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Articles by: Gennaro Matino *

  • Life & People

    Christmas in Naples, Then and Now

    The nativity is ready. I always make one in my studio. The terracotta figurines keep me company and kindle my excitement for Christmas Eve. Alone at the computer,

    I go about writing the usual greetings. The rare sound of bagpipes takes me back to my childhood Christmases, that long-gone time when, with a shaky hand, I wrote letters to baby Jesus, simple as an infant’s: “Dear Jesus…”  

    I would hide the letter under my father’s plate on Christmas Eve and every year he would feign innocence, open his eyes wide and say: “I wonder who’s written me?” I wrote my letters in sky blue ink, blue as the evening, and gold glitter, like stars, streamed down the page. In the center of the page was a picture of the nativity: Mary and Joseph, the baby in his cradle, the faint silhouette of the oxen and ass.  

    In our neck of the woods, the nativity set the tone of anticipation that brought families closer together. Grandparents and grandchildren would prepare for the big event, the birth of the divine child at the heart of the story. All the tradition called for was a little cork, wire, glue made with water and flour, fresh moss giving off the scent of Christmas and those terracotta figurines – the shepherds – handled with care and representing the enchantment of that holy night. Every year was thrilling; united in this simple task, the family unwrapped the shepherds and slowly savored the holiday, day by day. Christmas in our house began in November and ended in January.  

    Of course, the real date for celebration, the day baby Jesus was born, is December 25th. But Christmas, for those making a nativity, isn’t an event you consume in a day; the holiday doesn’t last just a few hours. You patiently wait for it, assembling your cave, in eager anticipation and enjoyment of the day, looking forward to celebrating it for years to come. You savor the holiday season like a rare, exquisite dish, slowly, without rushing ahead.  

    Christmas in Naples opens and closes, like a curtain on a large stage. Opening and closing describe the physical act of a period’s inauguration and conclusion. It opens and closes like life, like a concerto, like a speech.

    It’s like unwrapping the shepherds that have been carefully tucked away in a box, tied with an old string and stored in a closet all year. And while unwrapping them, adults share the story behind all the excitement, explaining to the youngest members of the family what each figurine stands for, passing on the profound meaning of the Gospel without the book itself. Far from the scholasticism of official theology, the nativity can communicate the joy of salvation even to those who continue to celebrate Christmas without every knowing why.

    The Neapolitan nativity, now as then, goes beyond religion. It shows a world of cultural symbols that people unconsciously make while piously building their nativity, connecting their need for God and their attachment to home with their own corner of the world.

    A cultural relic, the nativity includes figurines that in ancient times, in every house, linked the dead to the living. It was seen as a form of magical protection, still extant in many parts of the world, like talismans placed outside their homes to ward off evil.  

    In fact, myth, symbol and tradition associated with the nativity form a group of stories that safeguards the tradition of a people, conveying the unresolved assimilation of a new cult to a preexisting civilization. The Neapolitan nativity is, therefore, the Word made flesh, wedded to the myths, fables, stories and splendors of a culture that continues to preserve the past, even in the years of Christianity.

    One thing is certain about the Neapolitan nativity: the Baby Jesus, independent of his actual date of his birth, is reborn every day.  

    From the 1700s on, our Nativity combines the history of salvation with the history of Naples. From Pulcinella to Masaniello, from Eduardo to Totò, from Maradona to the politicians of the day, everyone in the city is accounted for in the nativity scene at San Gregorio Armeno. And thanks to this identification of our day-to-day lives with God, the deeper meaning of the New Testament shines through in the Neapolitan nativity, where, whether right or wrong, the sacred and profane, the past and present, history and legend fuse together. Sure, to understand the nativity you need to make the same journey the “shepherd of the miracle” makes. Once inside the cave, the shepherd stands with his mouth agape, like all the people stunned stiff by the miracle of the divine baby reborn year after year.

    Old tradition that it is, the nativity scene still prophecies the future. A family gathered together to assemble a presepio is a challenge to a world in crisis, the simple announcement of the dawn of a new humanity.

