia, due to anti-Semitism, and then from Italy for the same reasons, when the Fascist regime enacted the racial laws in 1938. The past enters the room we are in, amongst the books, magazines, toys, knick-knacks, the Jewish chalice placed in a corner and a backpack full of papers laying on the floor. The past touches the present, the year 2008.

    From the window you can see the north end of Manhattan and Broadway splitting into two. In 1941 the Kamenetzkys headed for the United States and that must have been the year Ugo Stille decided to never look back. But his son was able to change his mind, with his passion for learning a language and a culture.



    “Yes, I studied Italian on my own, in different phases. When I was 17 I was lucky enough to do it in school, and then I went to Italy for a while on vacation. I was in London, a relationship had just ended, and so I called my dad and said: I want to go to Italy, where should I go? I was taken in by an American woman and I found myself in an Italian and Anglo-Saxon environment that I found very beneficial…”

    Alexander Stille’s relationship with Italy continues to grow more intense. After the ‘escape’ he returns to the United States and finishes his studies, but decides to study Italian more in depth thanks in part to an aunt who also spoke the language. He returns to Italy looking for work, willing to do anything to be able to speak Italian in everyday life. From this moment on it is a crescendo thanks to school, work and a professional career.



    “I started reading my father’s articles… I think he was happy. Even if he never actually told me – I had the distinct feeling that he was perplexed but pleased. I started to understand a lot more about his world. But he wanted it to be my decision, he never did anything to facilitate this reconciliation. And my sister doesn’t speak Italian.”

    I try to understand why. Alexander is working on the story of his family and this is in part for him a very delicate reconstruction process

    .

    It was the forties and Ugo Stille, like many other Italians who emigrated to the United States, decided to speak only English, abandoning the Italian language in order to fully integrate himself into American culture:

    “Maybe in his story there are some affinities with the Italian-American Diaspora. But his journey was different. An Italian-American friend of mine told me that when she asked her grandmother: ‘where do we come from?’ She would answer, ‘we come from poverty, forget it.’” For Alexander Stille’s father it was another kind of poverty. The one tied to the absence of humanity. “My father was middle class, deeply tied to Italy, but he had to leave because he wasn’t welcome. He had grown up as an Italian child, but wasn’t considered one.” Ugo Stille had a deep bond with the country, and after the tragedy of having to leave it “he chose to never look back, to marry an American, to never speak Italian with his children.”



    And so, one of the most important figures in Italian journalism acquires Italian citizenship only when he needs to in order to become editor-in-chief of Corriere della Sera. “I think that my efforts to learn Italian helped him make peace with Italy. I tried to enter his world.”

    And Sam? During our adult conversation Sam has promoted me to Italian sister. In a few hours he has told me all the Italian words he knows and has asked me to translate others. “With him I try, as much as possible, to speak Italian sometimes. He listens to Italian CDs for kids, he has some books. I often take him to see people who speak Italian. But I think he also needs a full immersion. This summer we’re going to Italy and I’ll enroll him in an Italian kindergarten. Next year we will stay in Italy for six months. I think it will be important for him. When he comes back he will definitely have a base.”



    And who knows what it will mean for Sam, when he’s older, to read his grandfather’s columns in Italian. His grandfather who would never have imagined that it would be through that language – the one that he didn’t want to pass on to his son Alexander – that he would be able to reach his grandson, his grandson Sam.

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    From Talking Italy. A special 12-pages print issue dedicated to Italy’s culture and language.

  • Life & People

    NOIAW Celebrates Italian Family


    Last Sunday, in honor of its 28th anniversary, the National Organization of Italian American Women (NOIAW) celebrated family with a luncheon for one hundred guests in an incredible setting – Chelsea Pier 60 on the Hudson River.



    Roseanne Colletti of WNBC played master of ceremonies, sharing the stage with many important guests throughout the evening. Some of the illustrious guests included Matilda Raffa Cuomo, Geraldine A. Ferraro, Francesco Maria Talò, Joan Roccasalvo, Joy Behar, Renee Taylor, and Joseph Bologna. Particularly meaningful was the selection of the guests of honor: Rachael Ray and her mother, Elsa Scuderi, while Singers Cristina Fontanelli and Michael Amante provided a pleasant accompaniment to the event.



