header i-Italy

Articles by: Mattia Ronsisvalle

  • "Vediamo strade che ancora non esistono"
    Fatti e Storie

    EICMA MILANO 2018: Il Nuovo che avanza nel rispetto della tradizione.

    EICMA si è così confermato così come punto di riferimento indiscusso per l’industria delle due ruote.

    Pensate che sono stati più di 1200 i brand provenienti da ben 42 paesi diversi, che hanno messo in mostra le loro novità all’Esposizione Internazionale Ciclo, Motociclo e Accessori.

    Inoltre tantissimi VIP erano presenti: il trasformista Arturo Brachetti, la showgirl Vanessa Incontrada, il comico Enrico Brignano, il motobiker Lorenzo, la giornalista Giorgia Rossi, il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, solo per citarne alcuni.
     

    Nei sei padiglioni di Fiera di Milano Rho gli appassionati hanno vissuto un’esperienza di visita davvero coinvolgente.
    Sono state diverse le offerte presentate, con particolare attenzione all’E-bike, alle nuovissime start up e al mondo dell’innovazione della mobilità.
    Un occhio al futuro col turismo su due ruote, sempre più in crescita, per poter vivere esperienze da solo o in compagnia.
    Viaggio anche nel passato, nel Temporary Bikers Shop, attraverso il commercio di veicolo usati, moto d’epoca e accessori.

     

    Immancabile poi l’area esterna MotoLive, l’adrenalinico spazio racing di Eicma, che ha ospitato gare titolate, show, musica e spettacoli di intrattenimento: un’occasione per vedere da vicino i piloti, nazionali e internazionali, delle più prestigiose discipline off-road e per entusiasmarsi con i momenti dedicati al freestyle motocross e al trial acrobatico.

    Ma quali sono stati i modelli più apprezzati dal pubblico? 

    lnnanzittutto il Salone della Moto di quest’anno ci ha fatti giungere ad una conclusione definitiva: il mondo dei motori sta cambiando. Se prima l’officina di fiducia o il fanclub erano i punti di riferimento per gli amanti dell’asfalto, ora grazie all’impatto con le nuove tecnologie si sta trasformando anche l’approccio ai servizi, come nel caso dell’acquisto online di accessori e componenti nuove. Tale cambiamento quest’anno più che mai si è notato.
     

    Come citavamo prima, sono giunte le moto elettriche che seguono la tendenza della sostenibilità: per quanto sia inevitabile, è difficile pensare alla trasformazione “elettrica” di alcune moto storiche come la Vespa e la Harley Davidson; eppure, proprio a Milano i modelli “green” di questi due brand famosissimi hanno attirato curiosità e consensi da parte del pubblico, propenso a rinunciare a qualcosa in termini di efficienza, prestazioni e grinta in cambio di effetti positivi sulla riduzione delle emissioni e altri temi verdi.

     

    Ma cosa sarebbe un evento come questo senza qualche polemica? Sembrerebbe infatti che la Harley Davidson LiveWire, la prima moto elettrica della società americana, abbia ricevuto molte nomination come moto più bella di Eicma; ma, secondo molti, il premio andrebbe assegnato piuttosto alla nuova Mv Agusta Brutale 1000 Serie Oro, che non a caso è risultata anche la più votata all’ormai storico sondaggio promosso dal magazine Motociclismo.

     

    Probabilmente però basta uno sguardo per innamorarsi della moto di Schiranna, che per componenti tecnici, ciclistici ed estetici è davvero “brutale”: nel solo allestimento omologato i numeri parlano di 208 cavalli a 13450 giri/min, con la coppia massima a 115,5 Nm, mentre nella versione “estrema” si arriva a 212 cv e oltre 300 Km/h di velocità di punta, che la rendono la naked più veloce del mondo. E il suo aspetto è adatto a questi tratti così aggressivi e ad accompagnare le corse (nel vero senso della parola) dei biker, con una livrea rosso fuoco con finitura opaca e altri “piccoli” accorgimenti di valore; in ultimo, a riprova della sua esclusività, la Mv Agusta Brutale 1000 Serie Oro sarà prodotta in soli 300 pezzi, accompagnati dal kit che include centralina e impianto di scarico SC-Project.

     

    Menzione anche per Ducati e Aprilia. Tra le altre moto che hanno attirato sguardi e attenzioni all’Eicma 2018 inseriamo anche la nuova Ducati Hypermotard 950 e l’Aprilia RSV4 1100 Factory, due vanti per il nostro Paese. La creazione della Casa di Noale cambia forma e struttura rispetto al passato, con un peso ridotto (oggi inferiore ai 200 chili) e un nuovo carico di cavalli (217 in totale), a cuisi accompagnano un differente setting della ciclistica, interventi strutturali sui freni e grafiche modificate (almeno nella versione RR). Il pubblico milanese ha poi premiato anche la “fun bike” di Ducati, che piace per l’estetica da supermotard da competizione e convince anche sotto l’aspetto delle prestazioni, migliorate da una nuova ciclistica e da un equipaggiamento elettronico di spicco.

