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Articles by: Letizia Airos

  • Arte e Cultura

    Disegnare una Ferrari. Conversazione con Flavio Manzoni

    Ginevra. Motor Show. Siamo al 'salone dei saloni' del settore automobilistico in Europa. L'atmosfera e' elettrizzante.  Si rinnova un'occasione imperdibile per addetti al lavoro, ma anche per tutti coloro che amano questo mondo e che spesso, sono felici anche solo di poter sognare. E il sogno dei sogni, per quanto riguarda l'Italia, anche quest'anno e' lagato al mito della Ferrari. Un vero trionfo di design che affianca l'innovazione e la tecnica.

    Accompagna anche questa volta la sua nuova creatura—la Ferrari GTC4 Lusso—Flavio Manzoni, il designer di origine sarda oggi Senior Vice President of Design della Ferrari.

    Un “vecchio amico” che abbiamo incontrato e intervistato altre volte a New York. Non ce lo lasciamo scappare, curiosi come siamo di sapere come nasce e dove porta il nuovo design italiano nel settore automobilistico.

     

    Disegnare una Ferrari rappresenta il traguardo più ambito che un progettista di automobili possa desiderare. Ci spiega perchè? E’ l’onore di confrontarsi con un marchio che è divenuto un vero e proprio mito, apprezzato in tutto il mondo? E’ la sfida di dare forma ad un ‘corpo tecnologico’ così sofisticato ed efficiente?

    "Credo che il prestigio legato a disegnare una Ferrari dipenda da entrambe le cose. Innanzitutto c’è il fortissimo e radicato valore simbolico che il marchio Ferrari rappresenta nell’immaginario collettivo, rafforzato dal ruolo di leadership tradizionalmente occupato dalle vetture Ferrari nel mondo dell’automobile.

    Secondo, e altrettanto importanti, ci sono i requisiti tecnici e prestazionali richiesti da queste automobili. Questi si traducono in una serie di vincoli particolarmente restrittivi che sono la vera sfida di progettisti e designer.

    Ogni nuova macchina nasce dalla consapevolezza degli elementi tecnici che confluiscono nel progetto. Siamo costantemente al lavoro su temi di grande complessità—ma è proprio qui il punto chiave del progetto di una Ferrari: esso scaturisce dalla configurazione di tutte le componenti e di tutti gli aspetti tecnologici che entrano in gioco"

    Di cosa si occupa il Centro Stile Ferrari, creato nel 2010 come struttura operativa all’interno della fabbrica di Maranello e diretto da Flavio Manzoni?

    Ci occupiamo dello sviluppo, dello stile e della costruzione di modelli e prototipi, lavorando ‘in house’ e in stretta sinergia con i vari reparti di engineering, e abbiamo un reparto “modelleria” e un’area dedicata alla visualizzazione di modelli virtuali digitali".

    E’ stato un passaggio rilevante nella storia recente di Ferrari, che vede ora riunite le competenze ascrivibili all’ambito creativo-progettuale con una funzione operativa di importanza sempre crescente.

    Tra le finalità del nuovo dipartimento ci sono quelle di rispondere alla diversificazione della produzione in modelli in serie e in serie limitata; di promuovere la realizzazione di vetture tailor made, altamente personalizzate e in esemplare unico; e di contribuire allo sviluppo di un linguaggio innovativo e di una identità di marca sempre più forte, in accordo con l'importanza assegnata alla bellezza estetica come uno dei fattori determinanti del DNA di una Ferrari.

    Un design sinergico, insomma. I designers del Centro Stile Ferrari non si occupano solo di ‘stile’…

    "Infatti. La prossimità di Ferrari Design con gli altri reparti dell’azienda, e in particolare con il Centro Sviluppo Prodotto, facilita la condivisione di attività e uno scambio continuo di informazioni. Questa interazione permette al mio team di designers di non chiudersi in un ambito puramente stilistico che potrebbe risultare riduttivo, e di incidere sulle scelte di progetto con il comune obiettivo di giungere ad un risultato di eccellenza".

    Una peculiarità delle metodiche di progetto adottate da Ferrari Design è proprio la sinergia che si stabilisce tra designer, ingegneri e tecnici. Un dialogo che molto spesso confluisce nelle proposte condivise da specialisti di diverse aree. Così il compito del designer è di mediare le necessità tecniche con quelle formali e sviluppare in parallelo le attività di modellazione tridimensionale digitale e “al vero”, con una fruttuosa commistione tra le tecnologie più avanzate e il lavoro manuale. E’ un modello di lavoro affascinante, basato su un concetto che lei ha più volte espresso: che tra arti visuali e design—termine inteso nella più ampia accezione di cultura progettuale—esistano strette corrispondenze e delle radici comuni. 

