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Articles by: Paola Medori

  • Luigi Petrucci come Giuseppe Amato
    Arte e Cultura

    La verità su La dolce vita

     

    «Peppino Amato, mio nonno, è stato il primo a capire che La Dolce Vita sarebbe stato un capolavoro», racconta Giuseppe Pedersoli, figlio dell’attore Bud Spencer e nipote di Giuseppe Amato (produttore de “La Dolce Vita” ). Alla 77° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il regista e produttore, presenta La verità su La dolce vita, in sala dal 15 settembre distribuito da Istituto Luce - Cinecittà. In un viaggio a ritroso nel tempo, tra le atmosfere di un’epoca d’oro del cinema, scopriamo tutti retroscena di una delle pellicole più amate nel mondo.

    Trasportati dalle note circensi di Nino Rota, emergono documenti inediti e originali, gelosamente custoditi dalle tre figlie di Amato: le lettere infuocate tra Rizzoli, Fellini e Amato, i preventivi non rispettavi, tesori d’archivio e le interviste ai protagonisti di allora. Tanti incredibili ricordi di famiglia per un docu-film che «omaggia l’intuito, la caparbietà e il coraggio di un solo uomo», come sottolinea il suo più grande sostenitore.

    Nel 1958 Fellini mostra a suo nonno, la sceneggiatura de La dolce vita, ferma in un cassetto da tempo, cosa succede?

    “C’era l’incantesimo dell’essere umano” disse mio nonno fin dalla prima lettura del soggetto. Amato capisce che quel film è un capolavoro, ed è determinato ad arrivare fin in fondo: realizzare il film. 

    Da uomo molto religioso arrivò a chiedere il sostegno di Padre Pio prima di iniziare la sua personale “via crucis”?

    Si, in piena notte si recò in macchina fin a San Giovanni Rotondo per chiedere la benedizione di Padre Pio. Una volta ottenuta, iniziò a lavorare su “La Dolce Vita”. 

    A quel punto bisogna convincere De Laurentiis, già produttore dei due film premi Oscar “La Strada” e “Le Notti di Cabiria”, che aveva in esclusiva per quattro anni Fellini. 

    Mio nonno va da De Laurentiis, che non era convinto de La dolce vita perché troppo complicato e  costoso, e prova a convincerlo a cedergli la pellicola in cambio de La grande guerra. E ci riesce. 

    Persuade poi il socio Angelo Rizzoli a co-finanziare l’opera, che arriverà a costare il doppio di quanto preventivato e concordato con il regista. Una realizzazione che diventava sempre più complicata. Nel lungo carteggio tra Fellini regista e Amato produttore, cosa l’ha colpita di più?

    C’è stato un forte scontro tra due forti personalità, ma entrambi credeva fermamente nella potenza de La dolce vita. E’ stato molto interessante leggere le lettere e gli accesi confronti tra i due. Quando Rizzoli non voleva più distribuire il film perché troppo lungo, mio nonno era diviso tra il dover contenere le conseguenze di un possibile disastro economico e cercare di difendere l’opera immaginifica di Fellini.

    Suo nonno ha dichiarato “per fare un grande film ci vuole un grande cuore”. Ha messo tutto il suo amore nel cinema?

    Era un uomo vitale, molto coraggioso e dalle grandi intuizioni. Amava il cinema e credeva in quello che faceva. Fu uno dei primi distributori dei film Disney. Fece esordire Eduardo e Peppino De Filippo sul grande schermo e Vittorio De Sica alla regia. Non accettava un no.

    Ha mai pensato di raccontare la vita stessa di Peppino Amato, come un film?

    E’ un’idea su cui si può lavorare. Ha avuto una vita incredibile. Con il docufilm volevo raccontare, nell’anno del sessantesimo anniversario dell’uscita al cinema de La dolce vita e del centenario della nascita di Federico Fellini, il dietro le quinte di una delle pellicole più amate nel mondo, attraverso questa incredibile documentazione inedita e originale che è stata custodita dalla nostra famiglia per tanti anni. 

    Di produttori se ne parla sempre molto poco, perché?

    Mentre negli Stati Uniti la figura del produttore è rispettata e celebrata, in Italia sembra quasi una figura di passaggio. Raramente se ne parla. Invece ha dei meriti importantissimi, come nel caso di mio nonno. Senza la sua ossessione, forse non avremmo mai visto Anita Ekberg che si bagna nella fontana di Trevi.  

