Da Baltimora in Italia. La lirica elettronica di Stacey Mastrian

Francesca di Folco (September 13, 2009)
Il Conservatorio “O.Respighi" di Latina ospita la soprano Stacey Mastrian. L'esibizione crea mix di generi musicali diversi, regala fluire di emozioni ed è occasione di confronto fra cultura statunitense e italiana. Dopo la performance i-Italy ha incontrato la cantante, che ha condiviso con noi la sua passione per l'Opera, raccontandoci con vero orgoglio delle sue origini italo-americane!

E' una serata di piena estate al Conservatorio “O.Respighi"di Latina.
Nell'auditorium fervono i preparativi per un concerto “importante, all'insegna dell'internazionalità” come lo definiscono gli organizzatori. E' attesa l'esibizione della soprano italo-americana Stacey Mastrian che interpreterà pezzi di Schönberg, Dallapiccola, Maderna, Berio e Nono, tra i compositori più interessanti nel panorama musicale del secondo dopoguerra.

Il pianista Nicolò Iucolano interviene sul palco, spiegando che ci attende una performace (abbiamo già utilizzato "serata") “all'insegna della musica d'autore, ma in stile innovativo: la voce della Mastrian si fonderà con la musica elettronica”. L'esperimento sui generis, infatti, mixa l'Opera con musica registrata, suonata e scritta con l'ausilio di strumenti elettronici sequencer hardware e software.
Iucolano spiega che l'elettronica “non è solo un mezzo utilizzato nell'esecuzione di un brano musicale, ma è intrinseca alla natura stessa del brano, lo pervade, lo caratterizza”. Classicità della lirica e brivido sonoro dei sintetizzatori (hardware o software), campionatori, e drum machines diventano così tutt'uno.

Il pubblico prende posto, le luci si affievoliscono... inizia la serata.

Sul palco compare l'ospite d'onore, Stacey Mastrian. Sguardo intenso e portamento deciso rivelano che la soprano è subito padrona della scena. Inizia con pezzi di Luigi Dallapiccola musicati sui versi dello spagnolo Antonio Machado.

“La Primavera è giunta. Candidi inni di roveti in fiore!”

La lirica è un inno alla Primavera. La voce calda, suadente della Mastrian interpreta il risveglio della natura, le note sferzanti della musica elettronica trasmettono al pubblico la rinascita della

vita. Calma dell'opera mixata al brio dell'elettronica.

Applausi a scroscio per questa voce della lirica d'oltreoceano...

Il concerto prosegue con pezzi dei compositori Bruno Maderna, Luciano Berio e Luigi Nono, tra i musicisti italiani di maggior fama internazionale del secondo dopoguerra.

In “Liriche su Verlaine” di Maderna, Stacey interpreta l'escalation del canto d'amore. Inizia col canto sussurrato di un amore intimo, riservato della prima lirica Aquarelless, in cui prevale la classicità, l'elettronica è appena accennata... L'interpretazione poi vola sulle note dell'amore travolgente, passionale celebrato col tango in Serenade e l'elettronica rende bene la carnalità del pezzo. Si chiude con l'amore sfrenato, folle che Stacey canta in Sagesse dove gli innamorati “si straziano d'amore e le ferite sono ancora vibranti” . La calma della lirica scompare, la voce della cantante diventa un tutt'uno con la musica elettronica. Impeto, forza, violenza diventano sinonimi di un sentimento devastante. La carica della musica elettronica raggiunge la catarsi.

L'interpretazione invade l'atmosfera dell'auditorium, il pubblico ne è conquistato.

La serata prosegue raggiungendo il clue con l'interpretazione della Mastrian de La fabbrica illuminata , opera storica del genere elettronico, per musiche di Luigi Nono, testo di Giuliano Scabia e frammenti di Cesare Pavese.

La composizione lega il rinnovamento della musica, basata sulla ricerca di nuovi mezzi espressivi, all'evoluzione sociale. L’artista, Luigi Nono, è voce del suo tempo e testimone della storia. Così La fabbrica illuminata diventa opera impegnata a denunciare le dure condizioni di lavoro di uomini e donne nei cantieri. Assume caratteri di lirica di protesta dedicata agli operai della fabbrica Italsider di Genova. Luigi Nono vi si recò nel '64 per vivere appieno la realtà di lavoro dei cantieri. Emblematica l'attualità nell'Italia di oggi.

Luci soffuse. Atmosfera. In sottofondo si odono suoni, rumori di fabbrica, strumenti che lavorano. Voci e parole degli operai.

Il testo recitato è forte, struggente, di grande impatto emotivo. Il soprano Stacey Mastrian canta di una fabbrica dei morti in cui la classe operaia s'imbatte in “ustioni, esalazioni nocive e gran masse di acciaio fuso” è costretta a “elevatissime temperature, su otto ore solo due se ne intasca l'operaio...e a cadute, a luci abbaglianti, a corrente ad alta tensione”.

