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Articles by: Pietro luciano Belcastro

  • Arte e Cultura

    “La casa sulla roccia”: non solo un romanzo

    “Ahi, fu una nota del poema eterno/ Quel ch’io sentiva e picciol verso or è”. Così il Carducci, ne “Il canto dell’amore”, per sottolineare l’impossibilità di rendere con le parole un sentire, un’emozione, un sentimento, e non solo perché quelle mancano del vissuto, non solo perché la realtà fenomenica e la realtà semantica si pongono su due piani ontologici differenti, ma soprattutto perché uno strumento statico, qual è appunto la parola, non può rappresentare la dinamicità della vita e di tutte le sue manifestazioni.

    Eppure, attraverso una prosa lineare, scorrevole, a tratti poetica, e non per il riferimento ai versi di Bécquer, di Lorca, di Neruda, di Góngora, di Pasternak, che hanno il merito di impreziosire il testo, acuendone l’atmosfera romantica che sottende costantemente la narrazione , ma per le immagini che riesce ad evocare per esempio nelle suggestive descrizioni dei tramonti, del soggetto di un dipinto, pur nella cruente descrizione di una disputa, una prosa anche, per un certo verso, gnomica, laddove riflessioni etiche, morali e filosofiche guarniscono lo svolgersi del racconto, Antonio Monda con il suo romanzo “La casa sulla roccia” riesce da una parte a tracciare perfettamente il profilo psicologico del protagonista, dall’altra a renderci vivo tutto un mondo interiore, quel bailamme di
    sensazioni, di emozioni, di passioni, di pensieri che mescolandosi incessantemente forgiano in ogni momento la personalità di un individuo.

    Dal catalizzatore al subplot, dal flashback al climax, dal protagonista all’antagonista. C’è tutto in questo romanzo che possa ricondursi ad una sceneggiatura, a cui fa da sfondo New York, la città sempre all’avanguardia, che sa rinnovarsi tanto velocemente da rendere tutto instabile, precario, la città che è capace tanto di lusingarti quanto di illuderti, la città in cui tutto si dimentica più in fretta perché non ti dà il tempo di pensare, la città in cui forse la stessa vita può definirsi una sceneggiatura: “L’America è questo, mi aveva spiegato mio padre, che rimpiangeva l’Irlanda dei suoi genitori. A me sembrava che quello fosse in realtà il cinema, ma forse era la stessa cosa”.

    Beth, o Liz, sta organizzando un ricevimento per celebrare i settanta anni del marito, un noto avvocato di New York. La sera precedente la festa riceve una telefonata da un uomo con il quale ebbe, circa quaranta anni prima, una relazione tanto passionale ed empatica, quanto destabilizzante, al punto che quella esperienza la diresse verso una soluzione stabile, sicura, benché forse meno colorita ed emozionante. Tale episodio la porterà inevitabilmente a ripercorrere tutto il suo passato, generando in lei una profonda riflessione esistenziale, suscitando dubbi e interrogativi.

    Il romanzo si solleva subito dalla dimensione narrativa, approdando ad una dimensione più riflessiva; esso apre spesso a dei quesiti che possono ritenersi coevi all’uomo, a degli interrogativi cui ogni individuo vorrebbe dare una risposta, ma che forse non riesce o non può dare. Se potessimo agire con il senno di poi, compiremmo ancora le stesse scelte o sceglieremmo l’alternativa? “Mi sono chiesta...Cosa perdiamo ogni volta che scegliamo qualcosa, e se mai capiremo cos’è giusto e cos’è sbagliato”. E scegliendo diversamente, saremmo ancora la stessa persona o saremmo diversi? “ Chissà cosa sarei potuta diventare se mia madre non si fosse trasferita in America”. Che la vita ci pone ogni giorno di fronte ad una scelta, sovente di poca rilevanza, talora molto importante, e che ogni scelta implica un rimpianto, ciò è chiaro quasi per tutti, ma è anche retorica porsi le domande di cui sopra poiché la scelta è stata compiuta.