    La 76esima edizione si conclude quindi con numeri vincenti. È stato straordinario l’afflusso di pubblico, che si attesta sui numeri record della scorsa edizione, al termine dalla quale il botteghino fece registrare un più 24%, eleggendola come la migliore degli ultimi decenni. Ma a crescere è stata anche l’attenzione delle autorità istituzionali, dei piloti e dei personaggi noti, che hanno visitato quest’anno con grande interesse quello che il Presidente di EICMA Andrea Dell’Orto ha definito nel suo discorso inaugurale “il più grande contenitore al mondo di passione”. Un sentimento che questa 76esima edizione è riuscita a trasmettere anche alla città attraverso un palinsesto lungo una settimana di oltre 50 eventi, che ha portato lo spirito di EICMA tra vie di Milano per culminare con EICMALAND, il primo grande party serale all’Alcatraz dedicato alla due ruote al quale hanno partecipato i protagonisti dell’industria di settore, addetti ai lavori, ma anche tanto pubblico e appassionati.
     

    EICMA come cita il loro slogan “vede strade che ancora non esistono”, vincenti naturalmente.

     

  • La locandina dei Walking Tours
    Fatti e Storie

    Ricky Russo: The Most Enthusiastic Man in New York e i suoi Walking Tours

    La storia di Ricky è davvero da raccontare. Nasce a Trieste, cresce nella sua amata città finchè non decide di fare della sua passione, la musica, un mestiere.
    Diventa così giornalista musicale, DJ, autore radiofonico e televisivo. Si laurea in Lettere Moderne con una tesi sulle origini del Punk-Movie. Di gavetta ne fa, ma sempre con un’ottima playlist musicale di sottofondo.

    Così Ricky mi ha conquistato, tanto da volerne sapere sempre di più su di lui e sul suo lavoro.
     

    Da come ci racconta, la Grande Mela entrò nella sua vita d’improvviso, “Volevo cambiare vita, in Italia lavoravo e stavo bene, ma New York rimaneva per me il sogno da colmare, l’obiettivo di una vita sia dal punto di vista professionale che umano”.

    Pensate che Ricky dopo pochi giorni fu soprannominato dai suoi amici americani “The most enthusiastic man in New York”, un nickname che gli ha portato davvero bene e che gli calza a pennello.
     

    Poi all’improvviso l’idea dei walking tours che “Nascono dalla voglia di condividere la mia esperienza newyorkese con gli italiani che vengono qui come turisti o per stabilirsi.”, dichiara il Cicerone triestino.
    Non solo turisti, ma anche tanti VIP come Jovanotti, Chef Rubio, I Tre Allegri Ragazzi Morti, la giornalista Emma D'aquino e tanti altri, sono stati affascinati dai walking tours targati Ricky Russo.

    I walking tours di Ricky Russo sono diversi e per tutti i gusti: c’è quello di Midtown, probabilmente il più classico dove si scoprono storie legate al cinema, letteratura, televisione e fumetti.
    Se invece siete più tipi da Rock ‘n’ Roll e Punk allora il tour dell’East Village è quello più adatto a voi.
    Oppure si può optare per The New Wave a Brooklyn, il Gospel e il Jazz ad Harlem, Asbury Park (nel New Jersey) con un focus su The Boss e Bruce Springsteen.
    Per non dimenticare il tour sulle tracce de “I Guerrieri della Notte”, film culto del 1979.

    Negli scorsi giorni, invece, abbiamo avuto il piacere di partecipare, al non ancora menzionato, tour del Greenwich e West Village.
     

    Il nostro tour è partito dal Washington Square Park, dove uno scattante Ricky ci ha accolto con tanto entusiasmo.
    In solo pochi metri quadrati la nostra guida ci raccontato tante storie, aneddoti e curiosità sulla zona.
     

    Il quartiere Greenwich Village si presenta come un luogo bohémien per definizione, dove la corrente alternativa ha segnato la vita di New York e della sua atmosfera agli occhi altrui.
    L’atmosfera è resa ricca e piacevole grazie anche alla presenza di tantissimi giovani della New York University. È facile intuire che si tratta di un quartiere dinamico ed alla moda, ormai da diversi anni meta imprescindibile per i turisti più sofisticati. Dopodiché siamo andati sulle tracce della Beat Generation, di Bob Dylan, Jimi Hendrix, Woody Allen, Neil Young, John Lennon, Edward Hopper e Jackson Pollock.

    Abbiamo esplorato la zona delle serie tv di culto come “Friends”, “I Robinson”, “Sex and the City”, con un sorriso di curiosità e piacere.
     

    Dopo abbiamo fatto una sosta al famosissimo Caffe Reggio, un piccolo locale, dove tra caffè espresso e cappuccini, i più grandi intellettuali che vivevano nella Grande Mela si riunivano.
     

    A due passi da lì (letteralmente) si trova il Cafè Wha? Dove si sono esibiti i più grandi artisti come Bob Dylan, Jimi Hendrix, Jerry Lee Lewis, Bill Cosby e tanti altri…
     

    Nel tour abbiamo visto anche il campetto da basket chiamato “The Cage” (la gabbia), dove tanti osservatori NBA scovano talenti futuri: un must!
     

