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Articles by: Francesca Pili

  • Fatti e Storie

    Antonino Ciolino, lo chef “in volo”

    IN ENGLISH  >>

    Antonino Ciolino vive ormai da 30 anni negli Stati Uniti, e nonostante sia conosciuto come “Tony” conserva l’accento siciliano e un calore tutto del sud.

    A soli 22 anni,  mentre lavorava al Great Palace di Venezia,  incontra una giornalista del New York Post e l’amore lo porta  in America. La sua carriera parte ad alti livelli: lavora presso il Rockefeller Group, e dopo 2 anni diventa lo chef dell’intero complesso. Ci rimane per otto anni.

    L’inizio, ci racconta, fu molto difficile. “Non si trovavano proprio i prodotti a cui ero abituato!”

    Importing 100% Italian food

    Dal 1988 la svolta: insieme a Tony May,  storico presidente del Gruppo Ristoratori Italiani, crea l’associazione Flavour of Italy, che presenta a New York prodotti come Illy caffè, Colavita, il Parmigiano Reggiano. “La presentazione venne fatta al Pier 92, e da lì che il Made in Italy nel campo del food cominciò la sua proficua strada negli States “ ci racconta Tony.

    Secondo lo chef, anche se gli americani ancora non comprendono  al 100% l’importanza che noi italiani diamo al prodotto, moltissimi passi sono stati fatti. Questo grazie soprattutto all’opera di informazione  di numerosi chef italiani che hanno aperto i loro ristoranti in tutta Manhattan.

    Tony sottolinea come uno degli errori iniziali fu quello di non proteggere abbastanza l’originalità dei prodotti, argomento che l’Associazione Italiana Chef di NY, nata nel 2013, ha molto a cuore.

    Promuovere l’unicità delle regioni

    L’associazione organizza costantemente eventi e presentazioni in cui promuove il Made in Italy, ma soprattutto tenta di far conoscere anche la regionalità, le specialità tipiche, il territorio italiano.

    “Ci sono tante chicche regionali di piccole e medie imprese. In generale negli Stati Uniti si conoscono i prodotti più noti, come appunto il Grana; noi tentiamo di far conoscere la varietà di formaggi, salumi, farine, che si trovano lungo tutto lo stivale”.

    E Tonino ci rivela: “Abbiamo un sogno: creare una scuola in cui insegnare la cucina italiana. Fare degli scambi, far venire studenti di cucina italiani qui e mandare in Italia studenti americani, dargli l’opportunità di valutare opportunità lavorative”.

    Un altro progetto cui l’Associazione sta lavorando con Massimo Bottura è l’apertura di quelli che lo chef dell’Osteria Francescana chiama “refettori”: dei centri di raccolta di tutti gli scarti dei ristoranti in cui i grandi chef disegneranno i piatti che andranno a sfamare i senza tetto.

    “È la cultura del non spreco che Bottura porta avanti, e noi con lui”. “Cucinare è un segno d’amore, come ha detto Bottura. E questo progetto ne è l’espressione”.

    Se tutti questi progetti sembrano abbastanza per una sola persona, non lo sono per Tony.

    Alta cucina tra le nuvole

    Chef Ciolino fa infatti parte del gruppo (Lufthansa Sky Gourmet), per cui disegna i menù di prima classe di tutte le più grandi compagnie aeree, quali Lufthansa, Alitalia, Emirates, etc.  

    Tutto nacque per caso durante un food show al Javits Center di New York, dove conobbe uno chef francese che lavorava per Lufthansa. “Per me il cibo servito in aereo era qualcosa che veniva prodotto in qualche fabbrica. Non avevo mai pensato che ci fosse qualcuno a disegnare i menù”. Incuriosito, Tony presentò l’application.  Passarono ben 10 anni prima che venisse contattato…

    E ci racconta, “Mi si è aperto un nuovo mondo”. Una nuova sfida stimolante, dove tanto per cominciare, ha dovuto seguire una formazione scientifica per imparare a comprendere come conservare i sapori ad alta quota. “Nessuno ci pensa, ma il nostro gusto a 30.000 piedi cambia. Inoltre, si tratta di produrre grosse quantità di cibo tenendo conto di questa peculiarità. Il sale è il problema più grosso”, ci spiega. E’ un lavoro che lo ha  portato a viaggiare tanto e conoscere oggi culture culinarie diverse.

    Oramai anche in volo è possibile assaggiare alta cucina. La filosofia dell’attenzione al prodotto sta conquistando anche il cibo ad alta quota. Proprio per questo Chef Tony consiglia ai giovani chef di fare un’esperienza di questo tipo. “E’ una sfida. La possibilità di collaborare con chef con background tanto differenti, e per compagnie ognuna con linee guida personalizzate, utilizzando anche macchinari tecnologicamente avanzati proprio perché studiati per cucinare in condizioni non convenzionali, unite all’occasione di viaggiare, sono  una grandissima occasione formativa.”

    Con questo concentrato di esperienze così variegate, Tony ci rivela che adesso ha “voglia di passare il testimone”. Siamo sicuri che per gli chef di domani non ci potrebbe essere mentore migliore.

     

  • Life & People

    Antonino Ciolino, “In-Flight Chef"

    IN ITALIANO >>

    Antonino Ciolino has been living in the United States for 30 years now and, though he is known as “Tony,” he still maintains his Sicilian accent and typical Southern warmth.

    At the age of 22, when he worked at the Great Palace in Venice, he met a journalist from the New York Post and love brought him to America. His career takes off at the top: he works for the Rockefeller Group and after 2 years becomes the chef of the entire complex. He stays there for eight years. The beginning, he tells us, was very hard. “There was no way of finding the products I was used to!”

     

    Importing 100% Italian food

    In 1988, things turned around: together with the historical President of the 'Gruppo Ristoratori Italiani' Tony May, he creates the association Flavour of Italy, which represents Italian products such as Illy Caffè, Colavita, Parmigiano Reggiano in New York. “The presentation was held at Pier 92, and from there Italian food began its prosperous journey in the US,” Tony tells us.

    According to the chef, even though Americans don’t yet fully understand the importance that we Italians give to products, large strides have been made. This largely thanks to the spreading of information by numerous Italian chefs who have opened restaurants across Manhattan.

    Tony recalls that one of the first mistakes was not protecting the originality of the products enough, a central aspect for the Italian Chef Association of NY, founded in 2013.

     

    Promoting The Uniqueness of Each Region

    The Association constantly organizes events and presentations for the promotion of ‘Made in Italy,’ but above all it also tries to make people aware of regional specialties, typical products, and of the Italian territory.

    “There are many regional gems by medium and small businesses. Generally, in the US, people know popular products like Grana; we try to show the variety of cheeses, meats, flours that you can find across the boot.”

    “We have a dream,” Tonino reveals, “to create a school in which to teach Italian cuisine, make exchanges, have Italian culinary students come here and send American students to Italy, give them the opportunity to evaluate career options.”

    Another project on which the Association is working alongside Massimo Bottura is the opening of what the chef of Osteria Francescana calls “refettori”: collection centers for all the food waste coming from restaurants, where great chefs will design the dishes that will feed the homeless.

    “It’s part of the waste-free culture promoted by Bottura, and by us with him. Cooking is an expression of love, as Bottura said. And this project is a reflection of that.”

    If all this seems enough for one person, it isn’t for Tony.

