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Articles by: Giuseppe Lalli

  • Opinioni

    La democrazia liberale e il fantasma di Rousseau

    Sono i propugnatori di forme sempre più accentuate di democrazia diretta. Il filosofo ginevrino proponeva infatti, tra l’altro, forme di democrazia diretta che scavalcassero la rappresentanza politica mediata dalle assemblee parlamentari. Forse pensava alla prassi politica vigente nelle antiche città-stato greche. Un esempio per tutte: l’Atene di Socrate e di Pericle.

    Ma – ci si chiede – è realistica oggi una siffatta prassi politica? Sarebbe mai possibile governare le nostre società complesse e composte da milioni di persone con forme di democrazia diretta, ancorché lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa abbia trasformato il mondo in un villaggio globale? E quand’anche fosse tecnicamente possibile, sarebbe politicamente auspicabile?

    Giova rammentare che la differenza tra «la libertà presso gli antichi», come si esprimeva Benjamin Constant (1767-1830) pensando all’Atene di Pericle, e «la libertà presso i moderni» è di tipo qualitativo, cioè sostanziale.

    La moderna democrazia liberale, che è da considerare una irrinunciabile conquista dello spirito umano e non una forma transuente legata ad un determinato periodo storico, prevede necessariamente la rappresentanza politica mediata da istituzioni, ancorché elettive sulla base di una libera competizione tra una pluralità di soggetti politici, giacché, con buona pace di Rousseau e dei suoi remoti discepoli, il governo delle complesse società moderne richiede un personale specializzato e competenze particolari. Rispetto e decisioni articolate su materie complesse, come ci si può illudere di pronunciarsi con un semplice ‘sì’ o con un semplice ‘no’? 

    È pur vero che la nostra Costituzione prevede una forma di democrazia diretta quale il referendum abrogativo, ma gli conferisce una funzione integrativa e marginale, limitando le materie che ne possono essere oggetto, e subordinando la validità del pronunciamento popolare ad un giudizio preventivo della Corte Costituzionale e a una soglia di partecipazione minima degli aventi diritto.

    Insomma: la moderna democrazia liberale, vale a dire la migliore forma di governo che si conosca, o è democrazia mediata, o, semplicemente, non è. Le derive plebiscitarie precedono o sanciscono le svolte illiberali.

    C’è poi da aggiungere che la democrazia liberale, per poter funzionare bene, ha bisogno che, accanto alle istituzioni giuridiche, agisca in via permanente una sorta di camera di decompressione delle passioni, a formare una cittadinanza cosciente e informata, affinché gli elettori non si lascino incantare dalle ricorrenti sirene del populismo e della demagogia. Siffatta camera di decompressione delle passioni non può essere, evidentemente, un organo costituzionale.

    Deve essere il risultato di una continua opera di educazione i cui soggetti non possono che essere la scuola, la famiglia, la chiesa, gli intellettuali, una stampa e una televisione responsabili, che formino e non deformino. Al maturo esercizio della democrazia non ci sono scorciatoie, non ci sono piattaforme virtuali che tengano. 

    La democrazia liberale implica partecipazione matura dei cittadini alla cosa pubblica, una partecipazione delle menti prima ancora che dei cuori che non si può esaurire nel pigiare un tastino. La sovranità, poi, come sancisce la nostra Costituzione, ancorché appartenga al popolo, la si esercita nelle forme stabilite dalla Costituzione stessa. Per il resto, mi sento di dire che Jean-Jacques Rousseau, che molti citano e pochi hanno veramente letto, è un cattivo maestro, padre intellettuale di tanti errori commessi nel Novecento. Molta della fortuna che ha trovato presso i posteri è da ascrivere al fatto che i suoi scritti, in un momento storico propizio, fecero vibrare corde assai sensibili, ma non profonde, dell’animo umano.

    Sul suo pensiero, Deo adiuvante, conto di scrivere in un prossimo futuro un articolato ed argomentato saggio, per quel poco che potrà contare.