    Infine abbiamo visto due edifici storici: il primo è il Brown Building, meglio conosciuto come l'ubicazione dell’incendio del Triangle Shirtwaist Factory il 25 marzo 1911, che uccise 146 persone.

    L'edificio è stato inserito nel National Historical Landmark nel 1991 ed è stato designato nel punto di riferimento di New York City nel 2003.
     

    La seconda location è lo StoneWall dove vi furono i famosi “moti di Stonewall” messi in atto dal movimento gay statunitense di rivolta. Si trattò di una serie di violenti scontri fra gruppi di omosessuali e la polizia di New York.
     

    Finito il tour abbiamo salutato Ricky, con un bel “Daghe” che significa “prendi la vita come viene e goditela”.
     

    Tutte le avventure del nostro Cicerone triestino, i suoi aneddoti relativi al tour e tanto altro ancora si possono trovare all’interno del suo ultimo libro “Daghe! El Greatest Hits” edito da Piccolocafè.

    Per il prossimo walking tour restate collegati al sito di Ricky Russo e al network di I-italy.

     

     

     

     

     

     

  • Fatti e Storie

    La Maratona di New York parla sempre più italiano

    La Maratona si preannuncia anche quest'anno come un grande spettacolo nelle strade della della Grande Mela.

    Domenica 4 novembre andranno in scena come sempre tante corse nella corsa. I professionisti si contenderanno la prestigiosa vittoria, gli amatori correranno per vivere una giornata indimenticabile e per la soddisfazione di arrivare e ci saranno anche tanti vip che si metteranno in mostra.

    E nel Consolato Generale d’Italia si è tenuto  un incontro per sostenere tutti i partecipanti italiani della Maratona.
    Tante le figure presenti all’evento, a moderare la giornalista Stefania Spatti.

    In primis George Hirsch, uno dei fondatori della Maratona, corridore orgoglioso  nonché famoso editore.
    Hirsch ha incoraggiato lo spirito della Maratona sottolineando che, nonostante la difficoltà della corsa, alla fine ci sono solo l’1-2% di ritirati. Inoltre per via del suo rapporto speciale  con l'Italia, nato quando era un giovane ufficiale navale t(ra il 1957 e il 1960 a Napoli, ha tenuto a spronare in maniera speciale i partecipanti italiani a “to do the best”.

     

    Proprio la Maratona della Grande Mela si conferma una 42.195 km molto ambita dai runners italiani che anche quest'anno rappresenteranno in contingente straniero più presente.

     

    Escludendo gli oltre 37mila atleti di casa, l'Italia è la nazione al via più rappresentata con ben 3165 iscritti. Il numero del 2018 incrementa di circa 200 unità il dato dello scorso anno.

    Dopo l'Italia solo Francia e Regno Unito superano quota 2000 runners al via.

    Ma non c’è da stupirsi, gli italiani e forse la più importante corsa al mondo hanno intrecciato spesso i propri destini.

    Lo dimostra la presenza al Consolato di tanti atleti già vincitori come: Franca Flacconi, oro nella Maratona di New York nel 1998, Gianni Poli vincitore nell’edizione dell’86’ e Giacomo Leone vincitore nel 96’.

     

    Nella serata al Consolato Carlo Capalbo, Capo Commissione della Maratona della Federazione Mondiale di Atletica e Capo della Maratona di Praga, lancia un'altra sfida: con Napoli Running vuole rendere la città di Napoli una delle capitali della Maratona.

    Sempre dalla Campania, è accorso anche l’Assessore Nunzio Senatore di Cava dei Tirreni, omaggiando anche il Console Francesco Genuardi con una targa speciale.

    La serata è proseguita toccando anche la triste attualità italiana.
    In memoria degli spiacevoli eventi accaduti a Genova, infatti,  Enrico Contini di Associazioni Liguri nel Mondo, ha portato un messaggio di positività e speranza per Genova, che nonostante tutto continua a stringere i denti ed a lottare. Proprio nel capoluogo ligure il 2 dicembre si correrà per dare un segnale forte contro le avversità.

    A rinforzare le parole di Contini anche l’Onorevole Maurizio Lupi, un habituè ormai della Maratona.

    Piene di entusiasmo erano presenti tante associazioni riunite dalla figura del Dott. Gabriele Rosa, medico dello Sport e fondatore di Rosa Associati. Lo scopo è quello di far conoscere lo sport a chi soffre, vincendo spesso le sue sfide come dimostrano i progetti qui di seguito.

    Road to New York con corridori speciali: 5 ragazzi affetti da Sindrome di Down potranno correre la Maratona e realizzare un sogno non solo loro, ma di tutti. Poi troviamo il Grana Padano Dream Rum che sostiene due runner bresciani con disabilità visive per la loro partecipazione alla Maratona di New York, insieme alle proprie guide.

    L’ultimo progetto, ma non il meno importante, anzi, porta a correre a New York un bel gruppo di ragazzi che purtroppo hanno avuto un passato di emarginazione e di droga, ma che ora sono dei veri campioni nella vita.