    Come si combinano invenzione creativa e progetto tecnico nella sua esperienza professionale?

    “Essere in grado di governare complesse questioni tecniche e interagire con gli ingegneri e gli specialisti dell’aerodinamica fa parte dell’impegno quotidiano del team Ferrari Design. Il nostro Centro Stile è strutturato per operare con flessibilità e per promuovere un interscambio di ruoli a tutto vantaggio dell’esperienza che ad ogni progetto arricchisce, sotto il profilo professionale e umano, tutti coloro che ne sono coinvolti.

    Il design di una nuova Ferrari insomma scaturisce dalla consapevolezza e dalla comprensione dei vincoli tecnici che il progettista si trova a dover affrontare. Si tratta di un percorso mutevole e non è infrequente che vi siano aspetti tecnologici e normativi o necessità di produzione in grado di generare soluzioni creative rilevanti non soltanto sotto il profilo estetico ma anche sul piano funzionale"

    Tecnologia, sportività, innovazione, ricerca, estetica, bellezza, memoria, passione—sono termini ricorrenti, categorie distinte eppure complementari. Cosa lega tutto questo, qual è il ‘mood Ferrari’, per mutuare un’espressione oggi particolarmente diffusa? Quel mood che è dietro ogni automobile, che sottende ogni nuova realizzazione?

    "Quelli che lei cita sono elementi che non possono essere isolati, fanno parte di un percorso che l’azienda ha intrapreso e continua ad alimentare di nuovi stimoli e traguardi. Ogni Ferrari può essere guardata attraverso tre possibili chiavi di lettura. La prima è legata al contesto, a Maranello e al suo territorio, agli spazi di vita e di lavoro, all’incontro tra le persone. Qualcosa in grado di evocare ancora la personalità e la presenza carismatica del suo fondatore, Enzo Ferrari. Poi la dimensione creativa, quella che assimila il lavoro progettuale sull’automobile ad una vera e propria esperienza artistica e tecnica insieme, fattuale e industriale. Last but not least, il design, che comprende nella sua ampiezza la densità di pensiero ma anche la sensibilità e l’attitudine ad agire tipica del progettista"

    Tradizione e innovazione, quindi. Questo tipico binomio italiano, tratto caratteristico di una terra che esprime una storia millenaria e una capacità creativa riconosciuta in tutto il mondo, è al cuore del mito Ferrari. E’ per questo che Ferrari è sempre di più al vertice, anche nel design, nel ruolo di protagonista dell’evoluzione dell’automobile nel XXI secolo.

    Coerenza con il proprio passato e proiezione costante verso i futuro, nel segno di una ricerca rigorosa e di una grande passione per innovazione tecnico-formale.

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    L'ultima nata  

    Ferrari GTC4 Lusso

    È l’ultima realizzazione in ordine di tempo nell’ambito delle vetture di serie. La Ferrari GTC4 Lusso, disegnata dal Centro Stile Ferrari sotto la direzione di Flavio Manzoni, campeggia nel salone del Motor show di Ginevra e attrae come una calamita.

    La nuova proposta Ferrari nell’ambito delle granturismo a quattro posti affronta il tema della vettura coupé shooting brake ridefinendo il profilo del padiglione per assimilarlo ad una silhouette propria di una shooting brake. Ne deriva una volumetria bilanciata nelle proporzioni e in linea con l’impronta complessiva di un’auto performante, equipaggiata con un propulsore V12 anteriore longitudinale e trazione sulle quattro ruote, con uno spazio interno adeguato.

    “Ci siamo a lungo domandati – sottolinea Flavio Manzoni – se dare continuità a quell’idea di architettura dei volumi. Alla fine l’abbiamo confermata, per la fruibilità e la versatilità che tale soluzione consentiva. L’inserimento dello spoiler e l’abbassamento del profilo del padiglione ci hanno permesso di perfezionare le proporzioni”.

    Alcuni riferimenti ‘storici’ sono rintracciabili nel nome, che rimanda alla 250 GT Lusso (1962), una delle vetture più apprezzate da Enzo Ferrari e nella 330 GTC (1966), richiamata nel dettaglio dello sfogo d’aria del parafango anteriore. Citazioni sottili, ‘metabolizzate’ per generare forme nuove e accattivanti, mai confinate ad una riesumazione storica pretestuosa o fine a se stessa.

    Ciò che colpisce, se si osserva con attenzione il disegno della GTC4 Lusso, è il tema a 'diapason' che crea un gioco di superfici e  che alleggerisce visualmente l’intera fiancata, con un’inedita e coinvolgente sensazione di maggiore tridimensionalità.