    Quel che conta allora è, a un certo punto, tirare le somme, trarre un bilancio: “Non so se sono stata una brava moglie, così dicono tutti a cominciare da Warren, né se sono stata una buona madre, ma quando sulla nostra casa è scesa la pioggia, sono straripati i fiumi, hanno soffiato i venti con tutta la loro forza, la casa non è mai caduta, perché è fondata sulla roccia”. Tuttavia, in un modo o nell’altro, il passato ritorna, o comunque si fa sentire, e allora inevitabilmente ci si interroga sul senso delle nostre scelte, un senso che forse si rivelerà molto a posteriori, ci si interroga sul senso della stessa vita, il quale, al di là di quello meramente biologico della riproduzione, e anche qui ci sarebbe da dibattere infinitamente, forse non si rivelerà mai: “Poi appena andarono via cominciò a parlare di letteratura, di destino, di libero arbitrio, di vita e di morte, come sempre, perché siamo venuti al mondo per dare un senso a questa vita, in ogni momento”, o forse c’è un solo senso che accompagna l’esistenza: “Scopo della creazione è il restituirsi”.

    La mancanza di una risposta certa, ancor più dell’infinita vanità del tutto in cui navighiamo, “Tutto è vanità a questo mondo”, forse ancora più del passo estremo, rappresenta il vero dramma di ogni uomo, il quale può essere lenito in un solo modo: vivere intensamente ogni momento come se fosse l’ultimo: Essere vivo, nient’altro che vivo, vivo e nient’altro sino alla fine”. Vivere cercando sempre di profondere “l’agape”, quell’amore conviviale cui si fece promotore Cristo, perché: “Al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore”.

    E pur tuttavia, per quante più esperienze un individuo possa riuscire a vivere, la nostra dimensione psichica non potrà mai dirsi interamente compiuta, poiché un qualsiasi nuovo accadimento, non contemplato dai nostri contenuti mentali, il quale evidentemente indurrebbe una reazione che non possiamo prevedere a priori, potrebbe sempre verificarsi. Pertanto siamo esseri sempre in costruzione, poiché idee, opinioni, sentimenti sono sempre suscettibili di variazioni , sono semplicemente transeunti, provvisori, talora fallaci: “Devo a loro se capii...che non c’è sentimento o idea che non possa essere sostituito da qualcosa di più importante”.

    Ma se ogni nuova esperienza contribuisce a cesellare la nostra personalità, il nostro modo di essere, potremo mai dire di sapere chi siamo? Liz e Beth non convivono forse in un unico essere? Perché continuiamo a dire di essere la stessa persona, quando in realtà ogni cellula del nostro corpo cambia ogni giorno? Forse che la coscienza è qualcosa che non ci appartiene, che è al di sopra di ognuno di noi, è un frammento di quella coscienza universale che impregna il tutto, e attraverso la quale si rivelerebbe quel senso che va al di là della mera procreazione?

    ”E i lampi che ci dicono che esiste qualcosa o qualcuno di molto più grande, e noi siamo solo un granello. Che però è in grado di scegliere e amare”. Sì, di scegliere e di amare. Questa piccola concessione, questo libero arbitrio non deve però renderci tronfi, renderci la presunzione di essere super uomini. Attraversato da un profondo sentimento religioso, alcuni passi biblici citati, da uno dei quali è tratto anche il titolo, ne sono un esempio, il romanzo rivela la necessità di mantenere sempre viva la fede, senza ovviamente cadere nella superstizione, mercé la ragione di cui siamo dotati , rivela l’ipocrisia dell’uomo, che se ne allontana nei momenti in cui l’ ombra non oscura il raggio, avvicinandosi poi nel dolore e nell’ultimo batter di ciglio: “Io piansi molto, in quei giorni, e pregai, senza farmene accorgere: supplicai il Dio della mia infanzia e dei miei genitori, che avevo dimenticato da tanti anni e che ho dimenticato nuovamente, appena Julie è guarita”.

    Già, sarebbe vana illusione pensare che la vita non arrechi sofferenza, pensare che per vivere non bisogna lottare, talora venendo sconfitti, come in un incontro di boxe, il cui microcosmo è chiamato qui a rappresentare perfettamente le leggi che governano il macrocosmo dell’esistenza, sarebbe vana illusione pensare di fermare il tempo, esorcizzando così la fragilità del nostro corpo e della morte: “...e a mezzanotte abbiamo cominciato a danzare, perché la vita fugge”.

    Sulle orme dei grandi romanzi esistenzialisti, “La casa sulla roccia”, attraverso una vicenda d’amore indaga l’esistenza e la sua natura precaria e finita, un’esistenza la cui fenomenologia ha la sua massima espressione nell’amore incondizionato, nella donazione indistinta di se stessi, nella “pietas”, financo nel sacrificio, un’ esistenza che via via dissolvendosi, per cause evidentemente endogene, ha il suo status ontologico per eccellenza nella memoria, nel pensiero, l’unico strumento con cui di fatto può tornare a vivere il nostro passato. Giunti al passo estremo, cosa ci resta se non il pensiero, cosa ci resta se non ripercorrere in un attimo tutta una vita?