    Insomma nonosante la spiacevole notizia della mancata presenza dell’atleta Sara Dossena, per via di un infortunio, l’Italia a New York non smentisce la sua presenza eccezionale anche alla Maratona del 2018

    Nella  sala gremita di maratoneti e simpatizzanti  il Console Generale Francesco Genuardi ha fatto i suoi auguri alla  “The NYC Marathon" che  "speaks Italian” sempre di più. “Potrebbe essere ormai ribattezzata ‘In bocca al lupo Night'’ ha detto.  Quindi viva l'Italia che corre. Italia che "run2 e in bocca al lupo Italia!

    Ultima informazione importante per i cattolici che amano lo sport. Padre Angelo ha annunciato che sabato 3 novembre, alle 6.30 pm, si terrà una messa cantata speciale per i maratoneti presso Chiesa di Our Lady of Pompeii del Village.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • Facts & Stories

    "Italian American Women, Food an Identity": The Recipe of Membership

    Food is not something that is limited to a product that must be consumed;, it goes far beyond.

    Andrea L. Dottolo and Carol Dottolo, mother and daughter, and authors of the book "Italian American Women, Food, and Identity", know something about that.

     

    But how did the idea for this book come about? The authors responded as follows:

     

    "We had a casual conversation on the subject…, I wanted to find a way to look at Italian American women and their identity, in a way that they could talk about something easily".

     

    This mother-daughter research explores the ways in which Italian American working women in Syracuse use food as a symbol and social vehicle in its multiple meanings. Since the study focuses on the intergenerational transmission of culture, the authors' relationship, and their similar and disparate experiences, reflects these themes.

     

    The methodology of their work was based on requesting personal recipes of Italian dishes from the women of Syracuse (municipality of New York and capital of the county of Onondaga, whose name derives from the city of the same name located in Sicily) with questions related to their ideas and their feelings about food and being Italian American women.

     

    The choice to engage the women of this place is not accidental.

     

    "We are Italian-American and we grew up in this context, this microcosm,” say the authors, who then continue: "In my school 90% of the students were Italian. Syracuse was the unique, ideal place for our focus.”

     

    The 23 women who participated in the research are from the post-war period, and therefore part of the baby – boom period, which sees these Western individuals as people who have helped to diversify the demographic of the United States. All respondents are between the ages of 58 and 69, belong to the working middle class and are heterosexual. They identify themselves as Italian American, or they have at least one immigrant parent or grandparent.

    The authors provide an original contribution on the studied population through their avant-garde methodology of using the "recipe" as a research tool.

     

    Here the word "recipe" resurfaces, like a common thread.

     

    "Our interviews helped us to understand that flavors, aromas and ingredients were not just part of a process to be followed, but implied a set of values and ways of being," explain the authors.

     

    And this is precisely the feeling that is transmitted to us: the "recipe" becomes a conversational bridge to arouse narratives about identity and self, a means to express who we think we are, who we want to be and who we are not.

     

    Women and power, a combination that finds its field of action in the kitchen. According to the authors, women are masters of food. They take control and demonstrate their feelings through a delicious hot meal to serve to the people they love.

    Of course, it was a discourse that does not include masculine nuance; they write only of feminism through cooking in a purely psychological and social introspection of how Italian American women are able to communicate a feeling through food. 

    In conclusion, this book successfully combines a multiplicity of lines of research focused on white ethnic populations, the link with food, and the perspectives of feminist psychology.

     

    It is a perfect "recipe" to preserve Freedom, with a capital letter, and to be a part of something bigger.

     

  • Gourmet

    Nutrition and Health: Italian Mediterranean Style

    Il titolo dell’incontro era: “Nutrizione e Salute”, nel quale sono intervenuti alcuni dei massimi esperti del settore. Al termine dei lavori, naturalmente, grazie all’Associazione Italiana Chefs siamo passati dalle parole ai fatti con una straordinaria degustazione dei prodotti tipici italiani e della Dieta Mediterranea.

    La Dieta Mediterranea piace e conquista tutti: lo confermano anche i dati scientifici e statistici.
    Mangiare bene allunga la vita. Una dieta equilibrata - che segue la nota  piramide mediterranea - composta da verdure, pesce, olio, frutta, latte, legumi e la giusta quantità di carne, insieme ad una sana attività sportiva, rende il corpo un tempio equilibrato per la mente.

    “Promuovere la Dieta Mediterranea è fondamentale. Inoltre grazie al prof. Milione abbiamo analizzato i dati sulla migrazione italiana e abbiamo constato come siano cambiati i  consumi dalla terza generazione ad oggi.” - ha dichiarato Alessandra Moia, del Dipartimento di storia, cultura e società dell’Università di Roma “Tor Vergata”.

    Maurizio Forte, direttore dell’Italian Trade Commission, ICE di New York, ha illustrato  come la sua istituzione promuove i prodotti italiani autentici e della loro presenza nei supermercati statunitensi.

    Secondo i dati riportati da Forte, le importazioni dall’Italia verso gli USA nel 2017/18, sono racchiuse soprattutto nel settore agroalimentare e delle bevande con, naturalmente, il vino al primo posto.
     

    Lo stesso Forte ha poi fatto un cenno importante al tema dell’Italian sounding. II fenomeno dell’imitazione di un prodotto attraverso un richiamo alla presunta italianità ma, che in realtà, non trova fondamento nel prodotto stesso. Ha dunque invitato a stare attenti: “sembra italiano, non sempre lo è”.