    Crede che potrà mai ritornare quell’epoca d’oro dell’industria del cinema?

    Il mercato è molto cambiato, a volte il produttore sembra un passacarte tra una rete televisiva e il set mentre dovrebbe essere più valorizzata la figura del produttore indipendente perché è motore dell’industria, di creatività e valorizzazione del prodotto cinematografico. 

    Amato è stato definito “l’uomo più vivo del cinema italiano”. Tra le curiosità e i tanti documenti sulla complicata lavorazione del film, cosa l’ha sorpresa di più?

    Ho una visione mitizzata di mio nonno, nata dai racconti di famiglia. Mi è rimasta sempre in mente una sua frase che descrive il suo pensiero “un produttore non deve fare film per fare soldi, ma deve fare film cosi belli da fare tantissimi soldi”. Credeva fermamente nei progetti che voleva realizzare. Ci si dedicava con capacità professionali, buona fede e lungimiranza, affinché il risultato fosse all’altezza delle aspettative. 

    Aveva fiuto…

    Ha lavorato con Blasetti, Germi e tanti altri. Ha realizzato capolavori del Neorealismo come Umberto D. di De Sica, e poi Francesco, giullare di Dio di Rossellini. Investì soldi anche in Roma città Aperta, a condizione che il ruolo di Pina fosse affidato ad Anna Magnani. E nel dopoguerra produsse il primo film della serie Don Camillo.

    Con De Sica c’è stata una grande amicizia? 

    Si e anche molta complicità. Erano due grandi giocatori d’azzardo, affascinatori di donne e di star internazionali. Il connubio tra loro due era vero e sincero. 

    Dopo la fine della travagliata lavorazione del film come sono rimasti i rapporti tra Amato e Fellini?

    Si conoscevano da tantissimo tempo, da quando Fellini arrivo a Roma e fu coinvolto nella sceneggiatura di Rosellini, Roma città aperta. C’era sicuramente una stima professionale reciproca. Nessuno prima di mio nonno aveva compreso la luce e il valore di quella sceneggiatura dall’impianto creativo straordinario, e Fellini glielo ha sempre riconosciuto. 

    In qualche modo Amato rivedeva la sua vita ne La dolce vita?Mio nonno aveva un suite all’Excelsior di via Veneto ma non frequentava le notti romane, in senso goliardico. Ci andava per incontrare gli autori, gli scrittori, i registi e le star. Conosceva quel mondo, fatto di lustrini, glamour e apparenza. Era incuriosito dalle storie raccontate e ambientate in quel microcosmo, che fotografa perfettamente la società italiana.  

    Quali sono prossimi impegni come produttore?

    Sto lavorando su un nuovo progetto: la vita di mio padre, Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, dagli inizi della sua carriera fino all’incontro, nel 1967, con Terence Hill sul set di Dio perdona…io no! 

    E come regista?

    Vorrei raccontare una storia poco conosciuta su un eroe italiano, Hugo Spadafora. Era un medico che negli anni ‘70 scelse di combattere contro le dittature in America Latina e fu brutalmente ucciso: decapitato dal dittatore Manuel Noriega di Panama. 

     

  • © Archivio Foto Locchi
    Arte e Cultura

    Salvatore Ferragamo - Shoemaker of Dreams

     

    Un’incredibile storia raccontata dal regista palermitano Luca Guadagnino con sensibilità e sguardo raffinato, attraverso un’immersione totale nei materiali d’archivio. Tra immagini inedite, bozzetti, lo studio dell’anatomia del piede e testimonianze dirette: dalla famiglia Ferragamo a Martin Scorsese, passando per la costumista Deborah Nadoolman Landis al collega Manolo Blahnik. Una sfida emozionate per scoprire il genio creativo dell’uomo ossessionato dalla scarpa perfetta. Un documentario ricercato sull’inventore delle zeppe e del sandalo invisibile, presentato a pochi giorni dal lancio della serie tv Sky-HBO We Are Who We Are. 

    Ha raccontato una storia di passione nata dalla determinazione assoluta del suo protagonista. Le sue calzature vestirono,  dalle dive del cinema muto a celebrità come Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo.

    Quando penso alla figura di Salvatore Ferragamo, mi viene subito in mente l’incredibile rispetto che ha sempre avuto per il processo creativo, come realizzazione di un’opera. Sicuramente è stato anche un uomo ambizioso ma ha sempre messo al primo posto: la qualità e l’etica della creazione. 