    Mons. Don Gennaro Matino teaches Theology and History of Christianity in Naples, where he runs the parish of SS. Trinità. He has written several books and essays, and collaborates extensively with both traditional and new media

  • Opinioni

    Nudi, oggi più di ieri, privati del lavoro


    «LA GUERRA non è finita », queste le parole inascoltate di Gennaro Iodice, il protagonista di “Napoli milionaria” di Eduardo. Il reduce, ritornato a casa dopo la seconda guerra mondiale, trova una Napoli imbastardita e senza più onore, venduta per pochi spiccioli ai nuovi occupanti.


    Dopo quella tragica esperienza di dolore e morte Gennaro comprende che, dopo ogni guerra, la ricostruzione di un uomo o di una città intera non solo è questione di denaro, ma di cuore, di sentimento, di valori.


    «Adda passà a nuttata», è la celebre affermazione del protagonista che tradisce l’ansia profonda non solo per la figlioletta in fin di vita, non solo per la sua famiglia che ora rischia di scomparire sotto il peso della corruzione, ma sulla città intera, sui mille abitanti che la vivono senza orizzonti alti, incapaci di trovare nuovi significati di appartenenza per poter dare inizio a una convivenza nuova.


    «La guerra non è finita», già. Anch’io me lo sono sentito dire all’improvviso quando, qualche giorno prima di Natale, quelle stesse parole mi sono state scaricate addosso da Luciano, lo chiamerò così. Cinquant’anni da poco compiuti e un posto di lavoro alle spalle, ormai con poche, nessuna speranza di poter essere reinserito nel mondo del lavoro. Due figli ancora da sistemare e una moglie innamorata che ogni sera lo aspetta con la speranza nel cuore, la speranza di una nuova occupazione, di una risposta positiva di un conoscente.


    E invece niente, nessuna prospettiva e per quanto la moglie gli dica di non disperare, Luciano si sente solo, abbandonato da tutti. Solo, con gli occhi del mondo addosso che sembrano impietosamente ribadire: sta in mezzo a una strada. Gli stessi occhi della donna amata, gli ultimi che vorrebbero la sua condanna, e che invece finiscono col dilatare quel tormento interiore, quel senso di colpa senza nessuna colpa, nessuna responsabilità, per aver perso la propria dignità, rubata da una crisi che insieme al capitale ha svenduto l’ideale dello Stato democratico fondato sul lavoro.


    Luciano mi ha vomitato addosso tutto il suo dolore e la sua sconfitta, le parole ingenue della moglie che continuava a ripetergli che la guerra è finita, che la crisi è alle spalle. Lo aveva detto la televisione. Ma Luciano sapeva che per i tanti disgraziati come lui non c’era futuro, non c’era speranza. E a nulla sono servite quel giorno le mie parole di conforto. La scorsa settimana ha tentato di farla finita. Ora piange, ripete alla moglie perdonami, ma inconsolabile si sente nudo, perché nudi si resta senza la dignità di un lavoro.


    Nudo è chi viene spogliato dei suoi diritti, nudo è un popolo senza libertà, svestito dai tiranni di turno. È nudo chi è impedito nelle proprie capacità e nelle proprie risorse. Sono nudi uomini e donne, soprattutto i più giovani, che vorrebbero realizzare i loro sogni e invece trovano dinanzi a loro corruzione e sopruso. Nudo è un sistema politico che non riesce a vestire d’ingegno, a coprire di futuro e prosperità il suo popolo. E ancor di più è nudo, oggi più di ieri, chi è privato del lavoro, come Luciano, come tanti, troppi, svestiti dell’onore.


    La mancanza di lavoro non solo provoca il disagio del singolo, ma mina alla base la struttura stessa di una nazione, determinando la crisi del sistema societario indebolito nel suo primo principio. La disoccupazione che avanza, inarrestabile, crea le condizioni per una disaffezione sociale, rende instabile il dialogo tra le parti, determina disordine, ribellione, violenza. Ma può provocare anche altro, molto spesso ignorato o semplice motivo di compassione: la solitudine, pensieri insopportabili, reazioni estreme. La mancanza di lavoro deprime i mercati, la stabilità sociale, ma soprattutto deprime l’umano e deprime a tal punto da far sentire l’esigenza di “rinegoziare” la propria appartenenza, fino a voler desiderare di essere altrove. Morto.