    Fare dunque attenzione all’etichetta è fondamentale: “The label says it all”.

    Successivamente Gianfranco Sorrentino, presidente del “Gruppo Italiano” - ente che unisce il mondo della ristorazione e dell’import-export - ha aperto la discussione sulla cucina italiana.

    “Gli americani sono preparati sull’argomento e sanno che mangiare italiano fa bene,
    sicuramente sulle loro tavole qualcosa sta cambiando”- queste le sue parola ai nostri microfoni.
    Pareri che vengono dalla esperienza ormai decennale nel mondo della ristorazione con i suoi ristoranti famosissimi, Il ‘Gattopardo’ e ‘The Leopard at des Artistes’ e ‘Mozzarella e Vino’.

    Le parole di Sorrentino sono anche figlie di un altro macro cambiamento, quello della Globalizzazione, che ha permesso a tutto il mondo di essere in contatto e di poter scambiare prodotti tipici culinari.

    Un altro tema importante è stato quello affrontato da Antonino De Lorenzo, specializzato in Clinical Nutrion e professore dell’Università di Roma di “Tor Vergata”: “La diaspora degli italo-americani ha fatto sì che i prodotti più poveri divenissero la base di una stile di vita alimentare vincente” ha detto.

     

    Considerazione finale. Abbiamo un’eredità importante da preservare, un patrimonio indicato, ormai già diversi anni fa, dai coniugi Keys, “scopritori” della Mediterranean way.

    Non solo cibo, non solo salute, ma anche aggregazione.
    La Dieta Mediterranea è un ottimo spot per il sociale, in quanto unisce le persone in un insieme di usi, costumi e tradizioni che solo l’Italia può regalarci.

  • Arte e Cultura

    Michelangelo – Endless: l’Arte e la Lingua Italiana

    Le celebrazioni della settimana dedicata alla lingua italiana si sono tenute in tutto il mondo e anche a New York.

    All’Istituto Italiano di Cultura di New York si è reso omaggio alla lingua italiana con la proiezione un documentario su una delle figure più celebri del mondo dell’arte italiana: Michelangelo.
     

    Il direttore dell’ICI, Giorgio Van Straten, si è detto soddisfatto sulle iniziative di New York“ Procede tutto al meglio. Abbiamo celebrato la lingua italiana anche dentro le mura della Columbia University con un evento dedicato ad Elsa Morante.  Oggi invece abbiamo deciso di usare il cinema, abbiamo scelto il film su Michelangelo, in italiano, la nostra lingua”.
     

    Arte e lingua italiana, due elementi del nostro patrimonio culturale.
     

    Il regista conferma il nostro pensiero dicendo che “Il mio lavoro parla dell’Italia e porta le sue bellezze agli occhi di tutti in maniera multimediale. È un invito a  visitare il nostro Paese e apprendere le bellezze attraverso la nostra lingua”.
     

    Il film, prodotto da Cinema d’arte Sky, si presenta come un contenuto visivo che supera la consueta idea di documentario. Un film tra documentario e finzione, grazie anche al supporto dei Musei Vaticani, racconta la storia di Michelangelo non sono attraverso storici dell’arte ma facendo parlare direttamente il noto artista Vasari.

     

    La sceneggiatura è molto accurata  e non ignora né l'omosessualità di Michelangelo, né i suoi attriti con la Chiesa all'epoca della Riforma Protestante.

     

    Si racconta un Michelangelo Buonarroti che  prossimo alla fine della propria vita, ripercorre le tappe, dall'infanzia ai primi capolavori, dalle rivalità con i grandi artisti del suo tempo ai rapporti conflittuali con le autorità politiche e religiose dell'epoca.

     

    A contestualizzare storicamente il suo racconto è, come riportavamo prima, Giorgio Vasari, autore di "Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori", che narra di Michelangelo le imprese titaniche e le opere gigantesche, la volontà di separare la luce dalle tenebre e di rendere tridimensionale la pittura, la visionarietà architettonica e il gusto per il non finito.
     

    Il segmento dedicato alla vita e delle opere di Michelangelo è realizzato con estrema cura tanto dell'immagine quanto della narrazione che non risulta mai banale, anzi, ogni attimo è scandito con moderazione: c’è un tempo per ridere, uno per emozionarsi e un altro ancora per ammirare.
     

    Non manca il giusto equilibrio tra gli attori e le nuove tecnologie usate con cura e senza presunzione, per ricostruire fatti e monumenti storici.
     

    “Le opere di Michelangelo raccontano l’uomo che vi è dietro. Quando abbiamo ripreso il David, cosa non concessa a tutti, ci siamo resi conto che dovevamo rendergli la giusta autorevolezza” - spiega il regista Imbucci.
     

    Nel prodotto finale si evince la grande collaborazione che c’è stata dietro da parte del team: grazie anche alla più volte nominata Cosetta Lagani, direttrice e produttrice artistica del film, ed a Cinema d’Arte Sky.

    Proprio l’azienda di Sky sembra aver l’intenzione di produrre un nuovo docu-film dedicato interamente a Leonardo Da Vinci, in memoria dei cinquecento anni dalla sua scomparsa che si celebreranno nel duemiladiciannove.