    The Consul General Talò (Honorary Chair with his wife Ornella) underscored the important role of women in Italian-American history, from Mother Cabrini to Geraldine Ferraro. Family-education-management were the key words for Talò. He spoke of the importance of passing down identity through family, and how important communicating through the language of origin is today. For all these reasons, said the Consul, it is "important to promote the AP Italian program."

    The founder and chairwoman, Aileen Riotto Sirey, surrounded by her granddaughters, and the President, Carol Silvagni MacLeod, summed up the journey of NOIAW and the importance of the role of Italian-American women today. Lots of reflection on the meaning of family took place at the luncheon, from table to table, between the various guests. Starting from those nearest and dearest to us we can work towards the future without forgetting the past. Donna de Matteo (NOIAW Scholarship Committee) presented Michelle Dutton, Susan Simone, Kristine V. Spano, Nicole Vidri, with this year's NOIAW scholarships.



    The proceeds from the Sunday luncheon and a large auction will be used to raise the amount given out to deserving students. Also important is the work towards a cultural exchange with contemporary Italy, one of the organization's more recent objectives. Last year 18 Italian young women spent an intense and unforgettable time with Italian-American families. And this is the first step in a "circular dialogue” that NOIAW wants to keep increasing.



    For almost thirty years NOIAW celebrates men and women of Italian origin and Rachael Ray and her mother Elsa Scuderi, received this important acknowledgment on Sunday.

    Rachael Ray is an Emmy-nominated television star. Her magazine "Every Day", which enjoys a large readership, and her television program "30 minute Meals", are well known by many Americans. Through her Sicilian origins (Gela) she promotes a style of cooking that is inspired by Italian traditions, but simplified and made easier for everyone. Ray bases her recipes on natural ingredients and is known for forgoing the measuring cup.



    Matilda Raffa Cuomo was moved as she remembered her Sicilian roots and her mother's dynamic personality. And "when I look at Rachael," she said " I'm like a notepad ready to take notes".



    Geraldine Ferraro told of her emotional response after listening to the song "Mamma" sung by Michael Amante, and jokingly she said: "Enough of these Sicilians, let's celebrate Neapolitans!"



    Rachael Ray's speech focused on her mother: "My work is her work, everything I do comes from her". She told the audience about how her mother had passed on to her the Italian spirit of a "good life", one not dependent on money. Her mother, she said, "made me understand how great it is to work and to respect all types of jobs." Elsa Scuderi told America Oggi about her first trip to Sicily and that her daughter had been surprised when she returned home with sand she had taken from the beach. Scuderi added, "I'm excited today, also because tomorrow is my husband's birthday!"



    Among the luncheon's noteworthy guests were Mariuccia Zerilli-Marimo, Anthony J. Tamburri, Fred Gardaphe, Peter Carravetta, Marie Garibaldi, Angela Mazzarelli, Saliann Scarpulla, Patricia Lafreniere, Dominic Massaro, Joseph Sciame, Rosemarie Gallina-Santangelo, Christine Meola, and Bea Tusiani.

  • Fred Gardaphe: Reinventando il concetto di identità


    Giovedì scorso si sono aperti a New York i lavori della conferenza internazionale "Italians in the Americas". La tre giorni di studio, che si è svolta presso il John D. Calandra Italian American Institute (Queens College, CUNY) è stata dedicata ad analizzare i diversi aspetti dell'italianità nelle Americhe, con contributi di importanti studiosi dagli Stati Uniti, dall'Italia e dal Sud America.


    Dopo una breve introduzione del Dean del Calandra Anthony J. Tamburri  e un saluto di James Muyskens, President del Queens College, i lavori sono stati aperti da una prolusione di Fred Gardaphe, recentemente nominato Distinguished Professor of Italian Studies del Calandra Institute, intitolata "Beyond the Immigrant Paradigm: identities and the future of Italian American culture".