     
  • Fatti e Storie

    L'Europa e le sue radici cristiane

    Il 9 maggio si fa memoria del giorno in cui il francese Robert Schuman (1886-1963), uno dei padri fondatori della Comunità Europea insieme all’italiano Alcide De Gasperi (1881-1954), al tedesco KonradAdenauer (1876-1967) e al belga Paul-Henry Spaak (1899-1972), presentò il piano di cooperazione economica ideato da Jean Monnet (1888-1979) ed esposto nella “Dichiarazione Schuman’’.          

    Ricordando quella epocale data, c’è da chiedersi: dove sta andando quell’Occidente di cui il nostro continente è il nucleo storico e il fulcro culturale? Possiamo credere che l’idea stessa di Europa potrà continuare ad esistere, in questa “modernità liquida”, caratterizzata dal rifiuto di ogni assoluto morale, avulsa dalle sue radici cristiane? Può affermarsi una patria comune, dall’Atlantico agli Urali, sulla base del solo interesse economico, ammesso che ci sia?

    Sono queste, a parere di chi scrive, le domande che chi non ha rinunciato a pensare dovrebbe porsi in occasione del rinnovo del Parlamento Europeo. Papa Francesco, recentemente, ha richiamato il concetto che alla base dell’idea di Europa non possa non esserci la figura e la responsabilità della persona umana «col suo fermento di fraternità evangelica».         

    Un primo elemento di riflessione attiene all’idea che dobbiamo avere dell’uomo e della sua dignità. Ci sono diritti umani che, come ha illustrato la migliore tradizione liberale, da John Locke (1632-1704) a Benjamin Constant (1767-1830), sono valori destinati per loro natura a precedere qualsiasi giurisdizione statale. Si tratta di diritti che attengono all’essenza stessa della persona umana, che non possono essere creati dal legislatore, ma che vengono prima di ogni decisione politica: la legge non può entrare in tutto.

    Per il cristiano, poi, e per il credente in generale, ci sono valori che rinviano direttamente al Creatore. Sotto questo aspetto, ci sono pericoli vecchi e nuovi, e nessun interesse elettorale né cedimento alla cultura dominante potrà mai offuscare l’impegno a favore di diritti da considerare inviolabili.  Sono ancora vivi, nella coscienza comune, gli orrori del nazismo e della sua dottrina razzista. Ma nella realtà odierna, solo per fare un esempio, quante possibilità di manipolazioni genetiche si intravedono, spesso giustificate con finalità all’apparenza buone?   

    Un secondo impegno dei cristiani che saranno impegnati nello scenario europeo non può non essere quello a favore della tutela della famiglia, cellula fondamentale di una società sempre più alla deriva, quella famiglia che in tutti questi anni, almeno ancora in Italia, ha supplito spesso alle deficienze di un’assistenza sociale che non sempre è attenta ai veri bisogni.         

    Costruire l’Europa o, più realisticamente, riprendere il cammino dell’unità politica del nostro continente, vuol dire non rinunciare alla propria identità culturale che è, a ben riflettere, condizione dell’accoglienza del diverso su basi di vera umanità. Senza una chiara coscienza di sé e delle proprie radici, ogni solidarietà è destinata a diventare lettera morta.        

    La sola economia, oltretutto declinata nella esclusiva dimensione finanziaria, non è sufficiente ad accompagnare un credibile processo politico unitario del nostro continente. Abbiamo dimenticato, o fatto finta di non capire, le grandi lezioni del Novecento, ultima quella dell’epocale fallimento di un sistema politico, il comunismo, che, manifestatosi sul terreno dell’economia, ha avuto in una visione distorta dell’uomo la sua autentica profonda motivazione. L’Europa, questo gigante malato, reclama un supplemento d’anima, non una stanca campagna elettorale.

  • Fatti e Storie

    Quella notte del 6 aprile

    L’AQUILA - Ho serbato, come tanti aquilani, un vivido ricordo dei giorni che precedettero la tragedia di quel 6 aprile di dieci anni fa. L’idea che la catastrofe fosse imminente mi accompagnava da qualche giorno. Verso la fine di marzo, una mattina, mentre mi recavo al lavoro, mi ero intrattenuto a parlare con un amico, professore di storia all’Università dell’Aquila. Si era aggiunto un conoscente che aveva rievocato come nel terremoto di Avezzano, circa un secolo prima, la terribile scossa finale che avrebbe raso al suolo la città marsicana, e causato migliaia di vittime, era stata preceduta da uno sciame sismico simile a quello che si stava verificando in quei giorni nel nostro territorio. Verità storica o suggestione della memoria? Sta di fatto che l’eco di quella conversazione me la sono portata dietro come un piccolo fardello, che sarebbe diventata una piccola ossessione dopo la scossa del pomeriggio del 30 marzo.          