    Nella sua costante ricerca di bellezza, cosa l’ha spinto verso questa impresa? 

    Ferragamo ha vissuto la sua vita quasi come un outsider, fuori dal sistema in cui era immerso. A Bonito, la sua città natale, realizza, a soli nove anni, in un’unica notte, le scarpe per la prima comunione di sua sorella. Nato per fare il calzolaio decide di trasferirsi a Napoli e poi il viaggio verso l’America, prima a New York e dopo a Santa Barbara, California, fino alla conquista di Hollywood. Ha fatto tantissimo nell’immaginario: modelli di scarpe irresistibili, nati dalla sua geniale mente. 

    Di quest’uomo, creatore moderno, instancabile inventore e imprenditore, quale aspetto l’ha più colpita?

    La capacità di rischiare. In tutto quello che ha fatto ha sempre scommesso su se stesso, fin da bambino. Si è messo in gioco. Ha fallito e trionfato. E non si è mai sentito vinto, né un vincente. La delicatezza dello spirito di quest’uomo è straordinaria, di una modestia incredibile. E’ sublime guardare le foto dove tocca i piedi delle sue clienti e come riusciva a creare qualcosa di grande dal piccolo. Anche come Martin Scorsese ha sottolineato la grandezza, l’intuito e l’umiltà creatrice di Salvatore Ferragamo. Ed è questo il motivo fondamentale perché ho voluto fare il film.

    Ha trovato dei punti di contatto con la sua storia?

    Sicuramente ritrovo molte similitudine nell’idea di famiglia e del coinvolgimento. Possedeva questo dono speciale e contagioso: saper coinvolgere e incoraggiare sempre le persone sul lavoro e nella vita. 

    Cosa penserebbe della moda di oggi?

    Se fosse ancora a capo della sua azienda, sarebbe felice di promuovere la creatività di un giovane talento. Ha sempre considerato importate e necessaria la trasmissione del sapere. Sosteneva il l’arte e la lavorazione artigianalità. 

    Come si può spiegare ai più giovani la rivoluzione Ferragamo?

    Nel mondo della rap music, Ferragamo è un mito. I più importanti rapper americani indossano cinture, abiti e accessori firmati Ferragamo. Gli adolescenti interessati alla moda sono molto più avanti di noi. Senza le sue creazioni non esisterebbero le sneakers che troviamo ai piedi dei ragazzi di tutto il mondo. 

    Che legame ha con la moda?

    Ancestrale, direi archetipico. Ho imparato ad amare la moda sbirciando gli abiti classici nei guardaroba di mia madre e di mia zia. La moda ha la straordinaria capacità di anticipare i desideri, realizzandoli. Per me significa forma e identità, più che flash,  capitale e lusso. 

    Non è la prima volta che la sua strada si incrocia con quella di Ferragamo, nel 2013 ha diretto la web serie Walking Stories con Kaya Scodelario e un cameo di Lauren Hutton. L’idea del documentario è nata dopo?

    Ho letto prima l’autobiografia Salvatore Ferragamo: shoemaker of dreams  poi ispirato dalla lettura ho iniziato a scrivere la web serie fino alla realizzazione del documenatario. Mi piace pensare che ci sono dei fili sottili che uniscono insieme tutti i miei lavori.

    Alla 77. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia presenterà fuori concorso anche il cortometraggio Fiori, Fiori, Fiori!

    Nasce da un universale desiderio di muoversi, dopo essere rimasti per mesi forzatamente chiusi in casa. In più stavo vivendo un momento privato molto difficile. In pieno lockdown sono salito in macchina e ho percorso un lungo viaggio da Milano verso la Sicilia, documentato con un smartphone e un tablet. 

    Un viaggio attraverso le sue radici per ripercorrere il presente?

    Sono tornato nei luoghi della mia infanzia, in Sicilia. Ho bussato alla porta di alcuni importanti amici della mia adolescenza. E mi sono accorto che la primavera era arrivata lo stesso. Era andata avanti, nonostante il lockdown. Un trionfo di fiori stupendi, di vita e rinascita. Li ho visti a Canicattì, la città di mio padre. Come Shoemaker of dreams anche Fiori, Fiori, Fiori! è un film molto personale. Una storia sui padri.  

    L’importanza delle immagini durante la pandemia, ci hanno aiutato a superare quel periodo?