Le battute della Mastrian, sono a tratti pronunciate, accennate appena con un sibilo, a tratti gridate. Stile innovativo, linguaggio forte, tecnica che fonde la lirica con l'elettronica rendono bene l'idea della vita nelle fabbriche. La platea in ascolto è rapita dall'interpretazione.
Il testo recita una realtà fatta di “mani che non smettono di aggredire, occhi che continuano a fissare: occhi, mani”. L' opera urla “proteste dei morti vivi”, denuncia “fabbriche come lager”, piange “uomini uccisi”. Il pezzo coinvolge gli spettatori trascinandoli dentro una realtà di lavoro sofferta. E' un andirivieni di emozioni.

Nel finale la voce di Stacey Mastrian assume sfumature classiche, senza fusione con l'elettronica, quasi a voler ritornare alla liricità pura. In fabbrica torna la calma, c'è quite. I toni forti lasciano spazio ai versi tratti da Pavese.

“Passeranno i mattini, passeranno le angosce. Non sarà così sempre, ritroverai qualcosa”.

La voce della Mastrian si scioglie in un'elegia di speranza. C'è ancora spazio per l'ottimismo.

La serata si conclude con un'ovazione generale. Tanti i commenti entusiasti del pubblico. 

Alessandra, studentessa del conservatorio, conosceva già il binomio lirica-elettronica ma “dal vivo l'effetto è dirompente, è adrenalina pura!”. Anche Grazia, inizialmente scettica, riconosce che “l'elettronica da slancio, vigore e linfa nuova alla lirica. Senza, l'effetto non sarebbe stato lo stesso. Il carisma magnetico di Stacey Mastrian poi, ha fatto il resto”.

Condividiamo appieno e ci mescoliamo tra la folla per avvicinare la soprano. Stacey ci concede gentilmente qualche minuto per raccontarsi attraverso curiosità, interessi e passioni.

Stacey come nasce la tua passione musicale per la lirica...raccontaci un po' di te...
Sin dall'età di due anni giocavo con giradischi e microfoni improvvisando concertini... Negli home-video di famiglia si vede che gironzolavo per casa a ricreare spettacoli natalizi, recite, canzoni imparate a scuola! Ricordo un momento particolare: il concerto di fine corso alle scuole medie, per me quasi una rivelazione. Ho capito di voler divenire una cantante professionista. Da lì ho sempre lavorato alla mie esibizioni non per conpiacimento personale, ma perchè avvertivo il fascino seducente della musica come veicolo d'emozioni.

Sei Americana, ma hai origini italiane. Nella tua famiglia è ancora sentita questa identità?
Certo, il legame con l'Italia è forte. Il mio cognome era “Mastroianni” non so per quale motivo si è trasformato in “Mastrian”... ma l'origine è eloquente...sono diretta discendente di generazioni di italiani! Il mio albero genealogico ha i colori del BelPaese...I miei bis-nonni materni venivano dalla Sicilia e da Penne, vicino Pescara. Quelli paterni erano originari di Salerno e dal casertano. Questa piccola comunità italiana si trasferì in America, dopo la prima guerra mondiale, trovando lavoro in un paese della Pennsylvania. I nonni iniziarono a lavorare nella fabbrica di acciaio locale e aprirono un alimentari con prodotti tipici italiani. Col tempo nacque anche una chiesa italiana che rafforzò ancor più le tradizioni religiose della comunità. Ogni anno, specialmente per Natale, i miei familiari continuarono a tramandarsi usanze e costumi italiani sia religiosi che culinarie, sempre con la famiglia come tema centrale...

Tu come avverti la tua "italianità"? Senti molto le tue radici italiane?   
Sono davvero interessata alle mie origini. Sin da piccolina guardavo foto dell'Italia, chiedevo ai nonni di raccontarmi la storia della famiglia, studiavo l'italiano. A scuola chiedevo che mi assegnassero progetti aventi come tema l'Italia o la musica. Le mie due passioni più grandi. Ma spesso avvertivo un vuoto. La mancanza di un passato documentato, mi faceva temere di “perdere parti di me”, della mia storia. Sono convinta che per capire chi siamo sia necessario conoscersi a fondo...Così appena ho potuto sono venuta a studiare in Italia. Ho fatto parte del coro dall’ Università Cattolica d’America e, grazie alle borse di studio Fulbright, Beebe e “Pavarotti” organizzata dalla Fondazione Nazionale per Italo-Americani, ho abitato a Roma. Cantare nelle grandi cattedrali romane, calcare i palchi di importanti teatri nazionali o anche solo mangiare cibo italiano mi ha fatto sentire finalmente completa… desideravo sentire il contatto diretto col mio Paese d'origine. Qui in Italia, ho capito che le tradizioni della mia famiglia fanno parte di una realtà che abbraccia non solo la mia comunità in Pennsylvania ma anche un contesto culturale ben più vasto... 