     

    Haute Cuisine Amongst The Clouds

    Chef Ciolino is part of LSG (Lufthansa Sky Gourmet) Sky Chef Group, for which he designs the First Class menus of the biggest airlines, such as Lufthansa, Alitalia, Emirates, etc.

    The idea was born during a food show held at New York’s Javits Center, where he met a French chef who worked for Lufthansa. “To me airplane food was something produced in a factory. I never thought there was someone designing the menus.” Intrigued, Tony submitted an application. Ten years passed before he heard back...

    He tells us, “A new world opened up to me.” A new stimulating challenge: to begin with, he had to get a scientific formation to learn how to preserve flavors at high altitudes. “People don’t think about this but at 30.000 feet our sense of taste changes. Keeping this peculiarity in mind, you also have to produce large quantities of food. Salt is the biggest problem,” he explains. This job has brought him to travel a lot and encounter different culinary cultures.

    Now you can get a taste of haute cuisine when you fly. The product-centric philosophy is taking over high altitude food as well. That’s why chef Tony suggests young chefs take on such experiences. “It’s a challenge. Being able to collaborate with chefs coming from such diverse backgrounds, and for companies with personalized guidelines, to use advanced machinery designed for cooking in unconventional conditions, while having the chance to travel, constitutes a great formative opportunity.”

    Having accumulated such a wide variety of experiences, Tony admits that he now wants to pass on the torch and we are certain that there is no better mentor for the future chefs of tomorrow.

     

  • Life & People

    Apulia and the Strength of Its Youth

    IN ITALIANO >>

    We meet Maria at a dinner in a renowned New York restaurant. It’s not just any event: it’s the opening dinner inaugurating Italian Haute Cuisine Week in New York, dedicated to Puglia. The wines being served come from her family cellar: the 2017 Edda Bianco Salento IGP, the 2015 Talò Malvasia Nera Salento IGP, and the star of the collection, the 2014 Sessantanni Primitivo from Manduria.

    She describes them in great detail before they even arrive but regrets that the labels aren’t showcased adequately.

     

    This is how we meet her, the extremely young representative of a Pugliese wine production house, and we are struck by her genuine enthusiasm.

     

    Unity Makes Strength

    The story of Cantine San Marzano begins in 1962, a time preceding not only her birth but also the existence of the DOC. Nineteen winemakers, including Maria’s grandfather, united to create a cellar, located in San Marzano di San Giuseppe, in the province of Taranto, at the heart of the zone of the famous Primitivo di Manduria.

     

    Today the company counts 1200 partners and 106 employees, some of them very young, “even in the country fortunately,” Maria tells us. It holds the exporting record in Puglia since 2000, when, realizing that their wine was vastly appreciated at international fairs, they understood that they could also make it on the global market. “Now we are present in 80 countries,” she says proudly.

     

    Maria comes to see us in our office, and tells us about her land, her business, her family history over coffee, with great warmth and enthusiasm.

     

    The cellar’s most recent success that of the Sessantanni Primitivo di Manduria DOP. “I was a great victory. Papà had an intuition: he wanted to make wine with the trees planted by his father. Harvesting has to be done by hand, the trees are short, it’s difficult. In 3 years it became huge, and this year Gambero Rosso gave us the 3 glasses.”

     

    Francesco Cavallo, Maria’s father, became the President of the cooperative in 1982. “My father always tells him that having a wine cellar was his dream. At first I didn’t think it could become mine too.”

     

    Back to Her Roots

    In fact, at 18, Maria moved to Ferrara to study Law. At the time the pollution caused by ILVA in Taranto was a hot topic and to someone so deeply in love with her land the idea of specializing in environmental crimes felt like the best way to do something concrete. “Every time I came home though, I increasingly felt that my roots were there: tied to the land, to the wine. After completing my studies I understood that my life was the cellar. Hiding it was futile.”

     

    And so Maria dedicated her life to a new goal: developing and promoting the land.

     

    The Importance of Communication

    The fact that her family owned the cellar doesn’t mean that she came into the industry through the front door. “My father made it immediately clear that since I was the last one there, I would have the least say. So I followed him, observed, and now I am focusing on communication.”

     

    The mission is to use pictures, videos, and the right words to tell people what Puglia is, what the South is. And in order to do that you have to really live in this land. For this reason, she also aims to help develop the local economy, “we try to assign communication to local agencies,” Maria tells us, “Lately, many celebrities have purchased masserie in Puglia, and thanks to their economic strength and notoriety, they immediately positioned themselves on the market. But this has nothing to do with the tradition.”

     

    Maria says that the strategy is instead to bring attention back to the Taranto region. “Because telling the story of a cellar like ours, which has been for the last 60 years tied to the region of Puglia and to 1200 families, requires the help of the local youth. They’re the ones who will create a network.”

     

    Their logo represents a network “We are a network of farmers tied to their land, and the land creates a network. We want to do this even though it’s very hard amongst producers. We always have to explain and convince people that building a network will allow us to finally open up to the world in an effective way.”

     

    Many are the projects carried out by Cantine San Marzano to achieve this goal. An example is ‘World Menu,’ a week during which the company hosts chefs from all over the world and takes them fishing, harvesting, and making cheese.

     

    To learn about the land, which Maria passionately describes as “wild, filled with olive trees that remain green all year long. With those short drywalls, the colors in contrast with the perennial blue sky. You still find trattorie where an apron-clad signora welcomes you in, her hands covered in flour.”

     

    An American Training

    She came to New York to understand and learn from Americans. She wasn’t off to a very enthusiastic start though: “I was expecting America to be light years ahead of us, smarter, cleaner. It wasn’t always like that. It served as a great challenge though. New York is a city which, whether you like it or not, pushes you to become stronger.”

     

    And New York is only one step for her. For the future, Maria plans to undertake other formative experiences, “in South Africa, or in New Zealand, areas which are now producing excellent wines.”

     

    Now more than ever, the final goal is clear to her: returning to San Marzano. “Puglia is genuine, and it has everything. It’s an explosion. Life there is not frenetic, and it’s experiencing a cultural awakening. It’s up to us, the younger generation, to protect it. I’m optimistic because I believe there is a lot to do.”

     

    Her eyes say it all. There is a lot to do. And young people like her can do it.

     
  • Arte e Cultura

    La Puglia e la forza dei suoi giovani

    IN ENGLISH >>

    Incontriamo Maria ad una cena in un noto ristorante newyorkese. Non è una serata qualunque: è la cena che apre la Settimana dell’Alta Cucina Italiana a New York, dedicata alla Puglia. E i vini serviti sono quelli della cantina della sua famiglia: l’Edda Bianco Salento IGP del 2017, il Talò Malvasia Nera Salento IGP del 2015 e il “cavallo di razza” della scuderia, il Sessantanni Primitivo di Manduria del 2014.

    Ce li descrive in ogni sfumatura prima che arrivino, ma si rattrista del fatto che le etichette non vengono adeguatamente messe in mostra.

    La conosciamo così, questa giovanissima rappresentante di una casa produttrice di vino in Puglia, e ci incuriosisce il suo genuino entusiasmo.

    L’unione fa la forza

    La storia delle Cantine San Marzano nasce nel 1962, epoca in cui non solo lei non era ancora nata, ma la stessa DOC non esisteva. Diciannove vignaioli, tra cui il nonno di Maria, si uniscono e creano una cantina, che si trova appunto an, in provincia di Taranto, nel cuore della zona del famosissimo Primitivo di Manduria.