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    Antonio Monda insegna alla New York University, collabora al quotidiano «la Repubblica» e a «Vogue», su RaiNews24 tiene la rubrica 'Central Park West'. Ha pubblicato per Mondadori i romanzi Assoluzione (2008) e L'America non esiste (2012), i racconti Hanno preferito le tenebre (2010), il libro intervista con Ennio Morricone Lontano dai sogni (2010), Tu credi? e Il paradiso dei lettori innamorati (2013); per il MoMA The Hidden God (2003); per Fazi La magnifica illusione (2004); per Rizzoli Nella città nuda (2013). È il direttore artistico del festival letterario Le Conversazioni.

  • Arte e Cultura

    Giuseppe Capogrossi. Dal figurativo all'astratto

    Trentanove quadri per riportare alla luce o meglio per illustrare il percorso di uno dei maestri dell’astrattismo italiano del secondo Novecento: Giuseppe Capogrossi.

    Non il percorso, come si potrebbe pensare, della sua lunghissima avventura artistica, gia' che il Capogrossi cominciò, dopo aver combattutto nella prima Guerra mondiale e dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza a soli 22 anni, ad eseguire, sotto l’egida di Gianbattista Conti, copie di quadri dei grandi maestri rinascimentali, da Michelangelo a Piero della Francesca, per poi passare a dipingere nature morte, ritratti femminili, paesaggi, vedute di Roma.

    Bensì quel percorso di lavoro che l’artista prese ad adottare nel suo passaggio, tra gli anni ’40 e ‘50 dalla fase figurativa a quella astratta.

    Un percorso che può certamente riferirsi ad un vero e proprio processo ontologico nelle sue varie fasi di germinazione, elaborazione e attuazione, così come ebbe modo di dire egli stesso in una intervista rilasciata nel 1959: “ Io disegno moltissimo. Molto spesso sono idee per la mia pittura… idee che verranno sviluppate piu’ tardi nei miei quadri”.

    Dalle dinamiche, dunque, che dal “logos”, dall’idea platonica, da un discorso interiore portano ad una manifestazione, alla realizzazione di un oggetto che tende ad essere una rappresentazione di quella primigenia scintilla.

    Una rappresentazione appunto, come lo stesso Capogrossi dichiara nel 1964 commentando il suo passaggio all’astrattismo: “Io mi trovo in una fase più avanzata del figurativo, in cui le forme naturali non sono piu’ imitate ma assimilate”.

    Una rappresentazione, un’interpretazione della realtà.  cosi come appare ai sensi e non nella sua forma assoluta. Un passaggio, così come avvenne dal petrarchismo alla poesia romantica, da un’estitica della “imitatio naturae” ad un’estetica in cui l’uomo e’ la misura del mondo, in cui ogni soggetto percepisce la propria realta’.

    E sovente, anzi sempre, nel rappresentare il proprio modello di realtà, usiamo dei tratti distintivi che sono assolutamente unici, dei segni che palesano indiscutibilmente la natura del soggetto che li ha espressi. Così per Capogrossi e il suo astrattismo, ove un unico tratto distintivo, un unico segno tende a rappresentare, nelle sue infinite possibili evoluzioni e forme spaziali, tutta la realtà. La mostra evidenzia proprio questa vastissima possibilità di combinazione del segno, attraverso le varie fasi, dalla bozza al risultato finale, mediante una selezione di lavori eseguiti su carta con tecniche diverse, dal collage alla tempera, dall’olio al pennarello.

    Trentanove lavori distribuiti lungo le pareti della Casa Italiana Zerilli–Marimò attraverso cui il visitatore può ammirare il lavoro di preparazione, financo nelle note scritte a matita in calce o di lato, in quelle opere classificate come “Superfici”, e la redazione definitiva in quelle opera classificate come “Litografie e stampe”.

    La svolta del ‘50, dunque, rappresento’ per il Capogrossi non un ripiego, rispetto alle classiche tecniche che informano la pittura figurativa, bensi’ l’affermazione di un modo particolare di sentire la vita attraverso una rappresentazione grafica, ove il segno nella sua ripetitivita’ non e’ mai foriero di un unico significato, già che combinato con il colore e con la differente disposizione nello spazio assume una polivalenza semantica.

    In particolare, i lavori esposti evidenziano uno specifico tratteggio dalla forma di forchetta, che disposto variamente nello spazio del foglio e combinato con i diversi colori non solo ci parla di uno stile ma anche di un’identità personale, di un modo d’essere.