L'Opera è nata in Italia e viene cantata in italiano. Pensi che la tua cultura italo-americana ti abbia consentito di apprezzare meglio il mondo della lirica?            
Da piccola trascorrevo serate intere con i miei nonni ad ascoltare tenori italiani. Nel tempo ho assorbito queste influenze senza nemmeno accorgermene. Sono entrate in punta di piedi nella mia vita per divenirne parte integrante. La mia "doppia cultura" italo-americana, il tempo trascorso in Italia a studiare e lavorare, le esperienze di vita fatte qui mi aiutano ad ampliare i miei orizzonti, capire situazioni e modi di vedere il mondo. Crescere come persona.
Ma ho una teoria tutta mia anche sull'importanza della lingua in sè. Studiare la grammatica consente l'espressione corretta dell'artista e il fluire delle emozioni al pubblico.
Pronuncia corretta delle parole, inflessione della voce, comprensione del testo recitato creano atmosfera tra gli attori sul palco e scaldano la platea. Ci deve essere interazione continua col pubblico in sala. Solo se si capiscono bene le parole c'è attenzione, partecipazione e coinvolgimento. Ciò consente di apprezzare la performance. Al contrario, se il pubblico non capisce bene le parole, c’è distacco.

Ti sei esibita molto sia negli States che in Italia. Che differenze (o somiglianze) ci sono tra cantare al Lincon Center di New York, a Palazzo Pisani o alla Fondazione Cini a Venezia?
E' incredibile la carica che la platea riesce ad infondere...Il pubblico è caloroso ovunque. Io, di rimando, cerco di esprimermi al meglio sia in Italia che in America. Cantare per me significa comunicare emozioni, infiammare il pubblico, trasmettere passione... ovunque. Non ci sono grandi differenze tra gli ambienti scenici... La “Summer Opera Theatre Company” di Washington così come il Lincon Center di New York sono luoghi familiari, ma in Italia le emozioni sono diverse...E' inebriante cantare in teatri antichi, chiese secolari, accademie stimate. In questi posti si diffonde un'aurea di atmosfera e suggestione tipica dei luoghi storici del BelPaese che sembra ricrearsi solo qui...

Qualche tempo fa il M° Muti, sulle pagine di "La Repubblica", ha affermato che in Italia la musica classica è percepita come una "liturgia pesante", quasi un genere riservato ad un'"elite ristretta". Negli Usa gli il pubblico è "attento" alla lirica?  
Dipende dai "tipi" di pubblico, alcuni amano la musica classica, ma sono una minoranza...La gente ascolta pop music, i giovani crescono con il rock. Come dice il M° Muti, i recital vengono visti come qualcosa da "tollerare" quando si è costretti ad andare ad una piece teatrale. Tante volte ho "convertito" amici che non volevano neppure entrare in un teatro... L'importante è avvicinarsi ai gusti della gente: se l'interpretazione e il repertorio sono affini agli interessi della plata il pubblico è coinvolto! In Usa vedrei bene programmi trasmessi da Rai Tre che oltre a diffondere l'opera la spiegano.

Tu insegni al Conservatorio di Baltimora e all' American University di Washington. Hai modo di stare a contatto con i giovani...Come si rapportano i teenager statunitensi all'ascolto della lirica? Pensi che sia utile parlare dell'opera in sè, spiegarla e comunicarne il significato per farla apprezzare anche ai giovani?                        
Gli allievi dei conservatori apprezzano stili musicali poliedrici, hanno una educazione spiccata alla musica d'autore, sanno aprirsi a sperimentazioni di generi. Sono però quasi una goccia in un mare, un microcosmo in una realtà ben diversa... I teenager conoscono musical o poco altro. Se vogliamo nuove generazioni di ascoltatori i giovani devono essere sensibilizzati sin da piccoli.
L’anno scorso ho fatto un tour nelle scuole elementari, medie e nei licei del Kentucky. Tra queste montagne non funzionano i cellulari. Ho cantato in scuole vecchissime. I ragazzi avevano a disposizione una sola stanza per fare lezione, adibita anche a mensa, palestra e teatro. Eppure la giovane platea si accendeva alla performance. Intorno solo miniere di carbone...ma, alla fine dell'esibizione, i piccoli ascoltatori erano entusiasti ed io, appagata. Il mix di sorrisi radiosi e volti espressivi mi hanno entusiasmato più di un pubblico colto.

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