     

    Oggi l’azienda conta 1200 soci e 106 dipendenti, tra cui ragazzi molto giovani, “anche in campagna, per fortuna”, ci dice Maria. E vanta il primato per l’export in Puglia, iniziato nel 2000, quando rendendosi conto che nelle fiere internazionali il loro vino era molto apprezzato, capirono di potercela fare anche nel mercato estero. “Adesso siamo in 80 paesi”, dice con orgoglio.

     

    Maria ci viene a trovare in redazione e, davanti ad un caffè,  ci racconta la sua terra, la sua azienda, la storia della sua famiglia. Lo fa con calore e con un entusiasmo raro.

     

    Il successo più recente della cantina è il Sessantanni Primitivo di Manduria DOP. “È stata la nostra vittoria. Papà ha avuto questa intuizione: voleva fare il vino con gli alberelli piantati da suo padre. La raccolta deve essere fatta a mano, gli alberi sono bassi, è difficile. In 3 anni è diventato famosissimo, e quest’anno il gambero rosso ci ha dato i 3 bicchieri”.

     

    Francesco Cavallo, padre di Maria, diventò Presidente della cooperativa nel 1982. “Mio padre mi dice sempre che avere una cantina era il suo sogno. All’inizio non pensavo potesse diventare anche il mio”.

     

    Il richiamo delle radici

    Compiuti i 18 anni, infatti, Maria si trasferisce a Ferrara per studiare Giurisprudenza. All’epoca l’inquinamento causato dall’Ilva di Taranto era un tema caldo, e per una persona così innamorata della sua terra l’idea di specializzarsi in reati ambientali sembrava il modo migliore per poter fare qualcosa di concreto. “Ogni volta che tornavo a casa, però, qualcosa mi faceva sentire sempre di più quanto le mie radici fossero lì. Legate al territorio. Al vino. Finiti gli studi, capii: la mia vita è la cantina. Era inutile nasconderlo”.

    Ed è così che Maria dedica la sua vita ad un nuovo obiettivo: la valorizzazione del territorio.

     

    L’importanza della comunicazione

    Il fatto che la cantina appartenesse alla sua famiglia non vuol dire che il suo ingresso in azienda sia stato dalla porta principale. “Mio padre mi ha chiarito subito che essendo l’ultima arrivata sarei stata l’ultima ad avere parola. Perciò l’ho affiancato, ho osservato, e adesso mi sto concentrando sulla comunicazione”.

     

    L’obiettivo è raccontare con foto, video, e con le parole giuste cos’è la Puglia, cos’è il Sud. E per farlo è necessario viverlo un territorio così. Per questa ragione, e anche nell’ottica di far crescere economicamente la zona, “cerchiamo di affidare la comunicazione ad agenzie locali”. - ci dice Maria -  “Negli ultimi tempi in Puglia ci sono stati molti personaggi famosi che hanno acquistato delle masserie, e grazie alla potenza economica unita alla loro notorietà si sono posizionati da subito nel mercato. Ma questo non riflette una tradizione”.

     

    Maria dice che la strategia è invece di riportare l’attenzione nella zona di Taranto. “Perché raccontare la storia di una cantina come la nostra, radicata da 60 anni in una regione come la Puglia, con dietro 1200 famiglie, richiede i giovani di quel territorio. Saranno loro a creare una rete”.

     

    Il loro logo rappresenta infatti una rete  “Noi siamo una rete di contadini che si aggrappa al territorio, e il territorio fa rete. Lo vogliamo fare anche se è difficilissimo tra i produttori. Dobbiamo spiegare sempre e convincere che fare rete consente di aprirsi al mondo in maniera finalmente efficace”.

     

    Sono tanti i progetti che le Cantine San Marzano seguono per raggiungere questo risultato. Citiamo il World Menù, un’iniziativa in cui l’azienda ospita per una settimana chef da tutto il mondo, portandoli a pesca, a fare il raccolto, nei caseifici.

     

    A conoscere appunto il territorio, che Maria, illuminandosi, descrive come “selvaggio, pieno di ulivi sempre verdi tutto l’anno. Con i muretti a secco, quei colori che contrastano col cielo sempre azzurro. Trovi ancora le trattorie dove la signora ti accoglie col grembiule e le mani sporche di farina”.

     

    Il training americano

    É venuta a New York per capire e imparare dagli americani. Non parte convinta però: “Pensavo di trovare un’America anni luce avanti a noi. Più smart, più pulita. Non è stato sempre così. Mi ha però messa alla prova. New York è una città che volente o nolente ti spinge a diventare più forte”.

     

    E New York è solo una tappa per lei. Nel futuro, Maria svolgerà altri periodi di formazione scelti senza preconcetti, “in Sudafrica, o in Nuova Zelanda, territori che adesso stanno producendo degli ottimi vini”.

     

    Certo la  meta finale le è più che mai chiara: tornare a San Marzano. “La Puglia è genuina, e c’è tutto. È un’esplosione. La vita non è frenetica, e si sta risvegliando sempre di più culturalmente. La dobbiamo proteggere noi giovani. Sono ottimista, perché secondo me c’è tanto da fare”.

     

    I suoi occhi raccontano tutte le sue radici. C’è tanto da fare. E i giovani come lei possono fare.

     
  • Facts & Stories

    A New Way To Fly for Alitalia

    Some good news about Alitalia, Italy’s flag carrier airline company.

    Fabio Maria Lazzerini, the Chief Business Officer of Alitalia, met with the press in New York at a very special moment for Alitalia. That same day, December 12th, the Italian government approved the extension of a loan they granted the company a year earlier.

    The Chief Business Officer had his previous press briefing in New York almost one year ago, when he had just joined Alitalia.

    The Italian airline company’s current motto is “Heading in the right direction.” “We traveled a lot, we worked a lot over the past year, and our numbers are constantly growing,” explained Mr. Lazzerini, who has overseen all of the company’s business functions for the last fourteen months.

    According to Lazzerini, “All the changes and all the strategies implemented in the first months of the year are now paying off and we are now on quite a stable track of growth.” A few numbers that reflect his statement: + 7.1% Pax Revenues YTD, + 9.7% Cargo Revenues YTD, and 1st in the world for punctuality in January 2018.

    The numbers are the result of carefully coordinating multiple elements, such as digitalizing customers, which allows over 50% of flyers to check-in with an app, a percentage that shows higher efficiency. Nonetheless, the Alitalia Board wants to improve.

    There is also interesting news about the company’s flight routes. Most exciting is that for the first time Alitalia will offer a direct flight connecting the two capitals, Rome and Washington.

    Another sign of the company’s health is the increase of passengers on medium-haul flights, a sector where the competition of low-cost airline companies is particularly strong. As Lazzerini reminded people, the most important low-cost companies in the world are based in Europe.

    Alitalia also wants to strike a better balance among the makeup of its clients by combining business travelers and leisure travelers, because, according to Lazzerini, that is “the only way to get the company to be profitable again.” To achieve this goal, they have created two major sales units, Business Travel Sales and Leisure Travel Sales, aimed at increasing business awareness and expanding Italy as a destination, with Alitalia as the natural carrier of choice for high-value customers.

    There is also good news about services provided by Alitalia. The company is renewing its Magnifica (Magnificent) seating class, which combines Business and First Class amenities. “Utterly Italian, the seats are designed by Poltrona Frau,” says Lazzerini. “It has been nominated the best business class seat by the American magazine Global Traveler. Ferragamo designed the amenity kit. Also, for the ninth time [Alitalia] won Best Airlines Cuisine. But we don’t want to rest on our laurels, so last November 15th we partnered with Gambero Rosso (the famous Italian restaurant guide) to completely recreate our menus.”