    Frutto di una totale riprogettazione sono anche gli interni della GTC4 Lusso, che presentano un’inedita architettura della plancia ‘dual cockpit’, appositamente studiata per l’integrazione di nuovi devices tecnologici come il display centrale di controllo da 10,25 pollici widescreen e un secondo display multifunzionale dedicato al passeggero per la condivisione delle emozioni di guida con il pilota.

    Pur appartenendo a tipologie differenti, la F12 TDF e la GTC4 Lusso, esplicitano quello che Manzoni definisce “un codice linguistico comune e distintivo dell’opera di Ferrari Design.”

  • Art & Culture

    Design Is One: The Icon Massimo Vignelli (1931 - 2014)

    The first time I interviewed him, I entered his home gingerly, almost afraid, having imagined the house would be a temple of design. Turns out, it was a temple. The light poured through a huge window and extended into an elongated living room. I will never forget it. The silence was profound but it was as if music had just been playing in the background, maybe Mozart. 

    At the end of the room, on the left, was a big black desk. There was a metal sheet, the kind used to cover roadwork in NY... only he could have thought of using it to draw on. Seated around his desk, we taped our first interview. It was there – though I didn’t know it yet – that we would have other long, timeless chats...

    That day I began by asking why he’d left Milan. “It was too small,” he replied, quickly and without hesitating, as if he had thought about it so many times, “too provincial. The ceiling was too low. I came to New York thinking that the ceiling would be higher here, only to discover that here the ceiling doesn’t exist at all!”

    His answer marked the beginning of our friendship. Now I know. In a few incisive words Massimo helped me understand my own decision to live in New York. It was a short (regrettably) but intense relationship. I spent a lot of time with him as his friend –anhonorforme–andasa journalist. That’s how I had the good fortune to realize some of the conversations that appeared periodically, fragments of which here follow.

    Design vs. Vulgarity
    “Good design is responsible design. It expresses intellectual elegance rather than the contrary, vulgarity,” Massimo Vignelli used to say, without a trace of aloofness or snobbery. He was punctilious, yes, but never boring. He “believed” in discipline but not in dogma; he was disciplined and dynamic, flexible and coherent, even if he spoke his own language. He championed the cleanest, simplest approach to design.

    I vividly remember talking to him about a change he made to his own house. I find analyzing the personal choices of a designer is the best way to fully investigate his thinking. Books covered his living room table. Lots of books. I was stunned to discover that Vignelli had figured out how to restore order to that space “with a beautiful hidden bookcase” he’d seen at Ikea! No high-end designers? I asked. Just a piece of furniture from Ikea that anyone can afford? “Yes,” he answered. “You can find excellent design pieces there! Good, clean designs made with a minimum amount of labor and great modularity. That’s how you do design.”

    ‘My style is minimalist’
    Here I am, remembering – not a little nostalgically – the time I stood in front of his hidden bookcases, in a space where every contour had been thought out, including the profile of its owner and architect.

    “Beautiful, huh?” said Massimo. “My style is minimalist. Every language has its own rules; everyone has his own style and rules. That’s why every house is different. My style is more minimalist.Youneedtokeep subtracting until you’re left with something.”The bookcases from Ikea were a case in point.

    ‘Design Is One’
    Everything about the house of Massimo and Lella Vignelli suggested a life devoted to design, an intellectual journey culminating in his famous slogan: “Design is one.” What does that mean in laymen’s terms? I asked. “Design Is One was the title of my lecture,” said Vignelli. “The idea goes back to the Viennese [Adolf] Loos, who believed that an architect must know how to make everything, from a spoon to a city. Loos was against specialization because specialization led to entropy and entropy led to the end of creativity. Indeed, you must be able to design everything— furniture, graphics, packaging, agendas, books, even the clothes I’m wearing.”

    Vignelli shared that belief with his lifelong companion, designer Lella Vignelli, whose masterpieces have yet to be properly recognized. “Lella has designed amazing jewelry,” said Vignelli. “We designed what I’m wearing. I designed the watch too. We’ve designed everything in our house, the chairs, the tables; I designed the books I often read. I live in a space almost completely designed by me. With few exceptions.”

    From Europe to America
    “I love my work because ‘design is one,’” he used to say with an unmistakable smile. “It’s one profession, one attitude. As Italians, we have a long history of codifying design in this way. It has existed for centuries. It was the same for Leonardo da Vinci. In Italy, after the war, we had to do everything... architects like myself did everything...

    The discipline was the same. The way of thinking, coming up with solutions, was always the same. The mental process was the same and the mental process was discipline. This didn’t exist in American culture. American culture is a culture of specialization. Ours, on the other hand, is a culture of generalists. Specialists didn’t arrive in Europe till later. So in 1977 America, architecture faced a crisis. In Italy we thought, ‘But in Europe architects do everything! Not just houses but furniture!’ That’s how I got my start in America, doing the same thing we did in Europe.”