    L'intervento di Gardaphe si è concentrato sul concetto di identità tra passato e futuro nelle comunità italiane negli Stati Uniti. Partendo dall'ormai famoso "melting pot", Gardaphe ha spiegato che in realtà si tratta solo di un mito.  Attraverso un affascinante excursus storico ha mostrato come il quinto più grande gruppo etnico negli USA abbia dovuto rivisitare costantemente il proprio concetto di identità, ricostruendolo e reinventandolo ad ogni generazione. Gli italiani in America "hanno rinegoziato costantemente il rapporto tra le culture locali e le proprie origini". Il punto è che questa ricostruzione va fatta non solo con grande rispetto del passato, ma anche con grande attenzione alle evoluzioni e ai cambiamenti futuri. Rimangono importantissime le varie "Little Italies", dove cultura e costumi italiani sono stati tramandati per generazioni senza l'ausilio di libri o opere organizzate. Ma le "Little Italies" stanno ormai scomparendo e la conoscenza della cultura e la reinvenzione costante dell'identità italiana in America deve passare anche per la costruzione di costanti e coordinate opere intellettuali.


    Attraverso una serie di aneddoti divertenti, ma allo stesso tempo molto crudi, Gardaphe ha affrontato  il tema dell'assimilazione nella società americana. Sono tante le storie che spiegano come sia stata dura la lotta, prima di tutto interiore, tra una cultura legata alle origini e la cultura dominante del luogo di accoglienza. I nodi sono tanti. Prima di tutto quello linguistico.  Dalla necessità "americanizzare" il cognome italiano fino ad ogni piccolo, ma spesso grandissimo passo per  "rapportarsi" ad una nuova cultura. L'intero ragionamento presentato è teso a mostrare quanto, anche in virtù di questa sua storia, sia "fluida"  l'identità italo-americana, per niente statica o chiusa nel tempo, come può  forse apparire ai non addetti ai lavori. È una realtà in costante metamorfosi e pronta ad un ulteriore passo per riconoscere se stessa. Lo dimostra anche l'aumento esponenziale di persone che, secondo il Census Bureau, scelgono di dichiarare la propria discendenza italiana. Se si legge questo dato alla luce della diminuzione del fenomeno migratorio italiano,  si ha un ulteriore prova di quanto in realtà il controverso concetto di identità sia molto meno rigido di quanto si tende a credere.


    Uno dei punti cruciali  della relazione ha riguardato l'importanza della "definizione" della propria identità. Secondo il relatore definire, individuare ed indagare la propria identità è infatti l'unico modo di uscire fuori dalla gabbia interpretativa costruita da altri intorno alla comunità degli italiani d'America. Questa gabbia è costituita da una serie di stereotipi e luoghi comuni legati soprattutto al mondo della criminalità organizzata, ma anche al cibo, e comunica una serie di interpretazioni spiacevoli, spregiative e semplicistiche della cultura italiana. Iniziare ad auto-definirsi ed auto-analizzarsi è dunque un imperativo culturale di estrema importanza per una comunità che ha bisogno di smettere di farsi "definire dagli altri" per cominciare a creare schemi di interpretazione propri.


    Senza alcun dubbio l'unico modo di rapportarsi a questa questione è inserire il dibattito all'interno di una più ampia discussione legata alla questione della razza. Per Gardaphe l'incontro della cultura italiana con quella americana ha finito per modificare e plasmare il rapporto della comunità con le proprie origini. Questo fenomeno è diventato ancora più forte da quando la "razza" italiana ha iniziato ad essere considerata parte integrante della "razza" bianca. Questo peculiare status ha richiesto infatti a gran parte della comunità l'assimilazione di diversi comportamenti, atteggiamenti mentali e modi di rapportarsi ai gruppi etnici ed alle usanze dominanti. A lungo andare un comportamento di questo tipo non può esimersi di lasciare tracce indelebili sul concetto di identità collettiva.


    In conclusione, secondo il relatore è importante che in un futuro, speriamo prossimo, il tema dell'identità della comunità italo-americana cominci a definirsi all'interno delle istituzioni culturali ed educative. Le idee inizieranno così a circolare e verrà finalmente superata la segregazione di questo tema nello spazio geograficamente limitato e deliminato rappresentato dalle varie "Little Italies".


    La trasmissione della cultura italoamericana è stata basata fin'ora soprattutto sull'oralità e pochissimo sui libri.  È ora necessario per la nostra sopravvivenza culturale riuscire a rinegoziare la propria identità attraverso uno studio attento di se stessi. Gli italoamericani devono sviscerare insomma "both history and story". Se così non sarà, il tema italo americano continuerà ad essere determinato da "altri".