    La sera del 5 aprile, l’avvisaglia delle 22,45 mi trova a guardare un film su Suor Giuseppina Bakita, la suora canossiana ex schiava canonizzata da Papa Wojtyla. Penso che sia il caso di uscire, ma la figura della santa un po’ mi rassicura. Eppure l’idea della catastrofe imminente mi perseguita. Dopo la scossa successiva, quella dopo la mezzanotte, penso che sì, si debba proprio uscire, e lo dico a mia moglie. Ma poi desisto, per non allarmare i miei. Indosso però una tuta e delle scarpe da ginnastica: così, per scaramanzia, e per trovarmi pronto alla fuga. Decido di dormire sul divano, sotto una pesante libreria che di lì a poco sarebbe venuta giù con tutti i libri e la cristalleria. Mi decido alla fine ad andare a letto solo mezz’ora prima della tragedia (chissà, un suggerimento di Suor Bakita...).

    Alle 3,32, da poco assopito, sono svegliato da quelle che sulle prime mi paiono cento mandrie di bisonti che per interminabili secondi passano al galoppo sotto la camera da letto, che mi aspetto debba schiantarsi da un momento all’altro insieme a tutto il palazzo. «Oddio!!! Il terremoto!!!», grida mia moglie. Appena prendo coscienza di quello che sta succedendo, mi pare di udire la voce di un gigantesco mostro che urla: «Mi avete provocato? Ecco la mia risposta!!!». Confesso che per un’eternità di attimi tutto il mio universo mentale ha tremato molto più della casa. In quegli istanti, non ho sentito Dio nel quale credo, ma solo il mostro che urlava, e io che desideravo… - terribile! - di non essere nato.

    Mi precipito nella stanza di mio figlio: entro, non lo vedo...ho un tonfo al cuore, poi guardo meglio: sta sotto una scrivania, faccio un respiro di sollievo. La figlia invece, nella sua stanza, subito la scorgo: è sotto una scrivania, anche lei. «I ragazzi hanno eseguito alla lettera – ho pensato – quello che hanno raccomandato a scuola».  Cerchiamo di guadagnare in fretta l’uscita, con le mani e con i piedi, attraversando, come in un fiume in piena, i vetri di quella che fino a pochi minuti prima era la grossa libreria che arrivava fino al soffitto. «L’ho scampata bella», mi viene da pensare.         

    Una volta sul pianerottolo, è tutto un urlo, un grido, un precipitarsi sulla rampa delle scale. Giusto il tempo di guardarsi nei volti terrorizzati e mia moglie, lucida nonostante tutto, mi mette tra le braccia il bambino di circa due anni di una vicina del piano di sopra. Vorrei fare le scale due a due, ma c’è il piccolo fardello che me lo impedisce. «Oddio – penso – e se lo faccio cadere?». Quando poi, dopo qualche minuto, una volta giù nella strada, lo restituisco alla madre, mi scopro, per qualche istante, di serrare ancora le braccia al petto…           

    Aspettiamo l’alba insieme a tanti vicini del quartiere, riscaldati da un fuocherello acceso sotto una baracca nell’orto di una signora, a sorbire un caffè che sa di tristezza e di speranza. Sotto quella fiamma che ci accomuna le piccole beghe condominiali sembrano lontane anni luce e i sorrisi dei visi appena appena rilassati si lasciano alle spalle il ricordo di piccoli screzi. Attorno a noi, mentre i primi elicotteri solcano il cielo, si comincia ad intravedere, tra i primi bagliori di sole, rossi come il fuoco che ci riscalda, tutta una geometria nuova, come in un quadro di pittura astratta: palazzi sfregiati da linee regolari come se una lama gigantesca vi fosse passata (mi torna alla mente il… mostro), altri che sembrano parallelepipedi inclinati pronti a cadere alla minima spinta. «Tutti i sudori di una vita...», sussurra una vicina di casa. «Ma no, vedrai – le dico – le case ce le rifaranno in pochi mesi»: cosa non s’inventa il cuore per sbarrare la strada alla ragione….          