  • Art & Culture

    On the Path of Abstract Realism

    Since his artistic debut, Giorgio Kiaris has always taken a path that differs from the other artists of his generation. A path which has its roots in what was once the cradle of classical art, a process that tends to enhance as much as possible, the space within which ideas develop, a path whose semantic dimension is attributed to the imperceptibility of a mark that it is caught in its early stage of germination, a mark not yet well defined and still unstable. The direction of this path has, of course, been influenced by the cultural environment in which he grew up.

     

    I-Italy had the opportunity to interview the artist before his first New York exhibition. The interview below will introduce you to the life and art of Giorgio Kiaris.
     

    If you were to present yourself to the American public, what would you say about Giorgio Kiaris?
    Giorgio Kiaris is an Italian painter with Greek, therefore Mediterranean origins, and with cultural components profoundly linked to the civilizations that created the foundations of classicism. I consider myself a pure painter, who lives his relationship with art as an amanuensis, my interest in the quality of work, does not have a need of technological wizardry and "other" materials…
     
    Moreover, if the environment has a fundamental role in the formation of an artist, in forging the foundation, a role no less important is that of the experiences and encounters, more or less random, with other artists. If an event, whatever it is, can be considered A priori, that is before it happens, a mere possibility, A posteriori must be considered a necessity until each of us occupies the place we currently occupy. It is therefore far from pure chance and initially obscure meaning becomes obvious.
     
    The exhibition in the Big Apple has been planned, desired, or is the result of an opportunity that you could not let pass by?
     I would say that nothing ever happens by chance, and that the path of an artist is often a crossroads of meetings that become the seed of ideas. My recent experience has led me to find a partnership, later developed into a friendship, with Alessio Calestani, which proved to be fruitful in many ways, most importantly, to be able to proceed with a youthful and stimulating spirit, allowing me to grow together with the same ideas developed in our dialogue and meetings.
     
    And so, after a long journey throughout Italian cities, which lasted 15 years, which undoubtedly allowed the art of Kiaris to mature, evolve, and be enriched with new elements. Crossing Italian borders, although the art steeps in archaic fragments, the arrival in the new world gives the opportunity for the works  to speak another language.
     
    What does it mean for an artist like yourself to have the opportunity to exhibit your works in a gallery of  an "artistic window" as that of New York?
    I have been to and experienced New York,  but just as curious visitor, bringing back in my suitcase of impressions the knowledge that this city's classicism is also due to the continuing evolution and integration ... Now, more than ten years since my first trip, I revisit on an occasion so important... This for me is a great feeling, knowing that I will be under the scrutinous eyes of a public of this certainly unique, one-of-a-kind city. My thoughts can't help but drift to the Big Apple artists who have made it a lasting icon ... how can one not think of unique notes of Gershwin, the stories and novels of James, the vigorous marks of Kline,of Brando and Kazan, Audrey's famous breakfast, or at the latest Manhattan of Allen...
     
    From the colors, the light, through its natural sources, delivery to our senses, the chromatic games that do not have an equal in words but solely in images, in paint marks, which become an expression not only of immediacy but also of the beginning of a rational process that will take pride in its full manifestation, from the subjectivity of experiencing nature in its various manifestations, the eternal movement, the flow of life, to the auspice end of the conflict between "Psyche and Cupid,"  through the synergy of marks and color. Within these terms, lies the path which led to evolution of the art of Kiaris.

    How many and what exhibits have you had the opportunity to present to your audience?
    Since 1998, I have held seven personal exhibitions, all in Italy. Each has always presented the cycle of works with which my research from time to time progressed. Listing them is retracing the evolution of my emotions, a sort of an imaginary film... First in 2000, " Refractions,"  in the province of Parma, in which, affront was the theme of light, the great cycles dedicated to the moon, the sky and water are the subjects that lead to rarefy the color in a thin layer. "The Synchronous" in Cuneo, works characterized by two paintings assembled for a single "synchronic"  perception.

    In 2006, "For another planet," in Brescia. Networks, works on canvas with overlapping networks of various sizes and textures, in so doing, the color gets harnessed with suggestive and unique color variation. In 2009, "Karte" in the province of Parma, an exhibit of derivative works from musical suggestions and associated literal observation of nature and transposed in big scale. In the same year "A-Mare,"  in Genoa, where I go through a sort of journey dedicated to the sea, following the track of one of my poems.