     

    Last but not least, Lazzerini revealed the trendiest addition to Alitalia, the new crew uniforms designed by Alberta Ferretti, one of the most prestigious Italian names in the fashion world.

     

    “Thanks to the team, we have been able to re-right and relaunch a company which has been too sleepy in the past year. We are halfway there. Our work isn’t done yet, not completely. Alitalia is still a little bit too much like a local grocer. We’re nice, you can spend a little time chatting with us, but we need to increase the options for our customers, otherwise they will opt for big supermarkets where they can find two hundred routes. And they’ll continue to fly with them even when you operate the same routes.”

    Lazzerini concluded the press conference by mentioning the attention that the company is giving to the Customer Care Center. Improving customer care is an important step toward realizing the company’s efforts to remaking itself.

     

     

  • Marco Pelle, photo credit: Alexo Wandael
    Fatti e Storie

    Marco Pelle, di passo in passo

    È una storia tutta particolare quella di Marco Pelle, coreografo del New York Theatre Ballet.

    La strada che l’ha portato sin qui non è stata quella canonica che ci si aspetterebbe.

    Ha infatti iniziato a studiare danza a 20 anni, un’età in cui di solito la carriera di un danzatore dovrebbe già essere avviata. Proprio per questo motivo la sua non è stata una scelta a cui tutti avevano creduto sin da subito.

    Originario di Parma, è cresciuto a Vicenza, con un padre vicedirettore generale di banca che auspicava per lui una strada decisamente diversa. “Mi fece studiare economia a Venezia, ma frequentai solo per un anno”  ricorda Marco.

    Come ci racconta, aveva sempre saputo di voler ballare, “da quando avevo 3 anni. Iniziai a chiedere di essere mandato a lezione di danza, ma mio padre non riusciva a vedere di buon occhio la cosa”. Così provò il basket, la pallavolo, il nuoto. Tutte attività a cui “permettevo loro di iscrivermi, entravo nelle palestre, e uscivo dal retro”. Ma dopo aver cercato di seguire le orme paterne, la visione in un teatro di Vicenza di Caught, iconica coreografia di David Parsons, spalancò quella porta per troppo tempo rimasta socchiusa per lui: “Io volevo essere un ballerino”.

    Così, nel ’95, comincia a guardarsi intorno per cercare scuole di danza, ma la maggior parte accettavano solo donne. “Non credo fosse per pregiudizio. Credo fosse più perché la formazione di un ballerino uomo può essere più difficile”.

    Fortunatamente trovò un’insegnante “che divenne una seconda madre”, Maria Berica della Vecchia, Direttrice artistica del Centro Danza Oggi a Vicenza.

    “Mi fece studiare con lei, a Vicenza e all’Académie Princesse Grace di Monte Carlo. Lei ha creduto nel mio mordente. Diceva sempre che ero una Cinquecento con dentro il motore di una Ferrari”.

    Fu così che Marco iniziò il percorso di studio della danza partendo proprio dalle sue basi, dalla propedeutica, insieme ai bambini. “All’epoca non avevo maturato alcun senso del ridicolo. Questo mi ha aiutato molto. Quando a 20 anni ti trovi a fare lezione in mezzo ai bambini di 5, non puoi avere vergogna. Fondamentalmente non mi ero ancora trovato nudo nel giardino dell’Eden”.

    Dopo 3 mesi, “proprio perché non mi vergognavo”, invitò il padre al suo primo saggio. “Fu un disastro” ricorda, “perciò l’anno dai miei 20 ai 21 fu molto, molto duro”.

    Ma non si arrese. Continuò per la sua strada, con le lezioni, “trasformando molto il mio fisico con il duro lavoro in sala prove”. Fin quando arrivò il giugno del ’96, mese in cui ebbe occasione di esibirsi in un nuovo saggio. E fu lì che riuscì a convincere definitivamente suo padre, facendolo diventare “il mio fan numero uno. Da quel momento non tornò più indietro. È diventato il mio primo sostenitore, ha riconosciuto che fosse la mia strada”.

    Marco ci tiene tantissimo a sottolineare questo aspetto. “Una persona può commettere un errore, ma la grandezza sta proprio nella capacità di rivalutare, chiedere scusa e dare ragione”. E difatti è passato dall’essere prima detrattore ad arduo sostenitore, “anche quando sono stato io a voler lasciare, a sentirmi stanco. Mi ha sempre spronato a continuare, fino all’ultimo giorno”.

    L’arrivo negli Stati Uniti nasce da una scelta improvvisa. “A 22 anni mi resi conto che in Europa non avrei trovato la mia soddisfazione. L’Accademia mi permetteva di studiare, ma tutto sommato non mi sentivo sostenuto”. Marika Bezobrazova, fondatrice dell’Accademia, che gli aprì le porte della stessa lasciandogli fare gli esami, a un certo punto fu sincera nel dirgli che rimanendo lì poteva diventare un insegnante, ma non un ballerino. Decise quindi di interrompere le lezioni e di tornare a Vicenza, senza avere però un piano preciso sul come proseguire. Fu la madre a spingerlo a scegliere l'America per inseguire il suo sogno.

    E fu così che arrivò a New York, “completamente allo sbaraglio. Ero proprio wild. Dormivo per strada, a Carl Schurz Park, non parlavo neanche inglese. Non avevo alcun punto di riferimento. Raccontai una gigantesca bugia ai miei, riguardo al fatto di avere degli amici. In realtà trovai delle soluzioni abitative allucinanti, con coinquilini con svariati problemi, e aiutavo come scaricatore in una ditta di traslochi. Questo mi diede il tempo di fare audizioni per le scuole, che mi offrirono diverse borse di studio: Alvin Ailey, José Limon e Merce Cunningham. Optai per quest’ultima. Avevo una borsa di studio parziale, studiavo e lavoravo all’interno della scuola, facendo pulizie o receptionist”.

    Merce Cunningham, si sa, ha avuto una visione molto particolare, estrema, nella danza. “Era talmente tanto interessante come lavoro da fare sul mio corpo, questa cosa di trasformarlo quasi in un robot. Trasformi il tuo corpo in una serie di potenzialità. Il tuo corpo diventa un’estensione della tua volontà, e non c’è un’emotività legata al movimento. Ci può essere nella coreografia, ma tu sei all’interno di questo corpo che fa di tutto”. Gli chiediamo dunque come sia stato, da ballerino italiano, avvicinarsi ad un mondo così distante. “All’epoca la mia vita era così difficile, che questa danza che non ti permette emotività, che ti mette in contatto col tuo corpo, ma non con il sentimento, era probabilmente ciò di cui avevo bisogno. In quelle ore io diventavo un movimento puro, nitido, e non c’era nessuna forma di interpretazione emotiva”.

    Nella scuola di Cunningham vince 9 borse di studio, restando dal ’97 al 2001.

    “La danza classica resta ovviamente la mia preferita, ma Cunningham mi ha influenzato molto, ci ho messo degli anni a distaccarmi da lui nella mia visione creativa, perché la sua era veramente potente. È una delle creatività che regge di più al tempo, proprio perché così asettica. Io ne ho una grandissima ammirazione, aveva qualcosa di liberatorio”.