    Passa una pattuglia della polizia. Dalla macchina ci chiedono come stiamo. Si farfuglia qualcosa, ci informano che al centro storico è un disastro: si prevedono molti morti. «Là il mostro è stato davvero impietoso», mi viene di pensare ancora. Ci fanno raccomandazioni. Quei ragazzi in divisa sembrano più assistenti sociali che forze dell’ordine. Insieme ad un altro vicino andiamo a fare una passeggiata attorno per capire le dimensioni del disastro e mentre torniamo, con le macerie negli occhi e nel cuore, con spontaneo e reciproco gesto, ci mettiamo sotto braccio, come due fratelli: «Ecco - ho pensato – forse Dio a volte lascia libero il mostro per ricordare agli uomini che devono tenersi per mano».

    Nei giorni che vennero subito dopo, lontano dalla mia città, credetti di comprendere due verità elementari, ma che non si imparano sui libri. «Alle cose bisogna passarci», diceva mia nonna. Insieme alla casa, è tutto un mondo che ti crolla. Capii che la casa non è solo mura di calce e mattoni, dove si abita: è un universo, una strada, un vicolo, sono i colori delle persiane, è la luce riflessa nelle pietre, è la vicina che ti dice «Buon giorno», è il raggio del sole che trapela attraverso le tapparelle.

    Per esprimere il nostro benessere, non troviamo espressione migliore che dire che ci sentiamo a casa nostra.            

    Nella quiete forzata di quel piccolo esilio, sentii risuonare, come per la prima volta, nomi come PaganicaOnnaVilla Sant’AngeloCastelnuovo di San Pio: tutta una geografia dell’anima che quella notte la gigantesca lama del mostro aveva squarciato. Il senso comune ci ripete che siamo figli dei tempi. Il buon senso ci ricorda che siamo, forse ancor più, figli dei luoghi.

     

  • Arte e Cultura

    Pirandello. Le maschere, la vita. La Quaresima

    Di maschere, per la verità, ne abbiamo a disposizione più di una, come i vestiti e le scarpe. Abbiamo la maschera per i colleghi di lavoro, quella per i conoscenti, quella per gli amici, e perfino quella per i familiari… Spesso sbagliamo maschera o dimentichiamo di indossarne una, e allora le persone che credevano di conoscerci ci dicono: “Ma che ti è successo? Non ti riconosco.”  E invece era uno dei rari momenti in cui eravamo noi stessi... Ognuno crede di recitare la sua parte nel ruolo che si è ricavato, salvo, ogni tanto, cambiare ruolo e cambiare parte.

     

    E' una legge, e una tentazione, questa del Carnevale permanente, alla quale pare che nessuno possa sfuggire nelle nostre società evolute. Non vi sfuggiva nemmeno Pirandello, che pure pretendeva di farci la morale. Infatti, c'è da chiedersi: qual era il vero volto di Pirandello? Quello dell'esploratore spregiudicato dell'anima umana, o quello dell'intellettuale conformista fedele al regime? Quello del compassato e serioso accademico vincitore del premio Nobel, o quello dell'attempato maestro che perde la testa per la prima attrice del suo teatro e le scrive centinaia di lettere appassionate?

               

    La vita sociale è il grande teatro dell'ipocrisia, che va in onda sul proscenio. Dietro le quinte, c'è il vero teatro: quello dell'invidia e dell'orgoglio. Ogni tanto si sente qualcuno che grida, perché non riesce più a reggere la parte. Per avere un'idea di quanto rarefatti siano i nostri rapporti sociali, basta riflettere su quella convezione sociale che è il saluto. Nel salutarci, quando ci conosciamo poco, assumiamo sempre un atteggiamento... commisurante. Ciascuno, rispetto all'altro, si chiede: «che ruolo svolge?»; «quanto mi può essere utile?»; «è più o meno importante di me?».