     

    (Originariamente pubblicato su Oggi7)

     

  • Facts & Stories

    Fred Gardaphe: The Importance of Defining “Identity”



    Last Thursday marked the start of “Italians in the Americas,” a three-day conference hosted by the John D. Calandra Italian/American Institute (Queens College, CUNY). The papers and presentations were devoted to analyzing the diverse and varied aspects of “italianità” in the Americas, with significant contributions from scholars from North and South America as well as from Italy.

     

    After a brief introduction by Anthony J. Tamburri, Dean of the Institute, and a welcome by James Muyskens, President of Queens College, Fred Gardaphe, who was recently appointed Distinguished Professor of Italian Studies at the Calandra Institute, delivered the keynote lecture entitled “Beyond the Immigrant Paradigm: Identities and the Future of Italian American Culture.”

     

    Gardaphe’s address focused on the idea of identity within the past and future of Italian communities in the United States. Beginning with the famous concept of a “melting pot,” Gardaphé explained that in reality it refers only to a myth. Through a fascinating historical account, he demonstrated how the fifth largest ethnic group in the U.S. has had to revisit its concept of identity, reconstructing and reinventing it with each new generation. Italians in America “had to constantly renegotiate the relationship between their local culture and their origins.” This reconstruction of identity is carried out not only with great respect for the past, but also with great attention to evolution and future change. The various Little Italies still remain relevant and important places where Italian culture and customs are handed down through generations without the aid of books or organized activities. Little Italies, however, are disappearing and as a result, cultural knowledge and the reinvention of Italian identity in America is a process that must be transformed to include ongoing and coordinated intellectual activity.

     

    Through a series of entertaining but crude anecdotes, Gardaphe tackled the theme of assimilation into American society. Many stories illustrate this struggle, especially the internal struggle to reconcile one’s origins with the dominant culture of the host country. The assimilation process sometimes included the necessity of “Americanizing” one’s Italian surname and frequently included changing minute aspects of one’s everyday life, but it was these seemingly small changes which amounted to significant steps in bridging the gap with the new culture. Gardaphe showed that within the context of history, Italian/American identity is fluid and not at all static or frozen in time, despite how it may appear to those who are not directly involved in this work. Italian/American identity is in constant transformation and it is poised for another step towards self-realization. According to the Census Bureau, there has been an exponential increase in persons who choose to identify themselves as being of Italian decent. If one reads this data in light of the decrease in Italian migration, it is further evidence that the question of identity is much less rigid than one would tend to believe.

     

    One of the crucial points of the lecture is the importance of defining “identity.” According to Gardaphe, the act of defining, individualizing, and investigating one’s own identity is in fact the only way to escape from the “interpretive cage” constructed by those outside of the Italian/American community. This cage has been created from a series of stereotypes and common associations that are connected mostly to the world of organized crime, but also to food, and convey a series of negative interpretations and a pejorative and simplistic view of Italian culture. It is therefore a cultural imperative for the community to examine and define itself rather than continue to be defined by others.

     

    For Gardaphe, the primary way to resolve this question is by introducing it into a larger discussion of race. The meeting of the Italian and American cultures resulted in the community’s transformation and the reshaping of its relationship with its own roots. The process became stronger as the Italian “race” was increasingly considered an integrated part of the white race. This peculiar status required the community to assimilate with respect to different behaviors, mental attitudes, and ways of relating to other ethnic groups as well as the dominant culture. In the long run, undergoing a metamorphosis of this type cannot but leave indelible marks on the concept of a collective identity.

     

    In conclusion, it is important that in the future the subject of the Italian/American community’s identity will be considered by those within cultural and educational institutions. In this way, ideas will begin to circulate and they will eventually go beyond the geographical space limited to and represented by the various “Little Italies.”

     

    The transmission of the Italian/American culture in the past has been based on oral tradition rather than a literary one. It is necessary for our cultural survival that we succeed in renegotiating our own identity through a careful study of ourselves. Italian Americans must therefore examine “both history and story.” If they do not, the subject of Italian/American identity will continue to be determined by “others.”

     

    (Translated by Giulia Prestia)

     

     

     

     

  • Life & People

    Sardinia. Sea, Culture, Traditions, Unique Way of Life


    Sardinia was the topic at the New York offices of the Agenzia Italiana per il Turismo (Italian Tourism Agency). The director, Riccardo Strano, introduced the Minister for tourism, artisan arts, and commerce for Sardinia,  Luisa Anna Depau, who presented the second Mediterranean island.