    In 2012, I presented "Synergies," in Milan, merging the two components of my research, the vectorial and cyclical, where the pain marks, the color and shape develop a cohesion of primary elements.

    What is, then, the theme of this exhibit ?
    The  "Cromografie" are the non-iconic representation, the drafting of the painting , as well as the will to find, beyond the presence of a minimal and tangible objectivity, the thought of infinity.
     
    The sensation that we get when facing Nature such as the ocean, the desert, the great glaciers. These are images that take us back to a primitive stage, where we are totally involved in something greater than ourselves. "The Cromografie," are strongly linked to events, especially  "natural" and therefore to feelings that the painting gives us through ecological themes such as the Earth, the Sea, and the seasons. Almost a renewed desire of values often stepped on by progress easily prone to delete everything.
     
    But art is an affirmation of identity or cathartic process, the need to communicate or the resolution of one's finite nature into something imperishable, or perhaps, a surge through which the soul, full of experiences, transforms a feeling into a meaning?

    Why do you want to create? 
    I started painting in 1989, after one of the many trips and stays in Paris, where I met the "Impressionists" and deepened my knowledge of contemporary painting. But above all, I was struck by Monet's Water Lilies. The emotional baggage that travels give me is essential to my research, in addition to literature, poetry, theater, music and cinema. An interdisciplinary knowledge, which does not exclude anything, but instead is enriched whenever we are willing to learn, and makes us aware of discovery. That feeling of primitive simplicity, attributed to the virginity without which every perception would be altered.

    Painting with eloquent color variations where the ontology of the strokes refers to the color, and through the development of this, by analogy or by induction or deduction, where the abstract leads immediately to a concrete image.

    In which aesthetic form does your work  fits best?
    The painting is often traced back to the genre figurative or abstract. This way of classifying art, however, is a bit ' generic' and poorly suited to determine which are really the characteristics of its nature. The dualism between figurative and abstract, was recently studied by Gastone Biggi, (whom was my master, and whose assistant I became), he in fact, tends to modify the reading and practicality of art, annulling for the first time the diarchy figurative - abstract, writing in 2005, the manifesto of the abstract-realis . I think that this interpretation is very interesting, especially in these times where almost everything has already been tried, and only a further deepening into our past will give us the boost needed to proceed on a new road.

    The paintings of Giorgio Kiaris will be exhibited for the first time in New York at the S. Artspace Gallery, 345 Broome Street. The exhibit, titled "Cromografie" will be open to the public from 9 October 2013 to 31 October 2013, from 6PM to 8PM.

  • Arte e Cultura

    Sulla via del Realismo Astratto

    Fin dal suo esordio, Giorgio Kiaris si è sempre distinto per aver intrapreso un percorso che lo discosta dagli altri artisti della sua generazione. Un percorso che affonda le sue radici in quella che fu la culla dell’arte classica, un percorso che tende a valorizzare, quanto più possibile, lo spazio entro cui sviluppare l’idea, un percorso la cui dimensione semantica è riconducibile all’impercettibilità di un segno che è colto nella sua fase di germinazione, di un segno non ben definito e ancora instabile. A indirizzare questo suo percorso è stato, evidentemente, anche l’ambiente culturale entro cui è cresciuto.

    I quadri di Giorgio Kiaris verranno esposti per la prima volta a New York presso la S. Artspace Gallery, 345 Broome Street. La “personale”, dal titolo, “Cromografie” sarà aperta al pubblico dal 9 ottobre 2013 al 31 ottobre 2013, dalle ore 18.00 alle ore 20.00

    I-Italy ha avuto l’opportunità di intervistare l’artista, le cui risposte, qui sotto, vi introdurranno alla vita e all’arte del Kiaris.

    Giorgio, se dovesse presentarsi al pubblico americano, cosa direbbe di Giorgio Kiaris?
    Giorgio Kiaris è un pittore italiano con origini greche, quindi mediterranee, e con componenti culturali profondamente legate alle civiltà che hanno creato le basi della classicità. Mi considero un pittore puro, che vive il suo rapporto con l’Arte come un amanuense, dove l’interesse per la qualità del suo lavoro, non ha bisogno di tecnologiche diavolerie e di materiali “altri”…

    Tuttavia, se l’ambiente ha un ruolo fondamentale nella formazione di un artista, nel forgiarne le basi, un ruolo non meno importante lo hanno le esperienze e gli incontri, più o meno casuali, con altri artisti. Se un evento, qualsiasi esso sia, può considerarsi a priori, cioè prima che accada, una semplice possibilità, a posteriori deve ritenersi una necessità, affinché ognuno di noi occupi il posto che attualmente occupa. Si allontana, pertanto, dalla pura casualità e diviene palese quel significato che prima ci era recondito.