     

    E una volta stabilite le misure, ci regoliamo. Siamo disposti a salutare noi per primi solo le persone che reputiamo molto più importanti di noi. E se qualcuno con il quale avevamo stabilito un saluto reciproco, una mattina, magari perché distratto, ci toglie il saluto, apriti cielo! Subito pensiamo: «e chi si crede di essere?»; «non facciamo un lavoro simile…»; «non abbiamo la stessa cilindrata di macchina...», e ce ne facciamo una malattia.

     

    Nel grande teatro delle maschere, gli “altri” finiscono per essere per noi un piccolo inferno, come ci ricorda Jean Paul Sartre in una sua celebre commedia. Gli “altri” ci giudicano, e spesso ci feriscono con il solo sguardo. Abbiamo voglia a dire: «Io sono sempre me stesso». Senza volerlo ammettere, quasi sempre siamo quello che vogliamo che gli “altri” credano che siamo.

     

    Ci facciamo amici importanti affinché gli “altri” credano che anche noi siamo importanti. Mentiamo continuamente a noi stessi. Indossiamo gli occhiali da sole anche quando non c'è il sole: li usiamo come una maschera, per poter guardare gli “altri” senza essere visti. Gli attori li indossano nei funerali, forse per non guardare in faccia la morte, con la quale non si può recitare.

               

    Parliamo senza comunicare: sguazziamo sempre alla superficie del nostro “io”, dove ristagnano poltiglia e rottami dell'anima. D'altra parte, degli “altri” non possiamo fare a meno, perché, per quanto possiamo coltivare un sogno di autosufficienza, siamo per costituzione degli animali sociali. Lo sapevano bene gli eremiti del passato, che più si ritiravano in solitudine, più gli “altri” li cercavano.

               

    Capita però spesso che, quando accantoniamo la maschera, ci rendiamo conto che al fondo del nostro essere coltiviamo un desiderio metafisico, che non vogliamo confessare a noi stessi: dare un senso alla vita. Una volta che abbiamo mangiato e bevuto. I cattivi maestri della modernità, nel decretare la morte di Dio, ci hanno voluto far credere che ciascuno di noi può essere Dio per gli altri. Ma, per poco che rientriamo in noi stessi, ci accorgiamo di quanto grande sia questa menzogna.

               

    In questo modo, il desiderio metafisico, che non possiamo sopprimere, diventa un piccolo inferno, che però dobbiamo nascondere agli “altri”, i quali devono continuare a vederci come tanti “Dio”: ciascuno vuole essere “Dio” per l’“altro”. Da qui la fiera dello snobismo: vogliamo far credere, ciascuno all’“altro”, di essere autosufficienti, di non avere bisogno di nessuno. Ma è proprio in questa mancanza di comunione, in questa forzata solitudine, che consiste il nostro piccolo inferno.

     

    Ma quello che Pirandello e Sartre non sapevano, o forse non ricordavano, è che dopo il Carnevale viene laQuaresima. Ho sempre sospettato che i cristiani debbano conoscere la medicina per questo male metafisico. Dovrebbero averla appresa dal loro maestro, il quale si ritirò per quaranta giorni nel deserto (da qui la Quaresima) per meditare sul senso profondo della sua missione, e alla fine respinse tutte le maschere che un grande esperto di menzogne gli offriva: il potere sugli uomini e sulla natura. Solo una maschera accettò, non dal padre della menzogna, ma da suo Padre: quella del dolore e della compassione, come unica via di accesso alla vita vera.

               

    Ecco: i cristiani dovrebbero conoscere la medicina. Solo che il più delle volte non sanno comunicarla agli... “altri”, non sanno rinunciare, nemmeno loro, alla maschera. I veri cristiani però sanno che Dio non si dimostra, si mostra: è quello che sta appeso, nudo, per tutti, sulla croce.

  • La chiesa di Assergi
    Arte e Cultura

    Nella natura di un Abruzzo incontaminato

    Domenica 23 settembre ho avuto il piacere di accompagnare un gruppo di persone  proveniente dalla costa abruzzese ( in gran parte insegnanti, tra i quali il professor Fernando Tammaro, botanico a lungo attivo nell’Università dell’Aquila ) . La visita, organizzata dalla professoressa Agnese Petrelli, presidente della sezione abruzzese dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia ( A.I.I.G. ), aveva per destinazione la ridente valle del Raiale.