    Nel 2001 fece un’audizione per la Eisenhower Dance Company in Michigan, e si trasferì a Detroit. “Una città bellissima, ma fantasma, a causa degli importanti problemi economici che ha avuto”. Siamo nei primi anni 2000, la “Detroit Motor City” vive da tempo una profonda crisi (che culminerà nel 2009 col fallimento di Chrysler e General Motors). In questa città così provata, dopo uno spettacolo al Music Hall, dietro le quinte avviene “l’incontro della vita” con David DiChiera. Direttore generale del Michigan Opera Theatre (da lui fondato). Marco ricorda come il suo lavoro stesse “aiutando la città in maniera enorme, perché quando ci fu il crollo economico resistettero solo lo stadio e l’Opera. Mi accolse come un padre, aprendomi le porte di casa sua e introducendomi al mondo dell’Opera. Fu lui a chiedermi se avessi mai coreografato e avessi mai avuto interesse a farlo”

    Fu DiChiera a mettere in contatto Marco e Mario Corradi, vedendo bene il mix. “Fu Mario che mi diede la prima opportunità. Gli mostrai una coreografia non mia, chiedendo il permesso a chi l’aveva fatta. Lo feci perché era nelle mie note, era un tipo di movimento che mi apparteneva. La sentivo come qualcosa che avrei potuto fare io. E Corradi mi offrì un Macbeth a Jesi, al Teatro Pergolesi. Mario mi insegnò il mestiere. Quando cominciai a coreografare sentii subito che era la mia strada, che io ero un coreografo”.

    Da lì, dunque, l’ascesa. “Smisi subito di ballare e mi concentrai sulla coreografia d’Opera”. Fece tante produzioni, e nel 2002 avvenne l’incontro con il New York Theatre Ballet. “Diana (Byer, Fondatrice e Direttrice artistica, ndr) aveva bisogno di una coreografia di qualche minuto, e le proposi un passo a due tra due uomini che coreografai per l’Antract del terzo atto della Carmen andata in scena a Parma”. Raccontata così sembra sia avvenuto tutto in un battito di mani…e più o meno andò proprio così. “Mi chiese se potessi montarla in un’ora. Lo feci e le piacque, così iniziò questa collaborazione”.

    Negli anni successivi Marco ha lavorato con svariate altre compagnie, nonché con étoile internazionali. Tra tanti, ricordiamo Alessandra Ferri, con cui ha collaborato nel 2008 in The Piano Upstairs (video) per il suo ritorno alle scene in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Una collaborazione da cui nacque anche una profonda amicizia.

    Il legame con il New York Theatre Ballet, ovviamente, resta. È infatti con loro che nasce la partecipazione all’ultima serie tv di Ryan Murphy, Pose. “È stata un’esperienza bellissima, e ne è venuto fuori un prodotto eccezionale”. Non era la prima volta che Marco lavorava per lo schermo: è sua infatti la coreografia del corto Passage (video), con Roberto Bolle e Polina Semionova, per la regia di Fabrizio Ferri, presentato in apertura del Festival del Cinema di Venezia del 2013.

    E per il futuro ha in programma “una sfida”. Un Gala di danza di stelle internazionali a Detroit. “Un’idea nata e cresciuta proprio insieme ad Alessandra, che oltre a partecipare all’organizzazione, ballerà anche tre pezzi”.

    È previsto per il 16 febbraio 2019, ed è un Gala che spazierà dai grandi classici alla contemporaneità, come Whitness di Wayne McGregor, uno dei pezzi che danzerà proprio la Ferri.

    “L’idea parte dalla voglia di portare al pubblico una serata sfaccettata. Un pubblico come quello di Detroit è abituato molto bene per quel che riguarda l’opera e il balletto, e avrà la possibilità di vedere ballerini unici, meravigliosi, in un programma molto variegato. La mia idea di fondo è quella del timeless, il senza tempo. Alessandra per me è senza tempo. Il suo movimento, la sua luce, è qualcosa di unico, profondo. Portarla in un teatro così bello è un grandissimo onore per me. Ed è una cosa che sento molto perché si svolgerà in una delle mie case negli Stati Uniti, un teatro per cui ho moltissimo rispetto”.

    Alla fine del racconto di questa vita che a tratti ha dell’incredibile, Marco ci saluta con un’immagine: “I ballerini sono delle creature meravigliose, trasformano il proprio corpo in qualcosa di divino, di unico e intoccabile. Sono vicini a Dio”.

     

  • The Jaffa, photo by Amit Geron
    Arte e Cultura

    Jonathan Fargion. Landscape designer da Milano a New York

    Vive a New York da ormai sette anni, ma Jonathan Fargion non è semplicemente “un expat” andato via dall’Italia in cerca di un’opportunità.

    Lui, l’opportunità, l’ha voluta e creata appositamente, e non è stato né semplice, né immediato arrivarci.

    Oggi infatti lavora a New York presso lo studio Rees Roberts and Partners, con cui ha all’attivo diversi progetti esclusivi. Sta realizzando il giardino di un cottage situato sul tetto di un palazzo nella Lower East Side di Manhattan. Ha inoltre diversi importanti progetti in corso in Upstate NY e negli Hamptons.

    Nel suo bagaglio ha anche impegni internazionali, come i giardini per il The Jaffa Hotel, progettato dall’architetto John Pawson, da poco inaugurato. Il lussuosissimo albergo si trova nell’antica città portuale di Jaffa, inglobata nell’area urbana di Tel Aviv.

    Man mano che ci racconta la sua storia, talmente ricca che ogni tanto è necessario fare un passo indietro per aggiungere qualcosa, ci facciamo un’idea sbagliata della sua età. Dopo aver sentito che ha vissuto in Israele, a Hong Kong, in Portogallo, si rimane sorpresi nello scoprire che è nato solo nel 1986.  Certo l’aspetto è quello di un giovane uomo, ma il modo in cui parla fa dimenticare la sua età.

    Jonathan è dunque diventato presto cittadino del mondo, e a soli 25 anni, dopo aver svolto un periodo di lavoro presso lo studio di architettura di Daniel Libeskind, assume due consapevolezze che saranno fondamentali per la sua carriera successiva: la prima è che ama New York e vuole restarci; la seconda è che l’architettura in senso stretto non è il vestito che indossa meglio. “Mi trovavo a fare ore al computer, a spostare linee, senza avere un contesto di cos’era il progetto; era troppo meccanico”, ricorda.

    Dopo la laurea in Architettura ambientale al Politecnico di Milano (la sua tesi “Fantarchitetture: visioni architettoniche nei cartoni animati” sarebbe poi diventata un libro), aveva chiaro lo step successivo: “volevo tornare a New York, e mettermi di nuovo a studiare”.

    Così, si iscrive alla School of Professional Horticulture presso il New York Botanical Garden. “Nonostante in famiglia nessuno avesse una particolare passione per le piante, io ho sempre avuto amore per la natura. Per questo ho studiato Architettura ambientale, perché pensavo mi sarei occupato più di ambiente, appunto. In realtà si trattava di un corso più mirato sui materiali da utilizzare e sul risparmio energetico, argomenti fondamentali, ma che non includono la vera e propria progettazione di spazi verdi. Perciò, col bagaglio architettonico del Politecnico unito allo stile italiano apprezzato in tutto il mondo, una specializzazione in botanica era perfetta”.

    Due anni di corso, non privi di fatica: “si lavorava nel giardino dalle 6 fino alle 16, dopodiché bisognava studiare; corsi di botanica, di scienza, fino alle 21”.