    Durante il lockdown le persone hanno avuto molto più bisogno di storie raccontate attraverso il linguaggio del cinema. Ed è stato commuovente. Esiste questa guerra tra chi crede che da ora in poi usufruiremo del cinema solo attraverso lo streaming e chi ritiene sempre più forte l’esigenza di condividere con gli altri l’esperienza immaginifica della  sala. Per me quest’ultima, rimarrà sempre più potente. 

    Oggi come è cambiata la sua vita?

    Adesso viaggio molto di meno, ma non mi dispiace restare più tempo a Milano. Rispetto alle storie che voglio raccontare al cinema mi interrogo, per il futuro, come girare certe scene d’amore e di passione con le regole anti-Covid. Ma sono sicuro di risolvere. 

    Invece riguardo la serie tv Sky-HBO We Are Who We Are perché non è stata presentata al Festival di Venezia?

    E’ una domanda per il direttore artistico del Festival, Alberto Barbera, e non per me! Comunque non abbiamo pensato di presentarla in anteprima al Lido. La serie uscirà a ottobre in Italia e il 14 settembre negli Stati Uniti. 

     

  • Arte e Cultura

    Milena Vukotic: Federico Fellini mi ha cambiato la vita

    Attrice eclettica e versatile, Milena Vukotic, classe 1935, è tra le più apprezzate protagoniste italiane del cinema, teatro e televisione. Il debutto sul grande schermo è avvenuto nel 1960 ne Il Sicario di Damiano Damiani. Ha lavorato in oltre 120 film con maestri quali Monicelli, Fellini, Lina Wertmüller, Lattuada, Lizzani, Dino Risi, Bertolucci, Tarkovskij, Oshima, Buñuel, e nella celebre serie dei Fantozzi accanto all’indimenticabile Paolo Villaggio. Nella sua lunga carriera ha reso unico ogni personaggio da lei interpretato. In teatro ha lavorato con nomi come Strehler, Zeffirelli, Enriquez, Paolo Poli, ricevendo nel 2002 il Premio Eleonora Duse e nel 2014 il Premio Flaiano alla carriera. Sempre in teatro celebri le sue interpretazioni in Lasciami andare madre di Lina Wertmüller, Regina madre con Antonello Avallone e Sorelle Materassi di Geppy Gleijeses. Un altro premio al suo talento si aggiunge così ai numerosi che ha conquistato negli anni.

    Milena Vukotic ha ricevuto il Premio Speciale Sangemini alla Carriera alla XI edizione di Ortigia Film Festival della città di Siracusa.

    Ha lavorato con l’istrionico Federico Fellini, una figura fondamentale per lei da quando vide a Parigi per la prima volta La strada.

    Studiavo danza e teatro a Parigi quando un giorno mi sono imbattuta nella visione de La Strada di Fellini ed è stato in quel momento che è stattata la scintilla per il cinema. In quel periodo ero alla ricerca di nuovi stimoli. Quel film è stato un segno del destino. E così mollai tutto e sono ritornata a Roma con l'unico desiderio di incontrarlo. A quei tempi mai avrei immaginato che Fellini avrebbe fatto per sempre parte della mia vita.

    Ci racconta il primo incontro?

    A Roma ho fatto i primi passi in Tv con Gian Burrasca di Lina Wertmuller. All'appuntamento con Fellini avevo con me una lettera di presentazione che è rimasta in tasca perchè lui mi mise subito a mio agio. E poi anche il mio primo ruolo in un suo film: "Giulietta degli Spiriti" del 1967.

    Che rapporto siete riusciti a costruire nel tempo?

    Fellini è riuscito a far emergere parti di me che neppure conoscevo. Ed anche per questo è nato un legame autentico.  Con lui e con Giulietta Masina. Ad unirci non era solamente la collaborazione artistica ma soprattutto un'amicizia profonda che ha segnato la mia vita. Nutrivo una  ammirazione enorme per lui. Un giorno sono andata sul set di Ginger e Fred e sono rimasta incantata dalla magia della sua direzione. Federico era molto allegro e spiritoso. Si rideva molto con lui. I nostri incontri erano sempre una grande festa.

    Tra i registi americani vede un suo erede?

    No. Finora non immagino nessuno con quel talento e quella capacità visionaria di interpretare la realtà. Fellini è stato unico e tale rimane nella storia dell’arte. Le emozioni che mi ha dato sono indescrivibili. Ogni volta che rivedo i suoi film ritrovo il genio del cinema mondiale. I suoi capolavori hanno influenzato intere generazioni di registi, e negli Stati Uniti sono ancora molti coloro che traggono ispirazione dal suo film più iconico, La Dolce Vita.