    Se Michelangelo e gli storici d’arte si sono sempre interrogati sul problema esistenziale del “non finito”, ci azzardiamo a considerare “Michelangelo – Endless” come un prodotto finito e che sta conquistando non solo il vecchio continente ma anche la terra a stelle e strisce degli U.S.A.

  • Arte e Cultura

    “Il colore del Sole”, torna la magia del Piccolo Principe a New York

    New York è tutto sommato ancora  la terra dei sogni, la terra delle avventure e la terra di chi cerca nuove opportunità.

    Il progetto di Paola Sinisgalli, si inserisce uno scenario perfetto per questa metropoli.
     

    Proprio lei che a New York si è trovata un po' per caso, un po' per fortuna.
     

    Ma chi è l’autrice di questa “re-born” de “Le Petit Prince?” .
     

    Paola è una donna di 31 anni, con una laurea e un master in marketing conseguito a Milano e un sogno: trasferirsi e lavorare a New York.

    Un sogno reso possibile dalla vincita della famosa “Green Card” tramite la lotteria con cui il governo americano ogni anno mette in palio un numero definito di permessi a secondo Paese di appartenenza.

    Partono così i suoi  tanti progetti americani: la nascita della sua agenzia di comunicazione, la “TheCreativeShake”, che ha iniziato occupandosi di siti web, poi della gestione dei social media, delle relazioni pubbliche, per arrivare poi al video-making con il cortometraggio “Without”.
     

    Proprio da questo ultimo lavoro, la regista, ha avuto l’ispirazione per il “Colore del Sole”, il primo e unico lungometraggio "live action" ispirato a “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry e ambientato a New York. Il progetto è lanciato con una campagna di raccolta fondi su Kickstarter per realizzare il film.
     

    Il classico francese sembra così riprendere vita, come è giusto che sia, per far conoscere alle nuove generazioni un libro che è stato tradotto in ben 300 lingue e svariati dialetti, vendendo più di 200 milioni di copie dalla sua pubblicazione avvenuta proprio a New York nel 1943.
     

    La favola così come la conosciamo si trasforma in un racconto metropolitano in cui anche il classico "viaggio" del protagonista prende una svolta nuova confrontandosi con la vita sfrenata della giungla di cemento newyorkese, con i suoi quartieri iconici e multietnici.
     

    New York, infatti, si presta in modo naturale a divenire palcoscenico metaforico del deserto interiore del co-protagonista, un pilota quarantenne francese con un senso di solitudine generato dall'età adulta, spesso troppo carica di preoccupazioni prive di reale importanza. Il suo vuoto verrà colmato dall’incontro con un bambino misterioso che cambierà la sua esistenza per sempre, insegnandogli il vero segreto della vita.

     

    Tra gli attori del cast interessati a interpretare gli eterogenei personaggi del racconto, non mancano volti importanti e conosciuti come:  Luis Guzmàn (Il Conte di Montecristo, Miami Vice e Narcos) nel ruolo del Latin King, un boss pentito della mafia portoricana che incontra il principe, appena atterrato nel Bronx ispanico insieme a uno stormo di uccelli selvatici; Michael Imperioli (I Soprano, Quei Bravi Ragazzi, Panico a New York) nella parte del businessman, un broker di Wall Street che gestisce le stelle, nel cielo di una notte calda d’estate, come se fossero denaro e, infine, Philippe Petit (Man on Wire, The Walk, Mondo) per un cameo ispirato a un disegno inedito contenuto nel manoscritto originale di Antoine de Saint-Exupéry, custodito alla Pierpont Morgan Library & Museum a New York. Philippe Petit, eccezionale giocoliere e funambolo, è conosciuto in tutto il mondo per la traversata del '74, sospeso su un filo, tra una Torre Gemella e l’altra. Una magica connessione lega l'artista di strada al film: suo padre infatti, Edmond Petit, pilotava aerei da caccia durante la seconda guerra mondiale proprio insieme all'autore de Il Piccolo Principe, anche lui aviatore.
     

    “Il colore del Sole”, secondo quanto dice Paola Sinisgalli, rimarrà fedele all’opera originale: i temi sull’infanzia, sulla crescita e sul calore umano, saranno semplicemente trasportati in una nuova location oltreoceano come New York.

    Il film sembra mostrarsi come un prodotto non solo per le nuove generazioni, ma anche per quegli adulti nostalgici che hanno la voglia di ritornare bambini.

    “Tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano” cita un passaggio del Piccolo Principe, in cui si comprende che tutte le persone che ora sono adulte in passato hanno vissuto la loro infanzia e sono state dei bambini, ma sono davvero in poche a tenerne conto.

     

    Eppure lo stratagemma per vivere un’esistenza più appagante sarebbe proprio quello di riscoprire il nostro bambino interiore e di ascoltare la sua voce. I bambini non sono adulti in miniatura. Sono gli adulti ad essere bambini un po’ cresciuti, anche se spesso se ne dimenticano.

     

  • Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria, e Letizia Airos, Editor in Chief I-Italy
    Fatti e Storie

    Una nuova narrativa per l'industria italiana

    “Molti diventano personaggi perché non sanno essere persone”: inizia così Letizia Airos, citando Gesualdo Bufalino.