    Sono stati studi che gli hanno dato l’opportunità di acquisire una competenza tecnica vastissima delle specie botaniche, elemento che unito al suo background italiano sarebbe stata la chiave del successo del suo lavoro.

    Lavoro che a suo dire funziona negli Stati Uniti anche per l’imprinting anglosassone della cura del giardino: “gli inglesi considerano il giardino una parte della casa, e curarlo, abbellirlo, è fondamentale”, spiega.

     

    “New York è la città ideale anche per come vive il verde” ci dice Jonathan “ricca di parchi grandi e piccoli che non sono progettati solo per la fruibilità. In alcuni casi, è semplicemente per offrire la possibilità di fermarsi e osservare qualcosa di bello”. 

    C’è anche un po’ di rammarico rispetto al Paese da dove proviene: “anche solo gli alberi che troviamo lungo i viali, sono studiati per donare armonia e bellezza alle strade; in Italia non c’è un corrispettivo”.

    La sua vocazione ambientalista rappresenta ovviamente un plus. Per lui non si tratta solo di estetica, ma di una visione, di un modus vivendi.  Tutto questo diventa ancora più evidente quando ci racconta con entusiasmo del servizio fornito dal 311 (il centralino per accedere a tutti i servizi e le informazioni dell’amministrazione di NY, ndr), per cui ogni volta che si scopre un albero malato si può chiamare, e immediatamente un altro albero verrà piantato.

    Gli chiediamo se crede che questo genere di mentalità possa attecchire anche in Italia, e con un po’ di amarezza ci risponde di no. In primis per la tendenza a sottostimare economicamente questo lavoro. Inoltre, a meno che non si tratti di committenti privati eredi di splendide strutture datate, nell’amministrazione pubblica non è riposta una particolare spesa di energia nella progettazione degli spazi verdi.  Si guarda più alla bellezza architettonica intesa come struttura, ma manca la visione di insieme o proprio il concetto di rendere protagonista un giardino.

    “Ringrazio tantissimo gli Stati Uniti per l’opportunità che mi hanno dato e mi danno di svolgere questo lavoro, ma al contempo ringrazio molto l’Italia per il fatto che crescere lì mi abbia dato un’educazione al gusto. Fino a quando non usciamo dal nostro Paese, noi italiani non ce ne rendiamo conto. È qualcosa di innato, ed è tra le ragioni per cui il mio lavoro è così apprezzato qui negli States. Riconoscono la mia capacità di avere l’occhio per il bello”.

    E quest’occhio Jonathan lo sa anche raccontare: all’attività di landscape designer unisce la passione per la scrittura, pubblicando articoli in cui racconta, ad esempio, di favolosi posti nascosti quali la vigna di Leonardo, in Corso Magenta a Milano, presso la Villa degli Atellani.

    Architetto, artista, scrittore: possiamo accostare tante definizioni a Jonathan.

    Ma crediamo che, più che definire lui, sia più utile dare un nome esatto a ciò che ci ha trasmesso raccontandoci la sua storia: caparbietà e passione.

  • Sidney Opera House, photo by Dianne Brooks
    Fatti e Storie

    Stefano Miceli: la visione di un artista

    Raccontare la storia del Maestro Miceli non è facile. Ha calcato così tanti palchi e conosciuto così tanti posti del mondo, che per quanto provi a spiegare  il suo percorso, si ha comunque la sensazione di non poter raccogliere efficacemente tutto. È l’aurea di mistero che circonda una professione, o meglio una vita, che in pochi conoscono: quella del concertista.

    Attenzione però, ad apporre superficialmente questa etichetta; Stefano Miceli è infatti un pianista, un direttore d’orchestra e un insegnante. Come ci spiega, ha “declinato lo studio del pianoforte in uno stile di vita: vivere con dei parametri che sono artistici, musicali, vedere le persone in un certo modo”.

    Nato a Brindisi, attualmente vive a New York, dove svolge con passione e grande generosità il ruolo di direttore del dipartimento musicale della Scuola d’Italia Guglielmo Marconi. A questa attività affianca quella di Visiting Professor in numerose università americane e non solo, e ovviamente i concerti, nella doppia veste di pianista e di direttore d’orchestra.

    Tutto ha inizio con una tastiera, “regalata da Babbo Natale” quando aveva 5 anni; da lì il conservatorio, e poi “la molla”: i concerti iniziati a soli 14 anni, che porteranno, pochi anni dopo, a fargli capire che la musica sarebbe stato “uno stile di vita, un’esigenza di voler andare avanti”.

    Il fatto di appartenere a una selezione di giovani del conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, dove si trasferisce a 17 anni, fu la spinta decisiva: “Lasciare Brindisi è stato come dire non sono pronto per il grande pubblico, ma se sono arrivato fino qui c’è un motivo”.

    A Napoli resterà fino al 2001, studiando piano e composizione. La direzione d’orchestra la studia con Donato Renzetti, all’Accademia Internazionale Pescarese. In totale sono 23 gli anni accademici di studio.

    “Quando studi pianoforte, composizione e direzione d’orchestra significa aver fatto delle scelte mirate a costruire una certa unicità”. Nel suo modo di concepire la musica, lo strumento pianoforte coincide con lo strumento direzione d’orchestra. Quello che cerca di insegnare ai suoi studenti è che “ragionando con la testa da musicista si può declinare musicalmente qualsiasi cosa su qualsiasi strumento, con l’abilità di dare attraverso le risorse che lo strumento può dare. Non bisogna essere pianisti davanti al pianoforte, bisogna esser musicisti alla tastiera”.

    Nel tentativo di approfondire questo concetto di unicità, il Maestro parte da un quesito: “Cosa significa suonare di fronte a un pubblico? Rispettare la volontà di un autore. Quindi essere fedele alle sue intenzioni, e nello stesso tempo farsi riconoscere, ossia affrontare un autore con una propria identità. Nel mondo della musica, da musicisti, laddove si è solisti o si è leader, non si può essere uguali a nessuno. Ognuno deve riscattare tutto ciò che può dare unicità, con la priorità a sé stessi e alla fedeltà alle intenzioni dell’autore”.

    E per fare questo è ovviamente fondamentale arricchire il più possibile la propria personalità dal punto di vista musicale, in modo da poterla tradurre su qualsiasi strumento. “Non a caso i più grandi compositori della storia non hanno scritto per un solo strumento, ma hanno saputo concepire quella personalità musicale, quella creatività, quella struttura, per molteplici strumenti”.

    Per chi non è un musicista non è immediato comprendere questo ragionamento. Ma “fortunatamente, tutto ciò che è stato scritto nella storia della musica non è stato scritto con dettaglio scientifico, che indicasse chiaramente la strada d’esecuzione; il mistero della musica è secondo me proprio il fatto che tutto vada ricercato nell’incertezza, nel rapporto che un musicista riesce a creare negli anni con un compositore”.  

    Tutte le carriere hanno infatti dei compositori di riferimento. E tra i suoi riferimenti il più forte è Franz Liszt, romantico per eccellenza che si è dedicato quasi esclusivamente al pianoforte. Per Miceli costituisce quasi una sintesi tra quello che vorrebbe un direttore d’orchestra e quello che desidera un pianista. Ci confida infatti che uno dei suoi debutti più emozionanti come pianista è stato quello alla Philharmonie Berlin, nel 2011, proprio perché era stato scelto, tra tanti, per celebrare proprio la figura di Liszt. Anche se, sottolinea, “ogni concerto è lavoro, esperienza e cose nuove; c’è sempre un debutto, anche alla sesta volta che si torna in un teatro; anche per le persone che si incontrano in queste occasioni”.