    La prima tappa, a Paganica, è stata quella alla Chiesa di San Giustino, antichissima, in stile tipicamente romanico, dalla scarna e severa bellezza che invita al raccoglimento.

    Dopo una breve visita alla villa comunale e a Palazzo Dragonetti, si è fatto sosta alla Madonna d’Appari, vero gioiello incastonato nella roccia e lambito dalle acque di un gorgogliante ruscello. Nel cinquecentesco portale principale, la lunetta raffigura una Madonna col Bambino, mentre  nella lunetta del portale laterale, a due passi dal ruscello, compare una bella immagine di Sant’Anna con la Vergine Bambina. A poca distanza, sulla stessa parete, si scopre un antico disegno scolpito nella roccia dal profondo significato simbolico.

    La piccola fiabesca chiesa riserva al visitatore, appena dentro, un’autentica ed insospettata fantasmagoria di colori : dalle volte e dalle pareti emana un profluvio di luce, degno di una chiesa rinascimentale fiorentina.

    Una stupenda Crocifissione e scene della vita di Maria, attribuiti a Francesco da Montereale, affrescano la volta del Presbiterio, mentre sulla parete destra un pregevole affresco raffigurante una Comunione agli apostoli nell’ultima cena – opera del figlio del suddetto Francesco - fa da sfondo ad un’edicola semicircolare con imbotte a cassettoni e  archivolto riccamente inghirlandato. Altri affreschi, sulla parete di destra, raffigurano Sant’Antonio e San Bernardino da Siena, molto popolare nelle chiese dell’Aquilano.

    Unico dipinto ad olio, una grande e bella tela di fine cinquecento all’inizio della parete di sinistra, attribuita al pittore aquilano Pompeo Mausonio : Madonna del Rosario, inquadrata nei 15 pannelli dei Misteri, che molto ricorda la Madonna di Pompei.

    Di fronte a tanta bellezza si rimane letteralmente avvinti, e quasi non ci si staccherebbe da questo piccolo angolo dove pare che natura, fede e poesia si siano date appuntamento.

    Abbiamo risalito la valle e ci siamo portati ad Assergi, antico castello medievale che mostra in bella vista le mura di cinta sapientemente ristrutturate. Attraversando l’antica porta d’ingresso, siamo giunti alla piazza del borgo, bella sotto un cielo terso, con al centro una fontana dove un tempo le donne attingevano l’acqua con le conche di rame che poi portavano agilmente sulla testa. Sullo sfondo, la Chiesa Santa Maria Assunta, con la sua luminosa facciata in levigata cortina a pietra concia, il portale finemente romanico, il leggiadro gotico rosone e il superbo campanile a vela.

    Un grande storico dell’arte, che visitò la chiesa agli albori del secolo scorso, disse che essa parlava tante lingue per quanti erano gli stili architettonici che si erano succeduti nel corso della sua vita quasi millenaria. All’originario romanico, si sovrappose nel ‘700 il ridondante barocco, che ne seppellì in sconce colate di stucco la sobria eleganza degli interni luminosamente affrescati, e pretese di rimodellare colonne e rialzare pericolosamente la volta centrale. Solo la facciata non si ebbe la sfrontatezza di toccare, mentre si rimurò dall’interno il rosone e la gotica finestra sopra l’abside. Ci vollero due sostanziali e coraggiosi interventi, tra gli anni ‘60  e i primi ‘70 del secolo scorso, per rimuovere la settecentesca pesantezza estetica e statica, e riscoprire, insieme ad un delicato pur se a tratti frammentario manto decorativo, affreschi di pregio, databili tra il XIV° e XV° secolo, alcuni dei quali attribuiti a Francesco da Montereale e Saturnino Gatti, protagonisti di primo piano, insieme a Silvestro dell’Aquila e al grande Cola dell’Amatrice, del Rinascimento aquilano.