    Se lei fosse stata un’attrice americana da chi avrebbe voluto essere diretta?

    Da Woody Allen, in assoluto. Come Fellini, è unico e inimitabile. Sono stati entrambi perconaggi controversi ma capaci di avere uno sguardo lucidissimo sulla realtà e di una scrittura dissacrante.

    Come è cambiato il cinema contemporaneo?

    C’è tanto talento in Italia ma le difficoltà economiche, sociali e un governo diviso ed incapace di sostenere l’arte cinematografica, impediscono a una risorsa come il cinema italiano di diventare un volano dell'economia. Non è un periodo storico facile per l'Italia, anzi penso che sia tra i più disastrosi, ma l'innato senso per l'arte che ha segnato la nostra cultura per millenni aiuterà questo nostro Bel Paese a ritornare ai fasti del passato.

    Il cinema è stato attraversato negli ultimi due anni da tanti scandali. Da quello più eclatante, è nato il movimento MeToo. Che ne pensa?

    Gli scandali hanno fatto la storia del cinema. Situazioni come quelle denunciate dal movimento sono sempre esistite e continuano ad accadere. Ma è un bene che oggi se ne parli e che certi fatti siano venuti a galla. Eppure non sono convinta che cambierà molto negli equilibri di forza tra produttori, registi e atttrici. Anche sul fronte della parità salariale, che negli Stati Uniti è argomento di scontro tra colleghi uomini e donne, c'è ancora molto da fare ma voglio essere ottimista e augurarmi che a breve arriveranno le prime conquiste.

  • Arte e Cultura

    Mogol: Con il Berklee College un progetto per la musica classica

    Giulio Rapetti, in arte Mogol, autore delle più celebri canzoni della musica italiana, è stato premiato all’Ortigia Film Festival di Siracusa con il Premio Speciale OFF11 Sangemini alla Carriera. Negli Stati Uniti solo un anno fa il famoso paroliere ha ricevuto un riconoscimento per la sua opera dal Berklee College. A questo proposito è allo studio un gemellaggio tra la famosa scuola di musica e il Cet, il Centro europeo di Toscolano – la cittadella che l’artista ha costruito tra i boschi umbri, in cui ha investito tutti i diritti dei suoi testi. Un progetto che vuole diffondere la musica classica a livello internazionale, soprattutto tra i giovani.

    Mogol, il poeta della musica italiana, ha lavorato al fianco di grandi cantanti come Battisti, Mina, Riccardo Cocciante, Adriano Celentano, Mango, Gianni Morandi e tanti altri. Le sue opere letterarie seguono la traccia delle note per realizzare pietre miliari della musica che gli hanno permesso di ottenere il primo posto nelle classifiche per ben 121 volte in carriera.

    E pensare che all’inizio quel nome “Mogol”, pseudonimo del generale delle marmotte, non gli piaceva. Poi nel tempo mi ha portato fortuna”.

    Che cosa hai imparato dal mestiere della vita?

    L’assoluta libertà. Vivere non al servizio di nessuno, non inseguendo il successo ad ogni costo, cercare di piacere a tutti. La libertà di trasformare la musica in parole. Le mie canzoni seguono un percorso dove la musica si adagia sulle parole per creare la melodia perfetta. Prendo ispirazione dal mio vissuto, dalle esperienze che hanno segnato la mia vita. Fare spazio alla voce del cuore per raccontare l’autenticità.

    Cosa la ispira quando scrive?

    Credo in Dio e penso che sia una fonte di ispirazione privilegiata. Bisogna comunque guardare alla vita vera, quella che viviamo quotidianamente. Molto spesso si realizzano delle fiction per conquistare ascolti, però quando si riesce a produrre la vita vera ha un altro colore, un’altra fragranza e luce. Io scrivo di situazioni ed emozioni dove la gente si riconosce. Tutti viviamo gli stessi sentimenti. E si capisce se un testo è tratto dalla vita.

    Qual è la canzone che ancora la emoziona?

    Sono molte le canzoni che ho scritto e poi non mi ricordo di averlo fatto. Per altre quando le sento come ascoltatore mi ritrovo sempre a essere soddisfatto di quello che ho creato.

    Sodalizio con Battisti. Come è iniziato tutto?