    Ovviamente in questo discorso ci si riferisce a quella “molla” di cui sopra che per il maestro è sempre stata l’aspetto fondamentale: il rapporto con il pubblico. D’altronde “perché continua ad esistere la musica colta? Per il magnetismo che produce tra le persone, ossia tra chi la produce e chi la ascolta”.

    Con la sua sensibilità è infatti in grado di tracciarne una sorta di profilo: se il pubblico italiano si può definire “aristocratico”, nel senso che è molto critico e non si scompone, il pubblico americano è invece molto più partecipativo. Avendo studiato, suonato, diretto e insegnato in entrambi i Paesi, gli chiediamo di allargare questo parallelismo a più campi. Ci racconta che, terminata l’esperienza alla Catholic University di Washington (per la quale vinse una borsa di studio nel ’97), tornò in Italia un po’ deluso dal punto di vista della formazione accademica, ma sentendosi accresciuto soprattutto da un punto di vista personale.

    “Un valore importante negli USA per uno studente non è tanto la qualità della formazione, quanto il mondo in cui vive accademicamente. Studiare pianoforte qua si può fare all’università. È una scelta esclusiva, che non ha alternative, che ti spinge a puntare al meglio; e poi c’è un respiro di dialogo tra le arti molto più ampio. Qui si fa il CFA- College of Fine Arts, dove studi danza, musica, teatro, spettacolo, cinema”.

    E in Italia? “Il mondo della formazione musicale è sempre rimasto parallelo a quello della scuola classica. I direttori d’orchestra o dirigono opera, o dirigono balletto. Sono due mondi diversi. È una cosa tutta italiana, (New York ne è l’esempio perfetto con il Lincoln Center, dove balletto, opera e sinfonico sono tutti assieme), ma anche in Germania, a Lipsia fanno diversamente. L’Italia è il paese dell’opera, è normale che questo dialogo non ci sia stato, è una dinamica storica”.

    Sarà proprio l’esperienza a Washington a lasciare in Miceli quel bisogno di internazionalizzazione che lo porterà, col suo talento, a calcare i palchi più prestigiosi al mondo: dalla Carnegie Hall di New York alla Gewandhaus di Lipsia, dalla Sydney Opera House all’Orchestra del Teatro alla scala di Milano, dalla Forbidden City Concert Hall di Pechino al Teatro Massimo Bellini di Catania, la Berliner Philharmonie, e molti altri.

    Nel 2015 il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella lo chiama a dirigere l’orchestra della Saigon Opera House in occasione della prima visita di Stato in Vietnam.

    Anche il lavoro di insegnante gli ha regalato esperienze molto forti. Nel 2008 fu infatti invitato a tenere delle lezioni presso l’Orchestra Sinfonica Simón Bolívar, orchestra giovanile nata grazie a El sistema, un sistema di educazione musicale pubblica, fondato nel 1975 da José Antonio Anselmi, direttore d’orchestra che diverrà Ministro della Cultura in Venezuela nel 1983. Colpito dalla professionalità e dal talento di questi bambini, due anni dopo Miceli li portò in Italia: 149 ragazzini che fecero 8 concerti per tutto il Paese. “Quando in un’esperienza come questa hai modo di incontrare dei giovani, e la loro emotività, il loro bisogno di significare qualcosa come persone, e tutto questo diventa l’identità di un’orchestra, riesci a chiudere un cerchio rispetto a ciò che vuole essere un esempio di una carriera, il momento in cui ti chiedi: perché faccio il concertista? Perché mi piace, perché è il mio stile di vita, ma soprattutto perché voglio dare qualcosa”.

    Sicuramente questo è l’intento che sta anche alla base del suo nuovo disco. “La discografia oggi rappresenta qualcosa di diverso nella carriera di un musicista, perché può essere un valore aggiunto, ma non qualcosa di indispensabile”, spiega. “È un prodotto che ho voluto fare per me. È un percorso stilistico su un capitolo preciso della storia del pianoforte, la forma sonata, dalla nascita a quella che oggi siamo più abituati a sentire, più commercializzata, ossia quella di Mozart e Beethoven. Dal punto di vista pianistico non è per niente virtuosistica, però ha un valore culturale, ricorda un momento storico in cui Napoli era la New York o la Berlino odierna”.

    Ovviamente le scelte non sono casuali. “Ho scelto Cimarosa perché ho studiato a Napoli con Carlo Bruno, che insieme al suo maestro Vincenzo Vitale, considerato il caposcuola pianistico in Italia, è quello che ha riscoperto, rieditato e rivisitato in chiave moderna queste sonate, che sono molto sconosciute nel mondo. Partendo dalla mia scuola, dai miei maestri, dall’Italia, voleva essere la chiusura di un cerchio di un filone pianistico, che si sposa con l’idea di portare con questo cd una testimonianza della prima forma sonata”. Un percorso storico, musicale e personale, dunque.

    In conclusione, ci resta una curiosità. Partendo dall’affermazione di Duke Ellington secondo cui “ci sono due tipi di musica: la buona musica e tutto il resto”, glielo chiediamo: è d’accordo? “Concordo”, afferma sicuro. “La prospettiva di un musicista è sempre molto critica. Noi parliamo genericamente di musica classica per riferirci alla musica colta. Ma di fatto, ogni musica, di qualsiasi genere, se fatta bene, è colta. Artisti come Michael Jackson, John Lennon, Ray Charles, hanno fatto musica che arriva, con la sua struttura. Mozart è considerato un compositore molto difficile da interpretare, non perché fosse complesso nella struttura, ma anzi, proprio per la sua semplicità. Dove c’è semplicità del messaggio, c’è musica fatta bene”.

    Ed è molto chiaro su cosa intende per musica fatta bene: “Che abbia una struttura completa. Alla base di un musicista non c’è mai l'improvvisazione. Devi conoscere una struttura per cambiarla”.

    Quindi Miceli, pur proveniente dalla musica colta, non ha alcuno snobismo per altri generi musicali. “Per determinismo storico sono convinto che un domani ci saranno dei musicisti di nuova generazione, che io magari non conosco, che avranno la stessa arte comunicativa”.

    E con questa chiosa ci salutiamo, lasciandoci con la sensazione di essere stati per un giorno suoi allievi.

     

  • Fatti e Storie

    Appunti da una conferenza stampa

    Il sottosegretario allo Sviluppo Economico Michele Geraci fa il punto con la stampa italiana sulla sua missione americana. Sei giorni tra Boston, New York e Washington DC,  con un programma di incontri molto intenso con investitori finanziari, ma anche think thank all’interno di università quali la NYU e il MIT.

    A Washington, in particolare, l’incontro è stato con i rappresentanti del Governo americano, per chiarire soprattutto la posizione dell’Italia rispetto all’Europa, su cui Geraci tiene a dire: “Non abbiamo intenzione di uscire dall’Unione Europea, ed è necessario che lo sentano dire chiaramente da noi”.

    In risposta ad una  domanda della stampa  affronta un argomento molto importante legato all’export, che rappresenta il 30% dell’economia del Paese. Si tratta del lavoro che il governo ha intenzione di fare a proposito dei prodotti IGT e DOC.