    «La guerra non è finita» e malgrado le rassicuranti parole dei politici di turno, ne sono convinto anch’io, di sicuro ne sono convinti i tanti Luciano che sulla loro pelle sperimentano la rottura di ogni speranza. E bisogna stare attenti perché se all’onta del lavoro perso si aggiungessero false speranze, l’illusione di un lavoro che non c’è, se tutto questo venisse vissuto come l’ulteriore beffa di un sistema di potere falso e lontano dai bisogni della gente, potrebbe accadere che i tanti Luciano si uniscano per rivendicare con maggiore forza i loro diritti e gridare la loro indisponibilità a rassegnarsi.

    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale. Insegna Storia del cristianesimo. Editorialista di Avvenire e Il Mattino. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread”


  • Opinioni

    Raccontare Napoli a New York

    ESSERE a New York per raccontare Napoli è un' impresa non semplice, ma esaltante. Due città a confronto, due pianeti distanti, modi di essere che nella loro particolare consistenza, unica e inimitabile, superano il confine delle loro mura e avanzano con diverso passo nell' immaginario oltre: la Grande Mela speditamente orgogliosa del suo presente, Partenope lentamente nostalgica, fissa al passato remoto.

    I contatti tra le due città sono evidenti e tante sono le abissali distanze. Per chi ha il delicato  compito di raccontare Napoli fuori le sue mura, senza cedere alla consumata oleografia, senza spingere troppo il dito nelle piaghe delle sue ferite, non è cosa facile. Invitato da Davide Azzolini, ideatore di "41esimo Parallelo", la vetrina del Napoli film Festival, e da Stefano Albertini della New York University, venerdì sera ho incontrato, nella Casa Italiana Zerilli Marinò, tanta gente appassionata della nostra cultura, curiosa del nostro presente, perfino più di noi.

    Gente affascinata dalla nostra vita, dalla nostra storia, sorpresa da quanto è in nostro possesso e da quanto siamo stati capaci di produrre e dilapidare. Orgoglio e disagio di appartenenza, parlare di Napoli è fare i conti con la tua nascita, con la storia che ti porti addosso. Nascere è origine collocata e se nasci a Napoli, lo è di più, dove, a differenza di altri posti, la città s' intromette con prepotenza nel dna di chi, per caso, per sciagura o per volere di Dio, viene alla luce nelle sue mura.

    La sua prepotenza, la sua invadenza nell' io è così arrogante che si allarga a dismisura benché ci si sforzi di contenerla, perché è proprio di questa terra occupare spazi abusivamente. Si è così legati alle origini, alle radici, che la napoletanità ti si attacca addosso dalla culla alla tomba, e di sicuro perfino all' altro mondo. Nel bene e nel maleè la tua terrae devi conviverci, anche a New York, e così a quella gente che ha avuto la pazienza di ascoltarmi ho tentato di passare l' amore per la mia terra, città esagerata, nel bello come nel brutto, nel bene come nel male. Tutto ciò che tocca perde misura e trasborda finendo per inebriare o uccidere. I cinque sensi si esaltano nel gareggiare per meglio descrivere questo mondo che si poggia su una piccola porzione di terra, ma che la supera e finisce per diventare senza confini, capace di ritrovarsi come boa galleggiante là dove gli uomini tentano di non perdere i loro sogni. La filosofia dell' antica Grecia si respira per Spacca Napoli e ancora ti pare di ascoltare i vecchi sofisti riproporrei loro argomenti nei vicoli e nei bassi.

    I Romani hanno creato la pagina irrinunciabile della legge e qui hanno fallito mentre i principi del foro qui hanno trovato il giusto verbo. I mercati ancora riecheggiano di richiami saraceni, francesi e spagnoli hanno lasciato traccia in ogni palazzo, in ogni chiesa, in ogni via, ma come recita una vecchia canzone per chi è nato al Ponte di Nola, nel corpo di questa città, sa che essa è unica e irripetibile. Con quante canzoni ha fatto l' amore, ha pianto, ha protestato, ha sperato e disperato. Con quanti versi ha saputo raccontare le incredibili avventure di un popolo nobile che dalla storia era stato scelto per essere primo attoree che è finito per diventare semplice comparsa. Ma di canzoni non si vive e neppure di sola poesia.