    Lucio mi è stato presentato da un’amica che voleva promuoverlo come nuovo cantante nel firmamento della musica italiana. La prima impressione non è stata esaltante ma poi abbiamo provato a fare qualcosa. Così è nata il 29 settembre. Battisti aveva una cultura musicale vasta e assorbiva tutto. E poi mi capiva al volo.

    Le sue canzoni sono in 523 milioni di dischi venduti nel mondo…

    È un risultato incredibile che mai mi sarei aspettato. Di sicuro ci sono 121 canzoni che hanno conquistato le vette delle classifiche internazionali

    È ospite dell’Ortigia Film Festival, qual è il suo rapporto con il cinema?

    Mi piace vedere film ma non ho pensato di realizzarne uno. Comunque le mie canzoni sono dei piccoli film. La mia creatività si esprime nella scrittura.

     
  • Art & Culture

    Joe Capalbo Brings Lucania to the US

    Gigi Roccati’s film “Lucania Terra Sangue e Magia” won three Grand Jury Remi Awards at the 52nd WorldFest Houston International Film Festival: Best Foreign Film, Best Actress (Angela Fontana) and Best Editing (Annalisa Forgione.) The film entered the Festival thanks to the support of the Italian Consulate in Los Angeles, who submitted the film to the Italian section PANORAMA ITALIA and collaborated with the Festival to obtain the Director's participation. Presented at Bif&st - Bari International Film Festival as part of the New Italian Cinema section, it tells of a magical and inaccessible world, between mountain and sea, where nothing is as it seems. Here live Rocco, a strict father and his daughter Lucia.

     

    We interviewed actor and producer Giovanni Capalbo, who chose Gigi Roccati to tell this story. This is Roccati’s second feature film after Babylon Sisters, which came out in 2017.

     

    Where did the idea for this film come from?

     

    It came from the desire to tell of an ancient world that exists within the contemporary one, my native land: Lucania. The first draft of the story dates back to October 2014, since then we’ve been searching for funds. The choice of on-site locations and casting took two years, because we felt it was necessary to select emblematic places and faces to fit the narrative about an ancestral land.

     

    The film is a tribute to a land that is dying but that can still survive

     

    The rural world as we remember it has disappeared but a mystical atmosphere still lingers in those territories hidden between the mountains, whose memory we are starting to forget. A rural society swept away by unkept promises of industrialization. The film therefore is intended as an homage to a land that Ernesto De Martino used to call “the magic triangle” and which has been cut out from metropolitan routes. It speaks of a defeated people fighting to survive, guided by a spark of hope, embodied by Lucia, a wild girl searching for herself.

     

    Ancestral landscapes: magical places but also victims of environmental destruction and pollution

     

    Lucania is also the story of an abused land. We have to change our perspective on this suffering Earth. We need people to voice the injustice suffered by that part of Lucania living and dying in the oil regions. There are ecological bombs that remain buried for years. These are socially relevant themes that we didn’t want to approach as a documentary but rather by highlighting that magical atmosphere that enables these lands to resist in today’s society. And not only that, we wanted to give a voice to those who still live in those lands to carry on their traditions and preserve their memories.

     

    A conflict between ancient and modern that is also revealed in the relationship between father and daughter

     

    The ancient and modern world collide also through the generational clash between the father, Rocco, a man tied to his land like a tree, and his daughter Lucia, mute since the death of her mother Argenzia. Rocco believes she is crazy and therefore submits her to the healing rites of a country witch. As he tries to defend his land from people offering him money to dump toxic waste into it, he kills someone and has to flee across the mountains on foot to save his daughter. From this moment, Rocco’s redeeming journey begins as does Lucia’s formative journey. A long walk through the beauty of nature and then the harshness of a dying land.

     

    It was well received at the Houston Festival, the oldest in the United States

     

    The film will come out on May 30 in Italy and at the end of the year in the US. The recognition of WorldFest Houston International Film Festival is a great achievement for independent Italian cinema. The goal is to bring international awareness to a wild territory, whose ancient stories persist to this day, echoed by the folk sounds of Antonio Infantino, who recently left us after having gifted us with an unforgettable sequence that gives sound to history, like the old man who helps Lucia regain her voice.  