    L'approdo nella Big Apple è stato cercato, voluto, oppure è il frutto di una opportunità che non poteva lasciarsi sfuggire?
    Direi che ogni cosa non viene mai per caso, e il percorso di un’artista è spesso un crocevia di incontri che sono il seme delle idee. La mia recente esperienza, mi ha portato a trovare una collaborazione e poi un’amicizia, con Alessio Calestani, che si è rivelata fruttifera sotto tanti aspetti, uno per primo, quello di procedere con spirito giovanile e stimolante, permettendomi di crescere di pari passo con le stesse idee che si sviluppavano nel dialogo e negli incontri.

    E così, dopo un lungo itinerario nelle città italiane, durato 15 anni, in cui indubbiamente l’arte del Kiaris è potuta maturare, evolvere, arricchirsi di nuovi elementi, la traversata dall’italiche sponde, ancora intrise di arcaici frammenti, al nuovo mondo, la possibilità di far parlare alle proprie opere un’altra lingua.

    Cosa significa per un artista come lei avere la possibilità di esporre le proprie opere in una vetrina importante come quella di New York?
    Ho conosciuto e vissuto New York, solo come curioso visitatore, riportando nel mio bagaglio di impressioni la consapevolezza che la sua classicità sta anche nella continua evoluzione ed integrazione… Adesso, a più di dieci anni dal mio primo viaggio, ritrovarla in una occasione così importante è per me una grande emozione, sapendo che sarò sotto gli occhi di un vorticoso fluido pulsante, di una città certamente unica nel suo genere. Il mio pensiero, comunque, è verso quegli artisti che della Big Apple ne hanno fatto una icona indelebile…come non pensare alle note uniche di Gershwin, ai racconti e ai romanzi di James, ai segni vigorosi di Kline, al Brando di Kazan, alla famosa colazione di Audrey, oppure, alla più recente Manhattan di Allen…

    Dai colori, che la luce, attraverso le sue fonti naturali, consegna ai nostri sensi, in quei giochi cromatici che non hanno l’eguale in parole bensì solo in immagini, al segno, che diviene espressione non solo dell’immediatezza ma anche l’incipit di un processo razionale che avrà in fieri la sua piena manifestazione, dalla soggettività del sentire la natura nelle sue multiformi manifestazioni, l’eterno movimento, lo scorrere della vita, alla auspicata fine della conflittualità tra “Psiche e Amore”, attraverso la sinergia di segno e colore. Entro questi termini si snoda il percorso evolutivo dell’arte del Kiaris.

    Quante e quali "personali" ha avuto la possibilità di presentare al suo pubblico?
    Dal 1998 ad oggi, ho tenuto sette personali, tutte in Italia, che hanno sempre presentato il ciclo di opere con cui la mia ricerca di volta in volta progrediva. Elencandole, ripercorro il percorso evolutivo delle mie emozioni, quasi una sorta di film immaginario… Prima del 2000, “Rifrazioni”, in provincia di Parma; nella quale affronto il tema della luce; i grandi cicli dedicati alla luna, al cielo e all’acqua sono i soggetti che la portano a rarefare il colore in uno strato sottilissimo. “I Sincroni”, a Cuneo, opere contraddistinte da due tele assemblate per un'unica percezione, appunto “sincronica”.

    Nel 2006 “Per un altro pianeta”, a Brescia, le Reti, opere su juta con sovrapposizioni di reti di varia dimensione e texture; così facendo, il colore imbrigliato otterrà suggestive e singolari variazioni cromatiche. Nel 2009 “Karte”, in provincia di Parma, opere derivate da suggestioni musicali e letterali associate all’osservazione della natura e trasposte su carte di grande dimensione. Nello stesso anno “A-mare”, a Genova, dove ripercorro una sorta di viaggio dedicato al mare, seguendo la traccia guida di una mia poesia.

    Nel 2012 presento “Sinergie”, a Milano, fondendo le due componenti della mia ricerca, quella vettoriale e quella ciclica, dove il segno, il colore e la forma sviluppano una coesione di elementi primari.

    Qual è, invece, il tema di quest’ultima “personale”?
    Le “Cromografie”, sono l’aniconica rappresentazione, la stesura del quadro, nonché la volontà di trovare, aldilà della presenza di una seppur minima e tangibile oggettività, il pensiero all’infinito.