    Mentre il verso risuonava ammaliante per convertire amanti del passato, a Napoli probabilmente si era scesi dal treno del futuro e così venivano sacrificate sull' altare dell' apparenza le parole che avrebbero potuto consentirle di aprire il cuore alla speranza: lavoro, giustizia, legalità, appartenenza, rispetto del bene comune. Le parole, non tutte ma tante nel frattempo, sono diventate volgari, suoni striduli che sembrano maciullare la memoria con lo stesso ritmo con cui vengono storpiate le frasi.

    Ma c' è speranza per Napoli, se ancora, benché il lutto delle parole assassinate, nel mondo come a New York resta ancora città che interessa, nel bene e nel male, unica nel suo essere. C' è speranza se si riuscirà a parlare di nuovo di Napoli proprio qui a Napoli con lo stesso amore con cui ne parlano coloro che la amano a debita distanza.

    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale. Insegna Storia del cristianesimo. Editorialista di Avvenire e Il Mattino. Parroco della SS Trinità. Il suo più recene libro: “Economia della crisi. Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread”

  • Fatti e Storie

    Addio Don Gallo. Prete scomodo ma prete davvero

    E’ morto nella sua Genova, Don Andrea Gallo, prete scomodo ma prete davvero. Aveva 84 anni. Se ne è andato senza fare rumore, anche perché di rumore ne aveva fatto tanto in vita. Basta scorrere i titoli dei giornali per rendersene conto: “prete contro”, “prete no global”, “prete comunista”, ma soprattutto “prete degli ultimi”, “prete dei poveri”, “prete del vangelo”.

    L’appellativo però che meglio lo descrive è, a mio parere, questo: un prete che ha imparato a essere uomo, così come lui stesso preferiva definirsi. E’ qui la chiave di lettura del ministero di questo coraggioso testimone del nostro tempo che, a ragione o a torto, si è fatto interprete delle ansie, delle preoccupazioni e delle ingiustizie che hanno attraversato il mondo.

    Ingiustizie che Don Andrea ha voluto condividere con la stessa tenacia di quando da giovane si schierò con la resistenza antifascista per dare pane di giustizia a un’Italia affamata di verità. Schierato è il termine più adeguato per raccontare la sua storia, mai banale, mai qualunquista.

    Quella di Don Gallo è la storia di chi corre in soccorso di coloro che si sentono abbandonati e stanchi, di chi fa della compassione la sua arte. Il suo ministero è stato attraversato da un senso di pietas che non aveva barriere e che anzi cercava di abbattere tra diversità create più per garantire il potere dei prepotenti, che per demarcare il confine tra giusto e sbagliato. Pietas che riconduceva l’umano al dialogo con tutti, soprattutto con quanti non avevano parole.

    Ecco che schierarsi significava diventare scomodo per chi lo avrebbe voluto incasellare nello spazio ristretto del suo ruolo di prete, così come lo immagina la gran parte degli osservatori. Ma l’interpretazione che Don Gallo dà del vangelo straripa nella vita vera e il suo schierarsi diventa una testimonianza controccorrente, controsistemica, così come il luogo della sua vicinanza ai senza diritto diventa il luogo per annunciare il vangelo, a modo suo, irriverente e passionario, ma originale e appassionato.

    E’ lì con i mussulmani a rivendicare il loro diritto alla moschea, con gli omosessuali a rivendicare il diritto alla famiglia, con i movimenti politici di sinistra per restare fedele e coerente con le sue idee di “rivoluzione civile”. Ma è lì con i senza pane, i senza casa, i senza parola per consegnare le sue e prendersi il compito di farsi voce di chi non ha voce, anche a costo di rischiare la vita.

    E’ morto Don Andrea Gallo, prete di strada, prete scomodo, prete non ordinario, prete con cui non sempre si poteva essere d’accordo, ma prete davvero. Ciao Don Andrea, caro prete che hai capito che prima di tutto, prima di ogni ruolo o compito, la cosa più importante è diventare e restare uomini.

     
    * Gennaro Matino  è docente di Teologia pastorale. Insegna Storia del cristianesimo. Editorialista di Avvenire e Il Mattino. Parroco della SS Trinità.Economia della crisi. IL suo più recene libro: “Il bene dell'uomo contro la dittatura dello spread”