    Su questo esiste un accordo col Canada, che traccia una linea d’esempio, dal momento che è il primo Paese anglosassone che riconosce le denominazioni di origine.  Purtroppo sul terreno americano l’approccio, ammette Geraci,  è più complesso: “le uniche due leve sono il trademark (marchio registrato) e il marketing, e non mi sembra ci sia per ora la possibilità di cambiare questo assetto”.

    Un altro punto che a detta del sottosegretario è caro al Governo è lo sviluppo tecnologico. “L’Italia è indietro sulla tecnologia, ma questa può essere un’opportunità. Vorremmo ad esempio introdurre l’utilizzo del blockchain, che aiuterà la riconoscibilità della provenienza di un prodotto. Ci permetterebbe di abbassare i costi di esportazione e garantire la tracciabilità”.

    Alla domanda precisa su come stiano andando le vendite dei Btp e in generale la ricerca di investitori, Geraci risponde: “L’Italia è l’unico paese che ha un surplus primario, ossia spende meno di quanto incassi con le tasse. Ha la gestione più virtuosa al mondo delle finanze pubbliche. È un aspetto importante da far capire agli investitori, e su questo stiamo lavorando. Ci siamo resi conto di avere un problema di comunicazione. Tutte le previsioni catastrofiche che si rimbalzano in internet sono, per l’appunto, solo previsioni, basate sull’eventualità di sforare il deficit e essere dunque multati. Il tetto massimo, e sottolineo massimo, del rapporto deficit/PIL, che noi abbiamo fissato a 2,4%, è una cosa che possiamo gestire molto bene dal momento che sapremo il valore del PIL 2019 per tempo, per poter poi assumere l’impegno di spesa per lo stesso anno”. All’obiezione mossa al riguardo del fatto che la spesa pubblica non sia così elastica, il sottosegretario risponde che questo governo ha due leve di elasticità: i tempi e l’intensità delle riforme.

    A questo proposito approfondisce anche uno dei temi caldi, ossia il reddito di cittadinanza, sul quale informa che sono ancora al vaglio diversi aspetti. Dal momento da cui farlo partire, all’entità del fondo da destinarvi, finanche alla definizione esatta dei soggetti beneficiari. Un punto sembra essere chiaro: “Chi non ha income (ossia introiti) ma ha asset (esempio, casa di proprietà) non ne beneficerà”.

    Geraci lo definisce “un investimento in intangible assets, ossia quei tipi di investimenti che hanno più rischio e più ritorno. Il rischio del reddito di cittadinanza è che i soldi dati dallo Stato al cittadino vengano conservati in banca e non spesi”.

    Quando gli viene fatto notare che ci sono altri rischi, come quello ideologico riguardante la circostanza che il cittadino non lavori, nonché il rischio pratico dell’aumento del lavoro in nero, chiarisce che “chi prenderà il reddito di cittadinanza dovrà lavorare, studiare, fare stage nelle aziende. Chi rifiuterà la seconda offerta di lavoro, perderà il beneficio. Oltretutto, non verrà fornito in cash, e non sarà cumulativo.

    Sarà un buono spesa che potrà essere utilizzato solo per il range di beni da noi indicati, quali cibo, affitto e spese di reinserimento al lavoro, e se non speso, passato un certo tempo (3-4 mesi), si azzera. Nel momento in cui questo investimento verrà speso, aumenterà i consumi, facendo scendere il rapporto debito/PIL. Sono inoltre previsti sgravi fiscali per le aziende che assumeranno i beneficiari del reddito di cittadinanza”.

    L’idea di fondo è farne uno strumento temporaneo, di passaggio all’inserimento al lavoro. Per favorire questo processo, è nell’intento del Governo la digitalizzazione degli uffici di collocamento in modo da fornire il match immediato tra domanda e offerta. “Il problema più grande in Italia è che i giovani restano disoccupati per molto tempo. Una volta conseguita la laurea, possono restare inattivi anche per anni. Il che li rende meno appetibili sul mercato, ovviamente”. Il tentativo è quello di riuscire a inserire i giovani nel settore lavorativo che gli compete e che, soprattutto, auspicano.

    Quello che è chiaro alla fine della conferenza stampa è che il reddito di cittadinanza non ha in realtà ancora un corpo preciso; ci sono numerose variabili che il governo deve ancora vagliare e risolvere, e al momento non c’è alcuna certezza circa le tempistiche.

  • Arte e Cultura

    I giovani dell'Accademia Teatro alla Scala si esibiscono a New York

    Una volta preso posto nella platea del Peter Norton Symphony Space, osservando i leggii posti in fila sul palcoscenico, era difficile non rimanere incantati di fronte all’effetto neon dato agli spartiti dalle luci blu; un aspetto che ha reso l’atmosfera dell’attesa quasi fiabesca.
     
    Quando i musicisti sono entrati, nonostante i loro abiti da sera e i papillon, non si poteva non notare la loro giovane età. Ma la leggera tensione che traspariva dai loro occhi è scomparsa non appena hanno preso in mano gli strumenti.

    Composta da più di settanta musicisti, tutti under30 e provenienti da tre diversi continenti, dopo essersi esibita al Clarice Smith Performing Arts Center dell'Università del Maryland e all'Auditorium Richardson dell'Università di Princeton nei due giorni precedenti, l’Orchestra dell'Accademia Teatro alla Scala approda a New York, concludendo un tour condotto sotto la direzione del Maestro Iván Fischer, uno dei più autorevoli e acclamati direttori d’orchestra del mondo.  Fondatore della Budapest Festival Orchestra, ha diretto la Berliner Philharmoniker e la Royal Concertgebouw Orchestra di Amsterdam, e da sempre conserva uno stretto rapporto con gli Stati Uniti: ha condotto a lungo la National Symphony Orchestra di Washington DC, ed è stato ospite frequente di importanti orchestre quali la New York Philharmonic e la Cleveland Orchestra.
     
    Con il patrocinio dell'Ambasciata d'Italia e dell'Istituto Italiano di Cultura di Washington, promosso da Milano per la Scala e UBI Banca, in collaborazione con l'American Society of Friends del Teatro alla Scala, il concerto era ovviamente aperto a tutti, ma un occhio di riguardo era rivolto ai giovani studenti americani di arti performative, in modo tale da promuovere uno scambio basato sull’amore per la musica e la cultura tra gli artisti di domani.

    Così, alla presenza di colleghi e di personalità come il console generale italiano Francesco Genuardi, l’Orchestra dell’Accademia alla Scala ha suonato il programma scelto dal Maestro Fischer con l’intento di celebrare la cultura italiana e europea nell’America settentrionale: l’ouverture del La gazza ladra di Rossini, del quale quest’anno ricorre l’anniversario dei 150 anni dalla scomparsa, la Sinfonia n. 4 in la maggiore (detta Italiana) op. 90 di Mendelssohn-Bartholdy, e la Sinfonia n. 5 in mi minore op. 64 di Čaikovskij.

    Vedere la passione di questa nuova generazione di artisti, notare il segno sul collo dei violinisti, gli sguardi d’intesa, incoraggiamento, complicità tra loro, fa comprendere ancora meglio, semmai ce ne fosse bisogno, quanta vocazione sia necessaria per portare avanti un percorso così lungo e senza mai una vera fine nella formazione.

    È stata un’ottima occasione per questi giovani di misurarsi con un pubblico esigente come quello newyorkese, e al contempo incontrare colleghi d’oltreoceano, in un meeting dal respiro più che mai internazionale, dove imparare e insegnare insieme, e soprattutto confrontarsi.

    Un’opportunità auspicabile in ogni campo.

     

     

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