    Oggi la Chiesa Parrocchiale di Assergi si offre in tutta la mistica e sobria eleganza che acquisì nel Quattro-Cinquecento, con due asimmetriche cappelle riscoperte, e con alcuni caratteri riferibili al primo gotico ( presenti nell’involucro murario e nelle luci ) , che abbelliscono l’ambiente senza comprometterne l’originaria traccia romanica, che resiste nella forma larga e a tutto sesto delle arcate e nell’abside, semicircolare e di modesta grandezza.

    Opere artisticamente pregevole è l’altare lapideo dedicato a San Franco, protettore di Assergi, raffigurato in una elegante statua lignea quattrocentesca contornata da bozzetti che ricordano episodi salienti dell’esistenza terrena del santo eremita. Vicino all’altare maggiore, si può ammirare  uno stupendo tabernacolo in pietra policroma del 1502 che sposa felicemente il gotico e il rinascimentale, mentre dall’altro una piccola edicola lignea in stile barocco incornicia una graziosa immagine di Madonna con Bambino.

    Tutto questo ed altro hanno potuto ammirare gli attenti e qualificati visitatori. Non è stato possibile, per motivi tecnici, scendere nella cripta, autentico gioiello nel gioiello, antichissima, parlante il linguaggio misterioso del Medio Evo. In essa due opere d’arte, l’argentea urna contenente le ossa di San Franco ( opera di Giacomo di Paolo da Sulmona ) e la statua lignea raffigurante una misteriosa donna coronata su cui è fiorito, attraverso i secoli, un’affascinante racconto popolare  ( regina del Cielo o regina della Terra ? ), diretta erede, quanto a stile scultoreo, della cosiddetta scuola francese “Ile de France” potrebbero, da soli, giustificare un’ intera sala museale.

    La mattinata è terminata con un pranzo conviviale, seguito da una breve visita al Santuario di San Pietro della Genca, dedicato a San Giovanni Paolo II°.

    La singolare giornata è terminata con la promessa, strappata ai visitatori della Costa, di tornare in questa affascinante Valle del Raiale,  angolo d’Abruzzo all’ombra del vecchio Gran Sasso, tra valli amene, acque chiare e antiche suggestive chiese.

     

     

    Un figlio di Assergi, direttore didattico e poeta tra le due guerre, dedicò alla Chiesa di Santa Maria Assunta un commosso sonetto, scritto nel 1931 :

     

    DAVANTI ALLA CHIESA DI ASSERGI

    Commosso un canto a l’arte sua vetusta

    scioglier vuole un tuo figlio, bella chiesa

    sorgente dalla roccia: il tempo resa

    t’ha ognor più sacra e ognora più venusta.

    Nei secoli, di gloria fosti onusta

    e meta di fedeli: a tua difesa

    sorser le mura del Castel che offesa

    non permisero a tua grandezza augusta.

    Passar generazioni in pia preghiera

    fra le svelte tue tre, ampie navate

    che cantici ascoltaro e nenie tristi.

    Qual madre, il giorno e ne la bruna sera

    accogli ancor le genti affaticate:

    alle ingiurie dei secoli resisti !

    ( Silvio Lalli )

     

  • Processione alla madonna d'Appari
    Arte e Cultura

    Quella piccola chiesa della Madonna d'Appari, a Paganica

    PAGANICA (L'Aquila) - La piccola chiesa della Madonna d'Appari, a Paganica, abbarbicata com'è sulla roccia, e l'arco che la sovrasta, me li sono sempre raffigurati, con gli occhi della mente, come la porta d'ingresso di un piccolo mondo, un angolo di paradiso terrestre nel quale volentieri indugiava la mia fantasia di ragazzo. Sarà per questo che quando l'autobus che ci riportava al nostro villaggio, Assergi, attraversava il breve tunnel scavato nella roccia adiacente al santuario, ci facevamo il segno della croce...
     

    Paganica, poi, l'ho sempre pensata per quello che è: una piccola capitale. Ha sempre assolto, nell'immaginario degli abitanti di Assergi e di Camarda, villaggi situati più a nord, al ruolo di capoluogo della ridente valle del Raiale, contrada ai piedi del massiccio del Gran Sasso tra le più suggestive d'Abruzzo, luogo pieno di magia, come ebbe a definirlo il poeta assergese Silvio Lalli, che della sua valle era letteralmente innamorato.