     

    La Editor in Chief di I-Italy ci fa immediatamente comprendere il focus della sua introduzione, e più in generale dell’intera conversazione, guidata dalla parola chiave “racconto”: “Vincenzo Boccia è una persona, in un momento, come quello che stiamo vivendo, pieno di personaggi; e se lo è, molto dipende dalla storia di suo padre, e dalla regione in cui ha vissuto, la Campania”.

     

    Il Presidente di Confindustria è infatti il figlio di Orazio Boccia, un uomo che impersonifica perfettamente il self-made man: orfano a soli undici anni è rinchiuso in un terribile orfanotrofio salernitano chiamato ‘il Serraglio’. Dopo aver vissuto da “scugnizzo” nei vicoli cittadini ed aver combattuto la fame, è stato uno dei pionieri dell’imprenditoria italiana delle arti grafiche nel secondo dopoguerra. La sua caparbietà e il suo intuito l’hanno portato a mettere in piedi l’attuale “Arti Grafiche Boccia”, di cui Vincenzo Boccia è AD.

     

    Con i suoi 160 dipendenti e un fatturato di oltre 40 milioni di euro l’anno, questa azienda di famiglia operante da più di 50 anni è stata definita dall’ex Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano “l’immagine di un Mezzogiorno capace di far emergere e valorizzare le sue migliori energie, concorrendo con il proprio fattivo apporto allo sviluppo dell’Italia intera”.

     

    Vincenzo Boccia ha dunque vissuto la sua giovinezza nei capannoni della tipografia del padre, respirando l’aria delle rotative, incontrando i collaboratori e gli intellettuali che gravitavano attorno all’azienda di cui diverrà direttore nel 1993.

     

    “Nelle parole di Letizia la mia memoria è andata a un pezzo della mia storia”, esordisce Boccia prendendo parola; “ognuno di noi è i libri che ha letto, le persone che ha visto, i maestri di vita e di scuola che ha incontrato, le persone che ha amato”, prosegue, “e ricordo quando la domenica mattina mio padre andava a raccontare di quella piccola fabbrica che all’epoca avevamo, descrivendo i suoi sogni, gli investimenti realizzati, e soprattutto ricordo che io e mio fratello giravamo con la bici intorno a quello stabilimento; finché a un certo punto, come per magia, ci siamo ritrovati dentro”.

     

    Il Presidente di Confindustria spiega al pubblico della Casa Italiana Zerilli Marimò, costituito anche da molti giovani, come all’epoca la tipografia fosse un settore molto romantico.

     

    Si sofferma sul punto per cui, essendo priva della tecnologia odierna, la forma lavorativa prevedesse che i clienti  visitassero l’azienda: ”il mondo ti entrava in casa”. Boccia ricorda come da adolescente, seduto dall’altro lato della scrivania, osservasse scrittori, poeti e politici prendere un caffè col padre Orazio e raccontarsi, e rimarca di dovere molto a questo mondo.

     

    E l’esperienza che il Presidente ha fatto sul campo, fin da giovanissimo, è più che mai evidente nella chiarezza con cui riesce a spiegare, durante l’incontro-lezione, temi difficili con parole semplici, capaci di essere chiarificatrici anche per chi, come chi scrive, non è esattamente avvezzo alla materia economica.

     

    Nel parlare della rivoluzione industriale, che dice  attualmente in atto nelle aziende italiane, guidata ovviamente dalla capacità di stare al passo con l’innovazione tecnologica, il Presidente si sofferma su un dato importante: l’Italia è uno dei pochi paesi al mondo ad avere una percezione degli italiani stessi molto peggiore di quella che invece ha il resto del mondo.

     

    È un dato rilevante soprattutto se collegato al fatto che l’Italia è la seconda potenza industriale d’Europa dopo la Germania, nonostante il pesante deficit di competitività che ha rispetto a quest’ultima (tassazione, spread, infrastrutture).

     

    L’obiettivo, per Boccia, è quello di passare dalla percezione alla realtà.

    Chiarisce che in questo passaggio l’intento di Confindustria è quello di evolversi nel suo ruolo di corpo intermedio dello Stato; spiega che dietro il pensiero economico di Confindustria c’è un’idea di società, intesa come inclusiva, aperta, con le persone al centro delle società e le imprese al centro dell’economia, che c’è un’idea di un Paese che non deve essere considerato periferia d’Europa, ma centrale, vista la sua posizione tra Europa e Mediterraneo.

     

    Il Presidente sviluppa il suo discorso raccontando come Confindustria stia dunque cercando di definire una visione degli imprenditori italiani che non si chiedono più, e solo, come sarà la propria impresa tra qualche anno, ma come sarà il proprio Paese; del fatto che voglia essere rappresentante di interessi e non solo più difensore (come da ruolo storico di “sindacato”), nel senso di essere un ponte tra gli interessi delle imprese e quelli del Paese, in una visione europea, di cui il Presidente ricorda i 3 fondamentali: pace, protezione e prosperità.