    La sensazione che proviamo davanti ad un grande evento della Natura come per esempio l’Oceano, il Deserto, i grandi Ghiacciai. Sono immagini che ci riportano ad uno stadio primordiale, dove siamo totalmente coinvolti in una cosa più grande di noi. Le Cromografie, sono fortemente legate a eventi, soprattutto “naturali”, e quindi a sensazioni che la pittura ci restituisce attraverso temi ecologici quali la Terra, il Mare, e le stesse stagioni. Quasi una rinnovata voglia di valori spesso calpestati da un progresso facilmente soggetto a cancellare tutto.

    Ma l’arte è affermazione della propria identità o processo catartico, necessità di comunicare o risoluzione della propria natura finita in qualcosa d’imperituro, o ancora, empito attraverso cui l’anima, colma di esperienze, trasforma un sentire in un dire?

    Quali sono le ragioni che la spingono a creare?
    Premetto che ho iniziato a dipingere nel 1989, dopo uno dei tanti viaggi e soggiorni a Parigi, dove ho conosciuto gli “Impressionisti” e approfondito la conoscenza della pittura contemporanea. Ma soprattutto, sono rimasto ammirato dalle Ninfee di Monet. Il bagaglio emotivo che i viaggi mi danno è fondamentale nella mia ricerca, oltre alla letteratura, la poesia, il teatro, la musica e il cinema. Una conoscenza interdisciplinare che non esclude nulla ma, che si arricchisce ogni qual volta la nostra volontà di imparare, ci rende coscienti della scoperta. Quel senso di ingenuità primitiva, fatto di una verginità senza la quale ogni percezione verrebbe alterata.

    Una pittura dalle eloquenti variazioni cromatiche, ove l’ontologia del segno si rifà al colore e, attraverso lo sviluppo di questo, per analogia o per induzione o per deduzione, ove l’astratto riconduce immediatamente ad un’immagine concreta.

    Entro quali canoni estetici possono inserirsi le sue opere?
    La pittura è spesso ricondotta al genere figurativo o astratto. Questo modo di classificare l’arte è però un po’ generico e poco adatto a stabilire quali siano veramente le caratteristiche della sua natura. Il dualismo figurativo e astratto, è stato recentemente studiato da Gastone Biggi, (che è stato il mio maestro, e del quale sono assistente); egli infatti, tende a modificare la lettura e l’operatività dell’opera d’arte, annullando per la prima volta la diarchia figurativo-astratto, scrivendo nel 2005 il manifesto del realismo astratto. Io penso che questa chiave di lettura sia molto interessante, soprattutto in questi tempi dove tutto o quasi è stato già sperimentato, e solo un ulteriore approfondimento nel nostro passato potrà darci la spinta necessaria a procedere su una nuova strada.

  • New York festeggia la Repubblica italiana


    Il 2 giugno l’Italia celebra la nascita della Repubblica, da quell’ormai lontano 1946, anno in cui il popolo italiano decise di archiviare un capitolo comunque importante della propria storia, destituendo la monarchia e mandando in esilio l’allora re Umberto II. La celebrazione ogni anno varca i confini e approda in tutte le ambasciate italiane ospiti nei paesi del mondo. Qui, gli ambasciatori sono usi invitare le autorità locali, e, in collaborazione con le altre istituzioni italiane presenti sul territorio e con istituti privati, promuovere manifestazioni che abbiano non solo lo scopo di celebrare l’evento ma anche di divulgare la cultura italiana.



    E così, anche quest’anno, in New York, il Console Generale, Natalia Quintavalle, il direttore dell’Istituto Italiano della Cultura, Riccardo Viale, il commissario per il Commercio Italiano, Pier Paolo Celeste, il direttore dell’ente Nazionale Turismo Italiano, Eugenio Magnani, in collaborazione con la Casa Italiana Zerilli-Marimò e la Scuola d’Italia Guglielmo Marconi, hanno programmato un calendario ricco di eventi.



    Tale sinergia è necessaria affinché un tale tipo di manifestazione possa raggiungere il risultato previsto, la qual cosa dichiara il vice Console, Lucia Pasqualini che ringrazia le Istituzioni Italiane a New York, che terranno aperte le loro sedi per promuovere la cultura italiana, e le tante aziende italiane che hanno voluto sostenere questa iniziativa: “ E’ un bellissimo gesto di attaccamento alle istituzioni di cui siamo riconoscenti e orgogliosi”, dice.