    A lungo sede di “mandamento” (vecchia divisione amministrativa tra il Comune e il Circondario), Paganica ha conosciuto in epoca moderna momenti di vera passione civile. Accadde nel 1799, al tempo della rivolta antinapoleonica, e negli anni '40 dell'Ottocento, quando una parte della popolazione fu coinvolta nei moti risorgimentali. Episodi, questi, che interrompevano nelle nostre contrade un isolamento ancestrale, e sembravano ricollegare, per un momento, le piccole patrie ai destini di una patria più grande. A Paganica sono nati, in uno stesso palazzo del quartiere di Pietralata, a poche centinaia di metri dalla piccola chiesetta di cui parliamo, due protagonisti di primo piano della cultura del Novecento: lo storico Gioacchino Volpe e il giornalista, scrittore e critico teatrale Edoardo Scarfoglio.

    Tornando a parlare della Madonna d'Appari, piccolo restaurato gioiello incastonato in un angolo naturale di rara bellezza, c'è da dire che in essa il martedì successivo alla Pasqua si celebra la messa e la successiva processione, nell'ambito della festa della Madonna, che la voce popolare vuole essere apparsa in età medievale in quel luogo ad una pastorella, Maddalena Chiaravalle (da qui l'espressione “Madonna d'Appari“) I nostri genitori e nonni di Assergi e di Camarda usavano andare a piedi in pellegrinaggio alla chiesetta per assistere alla messa e partecipare alla processione. Partivano al mattino, di buonora, portando, avvolti in una “sparra”, un pezzo di pizza pasquale avanzata dai giorni precedenti e del salame fatto in casa. 

    Ad Assergi c'era poi, fino al primo decennio del secolo scorso, un'originale e toccante tradizione, detta delle "verginelle”. Un'anziana signora, detta la “crollara” (cioè la fabbricante di corolle di paglia, oggetti utilizzati dalle donne di casa per poggiare sulla testa la conca piena dell'acqua attinta alla fontana pubblica) radunava un gruppo di bambine - le “verginelle” - e le incaricava di andare a pregare alla chiesa della Madonna d'Appari per una persona malata, nella convinzione, radicata nella fede cristiana, che le richieste dei piccoli trovassero più facile udienza presso il trono di Dio. Al ritorno dalla pia ambasciata, la persona che aveva commissionato il piccolo pellegrinaggio invitava a casa sua le adolescenti, e offriva loro una sostanziosa merenda.

    Echi lontani di un mondo che la mia generazione ha appena sfiorato, voci di un secolo che ci appare innocente, dove le feste liturgiche scandivano la vita delle persone e le devozioni sacralizzavano la dura fatica dei campi. Ho spesso pensato che da queste e simili tradizioni le generazioni che ci hanno preceduto traevano i tesori del passato e i presentimenti dell'avvenire. Nato e crescuito all'ombra del ruscello che lambisce e quasi accarezza la suggestiva chiesetta, ogni volta che mi si offre l'occasione di passeggiare nei suoi pressi, ho la sensazione di accompagnarmi ad una voce amica, quella allegra e rassicurante dell'acqua del Raiale. L'ultima volta ho creduto di afferrare, per poterle fissare nella carta, parole e suoni che scorrevano tra le pietre, insieme all'acqua, per andare... chissà dove.

     

    Cara chiesetta
    un tempo solitaria,
    luogo di bellezza rara,
    gemma opalescente
    di luce tenue,
    incastonata tra
    la bianca roccia 
    e l'acqua chiara
    e fresca del Raiale,
    piccolo angolo 
    d'incanto,
    verde come 
    il manto
    che scorre
    insieme al fiume,
    dove le acque 
    mormorano e
    natura e poesia
    si rincorrono ;
    amica da sempre 
    dei miei pensieri,
    a te sempre corre 
    il mio cuore di
    ragazzo coi
    suoi desideri,
    a te ricorre 
    la mia mente
    di adulto coi
    suoi sospiri,
    alla tua vista
    riposa la mia 
    anima di uomo,
    che aspira 
    alla speranza, 
    e all'eterna gioia
    mira...