     

  • Arte e Cultura

    Lucania con Joe Capalbo a breve negli Stati Uniti

    Il film Lucania terra sangue e magia di Gigi Roccati ha vinto tre Grand Jury Remi Award al 52 WorldFest Houston International Film Festival come miglior film straniero, migliore attrice (Angela Fontana) e miglior montaggio (Annalisa Forgione). Il film ha partecipato al WorldFest di Houston grazie al sostegno diretto dell’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles che ha segnalato la pellicola per l’inserimento nel programma della sezione italiana del Festival, PANORAMA ITALIA, e ha collaborato con il Festival per far partecipare il regista. Presentato al Bif&st-Bari international film festival nella sezione Nuovo cinema italiano, racconta di un mondo magico e inaccessibile, racchiuso fra le montagne e il mare, dove niente è come sembra. Qui vivono Rocco e Lucia, un padre severo e sua figlia Lucia.

    Abbiamo intervistato l’attore e produttore Giovanni Capalbo, che per raccontare questa storia ha scelto Gigi Roccati, al suo secondo lungometraggio dopo Babylon Sisters, uscito nelle sale nel 2017

    Come nasce l’idea del film?

    L’idea del film nasce dalla volontà di raccontare un mondo antico nel contemporaneo della mia terra natia: la Lucania. La prima stesura della storia risale all’ottobre del 2014, da allora abbiamo iniziato la ricerca delle risorse. La scelta delle locations e il casting sul territorio sono durati due anni, perché abbiamo ritenuto doveroso selezionare luoghi e volti emblematici, aderenti alla narrazione del film che racconta una terra ancestrale.

    Il film è un tributo a una terra che muore ma che può ancora vivere

    Il mondo contadino così come lo ricordiamo è scomparso ma è ancora intriso di un’atmosfera mistica. Sono quei territori rurali nascosti tra le montagne di cui si sta perdendo memoria. Una civiltà contadina spazzata via dalle promesse, mai mantenute, di industrializzazione. Il film vuole quindi essere un omaggio a una terra che Ernesto De Martino chiamava "Il triangolo magico" e che è stata tagliata fuori dalle rotte metropolitane. Parla di un mondo dei vinti che lotta per sopravvivere e in cui si accende una luce di speranza, incarnata da Lucia, una ragazza selvatica alla ricerca della propria consapevolezza di donna.

    Paesaggi ancestrali, luoghi magici ma anche di distruzione ambientale ed inquinamento.

    Lucania è infatti anche la storia di una terra abusata. Dobbiamo cambiare il punto di vista sulla terra che vuole gridare il suo dolore. Abbiamo bisogno di persone che urlano il senso di ingiustizia per quella parte della Lucania che vive nelle zone petrolifere e che sta morendo. Ci sono bombe ecologiche che restano sepolte per molti anni. Sono tematiche di rilevanza sociale che non si volevano affrontare con piglio documentaristico ma mettendo in luce quell’atmosfera magica che ancora permette a queste terre di resistere in una società ormai imborghesita. Ma non solo. Si voleva dare voce a chi continua a vivere in quelle terre, a tramandarne le tradizioni, a preservarne i ricordi.

    Un conflitto tra antico e moderno che si rivela anche attraverso il rapporto tra padre e figlia

    Mondo antico e moderno che si confrontano anche attraverso un conflitto generazionale tra il padre, Rocco, un uomo legato alla sua terra come un albero, e sua figlia Lucia, muta dalla morte della madre Argenzia che lui crede pazza e per questo la sottopone ai riti di guarigione di una maga contadina. Quando Rocco si ritrova a difendere la propria terra contro chi gli offre di seppellire rifiuti tossici in cambio di denaro, ammazza un uomo e si trova costretto a fuggire a piedi per le montagne cercando di salvare la figlia. Da questo punto inizia il viaggio di espiazione di Rocco e il viaggio di formazione di Lucia. Un lungo cammino attraverso la bellezza di una natura rigogliosa, e poi la durezza di una terra morente.

    Al Festival di Huston, il festival più antico degli Stati Uniti il film ha ricevuto un’ottima 'accoglienza 

    Il film uscirà in Italia il 30 maggio e negli Stati Uniti a fine anno. I riconoscimenti al WorldFest Houston International Film Festival sono un grande risultato per il cinema italiano indipendente. L’obiettivo è portare all’attenzione internazionale un territorio selvaggio il cui eco di storie antiche arriva fino ad oggi anche grazie ai suoni folk di Antonio Infantino, recentemente scomparso, dopo aver regalato una indimenticabile sequenza nel cuore della storia, come il vecchio che restituisce la voce a Lucia.