     

    Alla fine del suo intervento Vincenzo Boccia definisce a chiare lettere l’obiettivo della Confindustria diretta da lui: diventare un attore sociale nella sfida tutta italiana di puntare alla crescita, delle imprese e della politica economica, come fine per raggiungere l’appianamento delle diseguaglianze sociali. E ricordando la annosa questione tra Governi e corpi intermedi, conclude citando Goethe: ”l’importante non è andare d’accordo, ma andare nella stessa direzione”.

     

    Dopo gli svariati input forniti dal discorso del Presidente di Confindustria, sorge spontanea la domanda: l’Italia, quindi, che futuro ha?

    Boccia non ha dubbi: l’obiettivo è riportare al centro del discorso economico l’occupazione, soprattutto quella giovanile, creare posti piuttosto che sussidi. E per fare questo la politica economica deve produrre le condizioni di base che favoriscano il cambiamento, che è inevitabilmente dato dall’innovazione, nelle industrie come nella vita.

    Secondo il Presidente, se il cambiamento non è frutto di qualcosa di veramente nuovo allora non raggiungeremo mai un risultato rivoluzionario, ma ci limiteremo a realizzare un prodotto ben fatto, senza aver fatto la differenza.

     

    La linea di Confindustria è chiara; la speranza è che si possa trovare un cammino comune con il Governo.

     

     

     

     

  • Gabriella Bellloni alla Casa Italiana Zerilli-Marimò
    Fatti e Storie

    Gabriella Belloni e La Rivoluzione al Femminile del '68

    Alla Casa Italiana Zerilli-Marimò (NYU) è stato mostrato un cortometraggio sulla storia di Gabriella Belloni, dai suoi inizi fino ad oggi.

    L’atmosfera era, come sempre alla Casa Italiana, molto intensa. Tra americani e italiani, sembrava di essere in un luogo non lontano da casa, sembrava quasi la nostra Italia.

    Dopo il filmato, che fa parte di una serie intitolata “Le ragazze del ‘68”, il direttore dell’istituzione, Stefano Albertini Mussini, ha intervistato Gabriella. I due sembravano amici di vecchia data, le domande e le risposte erano schiette, mai banali e prive di ogni timore.

    La vita di Gabriella non è stata affatto semplice, partendo dai genitori.
    Il rapporto col padre non era dei più rosei: come si racconta nel video, lei lo considerava come un “mostro opprimente” che le negava anche il piacere di un’arte così nobile come quella del teatro.  

    La madre invece era una donna forte e molto liberale, pensate che chiese il divorzio e lasciò il marito portandosi via i suoi figli, una cosa impensabile per l’epoca.

    Ed è stata proprio la figura della madre ad essere determinante nella vita di Gabriella, soprattutto in un periodo storico in cui stava nascendo la cosiddetta “Girl Power”.

    La Belloni racconta del suo anno di cambiamento, il ‘68: “Volevo fare la reporter, ma mi dissero che essendo donna avrei dovuto cercare un marito”.
     

    Invece non fu così. Dopo un periodo di depressione si trasferì a New York con un biglietto di sola andata.
     

    Una vicenda non nuova nell’immaginario collettivo dell’emigrante: l’italiano costretto a lasciare la sua terra natia negli Stati Uniti per trovare la cosiddetta “Dreamland”.

    New York è sempre stata una città movimentata, può darti mille problemi ma può offrirti milleuno soluzioni, così come è capitato a Gaby (il suo soprannome). Un dato interessante è che all’epoca (parliamo degli anni ‘60-’70) New York registrava  uno stupro ogni tre minuti. Gabriella è stata una di quelle vittime. Si è trovata una calibro 38 puntata alla faccia. Costretta a consegnare i suoi pochi soldi rimasti ed il suo corpo ad un uomo che era in fuga dalla Polizia.

    Ma la sua anima è rimasta positiva e forte: “La paura non è durata a lungo - racconta Gabriella - dopo l’accaduto sono andata a consegnare un reportage all’Espresso, il giornale, così da potere ricevere dei soldi”.

    Soffermiamoci ora su questo punto. New York è una città che può mangiarti vivo per la sua maestosità, il suo tram-tram e la sua euforia, ma se non si ha la volontà di essere più forte di lei allora non la si apprezzerà mai appieno.

    E Gabriella l’ha fatto, Gabriella ha vinto la sua battaglia, trasformando un fatto tragico in un’opportunità.

    Belloni nel corso degli anni ha poi fatto carriera passando dal ruolo di fotoreporter (presso la rivista CIAO2001) a quello di inviata giornalistica, vivendo non solo a New York, ma anche per l’Europa prima e Los Angeles dopo, il suo grande amore.

    E quali sono i progetti futuri di Gaby? Attualmente lavora come Promo Director per la Rai. Il suo sogno è quello di fare un film, per continuare a dar voce al suo essere, per aiutare chi come tanti italiani si è trasferito negli USA.
    Ma una cosa è sicura, Gabriella ha fatto e fa parte di quel filone delle ragazze del ‘68, quelle donne che hanno lottato per la parità dei sessi, quelle donne che hanno saputo cavalcare l’ondata di rivoluzione e del cambiamento, quelle donne che oggi come oggi, servono più che mai.

     

     

Pages