    Ms. Depau spoke with particular efficacy, to an audience of tourism insiders, about a destination that is still mostly unknown to Americans.


    From her first words she painted a picture of a Sardinia where nature, traditions and even its variegated linguistic heritage remain largely unspoiled. This ancient and rare integrity is definitely an attractive element for the American tourist, ever more attentive to the cultural and historical heritage when visiting a European country.

    The acenstral traditions of Sardinia, the charm of its ancient traditions, the extraordinary beauty of its nature and its monuments, the effortlessness of its cuisine, seem to come to life in a very inviting video. At the end the councillor commented: "the only thing this video is missing is the smells.". Sardinia is in fact a real concerto  of colors, images, sounds, but also of aromas and scents.


    After the screening of the video Ms. Depau again spoke of the rare historical heritage of her region. Phoenicians, Carthaginians, Romans, Arabs, Byzantines and Spaniards all landed on this splendid island. The Sardinian population has known how to enrich their culture with these influxes and create a real cultural treasure.

    Assimilating and revising different influences that weren't hidden or superimposed on one another but were instead integrated. It is an island that holds many secrets, one of which is longevity. For this reason the Sardinians has been the focus of international research.


    In Sardinia we find ourselves on the line  between a sense of eternity and the knowledge of being able to touch in the present the same past, witness to the future. The millenary 'nuraghi' seem to be sentinels between sea rocks, beaches, the woods, churches, museums, archeological trails.



    The Minister for Tourism, Luisa Anna Depau, shared with us in a short interview the promotional activities of Sardinia in the US, without glossing over the difficulties.


    "One of the problems that an American tourist is sure to find when he decides to come to Sardinia, is the absence of a direct flight. We are working on getting that. We are in talks with Eurofly - together with Meridiana which is based in Olbia. It's important that we have already been able to achieve a New York - Rome - Cagliari or Olbia for example, where you only have to go through check-in once, even though there is a connecting flight.

    We are working hard to get direct flights from various European cities. In four years, we have been able to go from five to twenty-six European cities. We are also actively working on improving the infrastructures, especially the rail system".

    Who is the prototypical tourist for a region like Sardinia?

    "The American market is tremendously vast. I think our island first of all, is quality destination, made for high-end travel. And fortunately this is a sector that hasn't felt the repercussions of the falling dollar. Starting from the very famous Costa Smeralda, Sardinia is known as a destination for elite tourism. There are prestigious five-star and many four-star hotels on all of its coasts."

    But Sardinia is also a beatiful island in the interior. How do you introduce that? In Europe, as a tourist destination it is compared to a caribbean island in the Mediterranean. Can its interior, together with its history and culture, be a further element of attraction for Americans who have the Caribbean so close?


    "Yes it's true. We are known first of all for the sea. The tourism economy is based on this. But now we are focusing on promoting the rest of the island as well. The real wealth of Sardinia is its culture, its traditions, its unique way of life. I think we have to aim at having year-round tourism, with well-distributed fluxes."

    What have you done and what will you continue to do present Sardinia to the US?


    "We started this very important operation last years. It had been fourteen years sinc the region had last reached out to this market.

    And in September we were the main sponsor of the New York Film Festival, with a series of events. Next September we will sponsor it again and we will organize 'Sardinia week' with cultural events together with Columbia University.

    In the meantime we are putting our tourism workers in touch with American tour operators. Thanks to ENIT twenty of them will come to Sardinia at the end of April.

    We are looking for specific possibilities, like for example the New York Festival, for promotional events. We are looking for connections to introduce other aspects of our regions, like our books, film, music, folklore, art. Few people know for example two Sardinian artists that were very for US, Costantino Nivola (1911-1988) and Albino Manca (1898-1976)."

    And how important is the presence of the Sardinian community in the US?

    "I am particularly saddened by the passing of the President of the Shardana club, the Sardinina association here. Bruno Orrù was a very special person. It was a huge loss for us. But we are counting a lot on what he was able to build. The Sardinian presence in the US is a huge support for our projects. Last year they helped us a lot."


    Also this week in New York, the Councillor presented in the New York offices of the Istituto Nazionale per il Commercio con l'Estero (National Institute for Foreign Commerce) an event on artisanal worsk that will take place in the month of October in Cagliar
    i. It is a fair with 200 artisanal businesses from the Mediterranean basin.