    Il programma prevede la mostra di opere di artisti italiani, recuperate dai carabinieri, concerti jazz, lettura di libri, degustazioni, film, seminari commerciali e altro. Per un maggior dettaglio sugli eventi si rimanda al calendario RSVP.



    10:00 AM - 8:00 PM Consolato Generale d’Italia (690 Park Ave) 


    Visione della mostra di quadri di Antonio Nunziante e dei reperti artistici recuperati negli Stati Uniti dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

    10:00 AM - 7:00 PM l’Istituto Italiano di Cultura (686 Park Ave)

    Visione dell’esposizione su Giò Ponti “Vivere alla Ponti”.

    10:00 AM - 8:00 PM  ICE (33 E 67th St)

    Visione dell’ opera di Giorgio de Chirico “Le Muse Inquietanti”, e la mostra fotografica dell’ANSA “Tour around Italy”, inoltre sarà proiettato il filmato Ibg “Italy, a state of mind”.
    Iniziativa benefica a sostegno dell’American Italian Cancer Foundation.

    10:00 AM – 10:30 AM Consolato Generale d’Italia

    Presentazione dei reperti artistici in mostra.

    10:30 AM – 11:00 AM Consolato Generale d’Italia

    Presentazione dell’ artista Antonio Nunziante.

    11:00 AM – 6:00 PM davanti al Consolato Generale d’Italia
    Rizzoli Bookstore presenta al pubblico libri in italiano e in inglese sulle eccellenze d’Italia nell’arte, la letteratura, la moda, il design, l’architettura, il cibo e il vino, la natura, il paesaggio e il viaggiare.


    11:00 AM – 1:00 PM
    davanti al Consolato Generale d’Italia
    2:00 PM – 4:00 PM

    “Leggiamo L’Italia” Il pubblico interessato leggerà una pagina di un libro scelto tra quelli in vendita.

    11:00 AM - 12:00 PM l’Istituto Italiano di Cultura

    Lettura-concerto sui romanzi di Maurizio De Giovanni dell’Acoustic Trio di Marco Cappelli 



    11:00 AM - 12:00 PM ICE

    Seminario degustativo sull’olio di oliva: “Find the Fake”.

    12:00 PM - 1:00 PM Consolato Generale d’Italia

    Presentazione dell’ENIT: “Destinazione Italia 2013- Esperienze ed Emozioni di Viaggio”

    1:00 PM - 1:30 PM ICE
    3:30 PM - 4:00 PM
    Seminario degustativo: “Italian Wine: Culture by the Glass.” 



    2:30 PM - 3:30 PM ICE

    Seminario degustativo sui prodotti tipici dell’ Alto Adige.

    3:00 PM - 5:00 PM l’Istituto Italiano di Cultura
    Proiezione del film: “Una Vita Difficile” di Dino Risi, con Alberto Sordi.

    3:00 PM - 5:00 PM Casa Italiana Zerilli-Marimò (24 W 12th St)

    Proiezione di tre cortometraggi rari diretti da Ermanno Olmi: “L’onda” di Gabriele D’Annuzio; “Dialogo tra un Venditore D’Almanacchi e un Passaggero” di Giacomo Leopardi; and “Manon Finestra 2” di Pier Paolo Pasolini. Visione della mostra di foto scattatesul set de “Il Gattopardo” di Ralph Toporoff: “The Leap of the Leopard: 1963-2013”.

    3:00 PM - 4:00 PM Consolato Generale d’Italia

    Consegna onorificenze al Merito della Repubblica Italiana.

    4:30 PM - 5:15 PM ICE

    5:45 PM - 6:30 PM

    Concerto del gruppo SPAJAZZY 



    5:00 PM - 6:00 PM l’Istituto Italiano di Cultura

    Conversazione: “Scienza ed Innovazione nello Studio e Conservazione delle Opere d’Arte”. 


    5:00 PM - 6:00 PM ICE

    Seminario degustativo: “The Wines of Umbria.” 



    6:30 PM - 8:30 PM La Scuola d’Italia Guglielmo Marconi (406 E 67th St)


    “Insieme con l’opera italiana”, un evento organizzato dalla Scuola insieme con lo IACE e la Dicapo Opera Theater, nel corso del quale verrà rappresentata l’opera di Rossini “Il barbiere di Siviglia” realizzata dagli studenti del liceo, seguita da celebri arie d’opera eseguite dai cantanti della Dicapo Opera Theater 



    7:00 PM - 8:00 PM Consolato Generale d’Italia

    Concerto Jazz a cura di Umbria Jazz, eseguito da Joe Locke e Edmar Castaneda e introdotto da Renzo Arbore.