    "The concept is that Sardinia has a rich artisanal tradition, but a lot of this work is not justly compensated. The idea is that of passing the skills into the industries of design, fashion and other sectors. Using these old techniques for new goals, we are inviting architects, artists, designers, interior decorators."


    The next stop for the Minister in her North American tour to promote Sardinia is Toronto.


        

     

  • "Italians in the Americas”, studiosi a confronto


    Comincia oggi organizzato dal John D. Calandra Italian American Institute (Queens College/Cuny) un simposio di tre giorni che raccoglie, in una cornice  internazionale, interventi che spaziano su diversi argomenti: identità etniche e conflitti culturali, estetica e psicologia, arti visive e letteratura, questione femminile, società e politica.


    Il convegno sarà introdotto da James Muyskens, Presidente del Queens College, da Anthony Julian Tamburri, Dean del Calandra Institute e dall'intervento inaugurale del nuovo arrivato al Calandra, Distinguished Professor of Italian American Studies  Fred L. Gardaphe, su "Beyond the Immigrant Paradigm: Identities and the Future of Italian American Studies".

    Abbiamo posto al Dean Anthony Tamburri, ideatore ed ospite del convegno alcune domande, cominciando naturalmente da quella su come è nata l'idea di "Italians in the Americas"…


    "Il covegno nasce dall'esigenza di creare un discorso 'internazionale'. Infatti fino a ora Stati Uniti, Canada e qualche paese dell'America Latina, hanno portato avanti singolarmente il loro colloquio con l'Italia. Ma non mi risulta che sia mai stato fatto un discorso internazionale che raccolga nel complesso l'emisfero americano, con la sola eccezione di un convegno del 1992. Quindi possiamo usare in questo senso per la la prima volta negli Stati Uniti l'aggettivo ‘Americano’. Ovvero inclusivo non soltanto di un lavoro effettuato in un solo Paese, ma negli Stati Uniti, in Canada, Messico, Argentina, Brasile … e così via.


    Un grande contributo in questa direzione è stato dato dalla rivista della Fondazione Giovanni Agnelli,  che oggi si chiama "Altreitalie". Questa rivista ha rappresentato una componente veramente importante per creare una conversazione nel senso etimologico della parola, una conversazione italiana e americana. Hanno dedicato a questo approccio diversi numeri della loro rivista. Un altro grande contributo in merito lo ha dato, come storico italiano, Emilio Franzina."

    Dunque negli USA è la prima volta, dopo tanto tempo, che si svolge un convegno di questa portata e che fra l'altro, guardando il programma, raccoglie interventi davvero diversi tra loro. Esite un filo conduttore in uno spettro di temi cosi ampio?


    "Si è vero, è abbastanza ampio. Volevamo prima di tutto cercare di radunare un gruppo di intellettuali e studiosi in un unico posto per poter discutere le diverse esperienze degli italiani nelle Americhe. Volevamo un confronto. Abbiamo proposto fin dall'inzio una così vasta serie di temi e mi sembra che la risposta sia stata molto interessante".

    E ci sono anche diversi studiosi che vengono dall'Italia?


    Si. Per esempio i due storici piu attivi in questo momento in Italia per quanto riguada lo studio degli americani italiani: Stefano Luconi e Maddalena Tirabassi, la direttrice del "Centro Altreitalie".

    Cosa si aspetta da questa tre giorni?


    "Prima di tutto per me è importante festeggiare all'apertura del convegno il nostro nuovo professore di chiara fama,  Fred L. Gardaphe. Farà un discorso tutto suo, molto incisivo. Poi mi aspetto una serie di interventi interessanti che possano testimoniare le esperienze “americane italiane”, o in generale degli italiani all'estero, dei loro figli e anche dei loro nipoti.

    Dopo il convegno metteremo insieme un volume. Chiederemo ai vari studiosi di prendere un po' di tempo per lavorare sui loro interventi e farne un saggio. Per la fine dell'anno dovremmo avere un volume, o parte di un volume, pronto per il pubblico.


    Per informazioni http://qcpages.qc.edu/calandra/iaconfpgn.html

    Calandra Institute, 25 West 43rd Street 17th Floor. Tel. 212 642 2094


     

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