    Educating Clients
    And did that notion give rise to the concept of coordinated images, on which you based your relationship with clients? “Yes, the total coordination of an image is essential. One image for everything, from the logo of a museum to its catalogues to the exhibitions. Or for a company. You begin with the logo to get to the product, the letterhead, the packaging, the store, the displays.” In Vignelli’s opinion, a system of visual identity allows something to differentiate itself and become unmistakably recognizable. Not many clients caught on when Vignelli first explained this notion to them. Today it’s become common wisdom.

    Designers, Not Artists
    I once asked him what the difference was between an artist and a designer. “[Artists] are the opposite of designers. Design is always bound by its relationship to others. Self-expression is the job of artists. The artist answers to no one. The designer always answers to someone. A client, the public. If you want to make a fork, you have to make a fork someone can eat with, not one that makes it impossible to eat. You can’t make a knife that’s just a blade or just a handle, because striking the right balance of blade and handle is essential to using it. The first part involves the object itself, the next involves who is making the object. That doesn’t mean that there’s no room for invention, of course, but there are restrictions.”

    Traces in New York
    New York speaks Massimo Vignelli’s language. Many will remember the famous subway map he designed for the MTA in the 1970s, whose rigorous features could not be superimposed on a map of the city because its stops didn’t correspond. (It was replaced by a more realistic if less elegant drawing years later.) But there are plenty of other places in New York – to say nothing of museums – that speak Vignelli’s language, including spaces, objects, posters, furniture.

    One important trace can be found in Soho’s Italian design district, where Poltrona Frau’s showroom produced many works, including the very famous and still modern “Intervista” chair, commissioned in the late ‘80s by TG2, then a budding

    news show on Italian TV whose first set Vignelli designed. As he himself tells it: “It became the famous Studio 10: pearl-grey with a zinc floor, 32 monitors and two red armchairs in the foreground. This was a new invention, a new way to broadcast the news (and a departure from the anchorman format). The armchair was called “Intervista”; an evolution of the bucket-style chair, it was carefully designed for maximum comfort and a posture that does not alter tone of voice. It is an example of how a project can morph into a communicative, not to mention political, tool.”

    Designers, not Stylists
    I’m pleased to conclude with this brief (too brief!) remembrance of Vignelli with another answer that struck me deeply when I first heard him tell it and speaks volumes about his rigor.

    When asked about the difference between designers and stylists, he replied: “Everything depends upon method. For example, when a fashion designer creates a style, he doesn’t follow a designer’s method. He follows a stylist’s. Styling is futile, disposable. Design is not. Design is timeless. And that’s why it’s facing a crisis, not design itself, but the mechanism behind it... A lot of young people think they’re doing design when they’re really stylists. They don’t understand the mental process of design. They think the answer to a situation is to restyle it.”

  • Fatti e Storie

    Giorgia Caporuscio, una pizzaiola in America

    Da qualche tempo gira per New York, ma anche in altre città americane cominciano a conoscerla bene, un ragazza dalla corporatura minuta, capelli neri e un sorriso speciale che esprimono, con una grande dolcezza, tutta la forza del suo essere profondamente italiana. Giorgia Caporuscio non è un’astronauta, un ricercatore famoso o un calciatore,  ma svolge un lavoro ancora non troppo comune tra le donne:  la pizzaiola.E’ nata a Terracina, un piccola città tra Roma e Napoli, e ha una storia che, pur nella sua apparente semplicità, merita di essere raccontata.

    “La scuola alberghiera mi ha indirizzato alla ristorazione. Certo anche mio  padre era nel campo e questo mondo mi piaceva fin da bambina...” Comincia così a raccontarsi, Giorgia, mentre mi riceve con le mani ancora impastate di acqua e farina. E’ una figlia d’arte. Quando è arrivata a New York, il padre Roberto Caporuscio era da anni un pizzaiolo di successo. Le pizzerie più famose  sono Kestè in Bleeker Street e Don Antonio, sulla 51esima strada ovest.

    Come mai una giovane, non ancora ventenne, decide di venire a lavorare a New York?
    “Avevo 19 anni, un’età in cui non sai ancora cosa vuoi. Sono venuta un po’ per gioco, volevo imparare l’inglese. I primi mesi sono stati abbastanza duri, senza amici, sola con mio padre. Ma dopo due anni, mi sono detta: ma sì, resto definitivamente.”

    C’è stato qualcosa che ti ha spinto a questo passo?  Insomma un momento magico?
    “Sono un pò timida e mio padre mi ha sempre spinto ad uscire fuori dal guscio. Mi ha mandato a Miami ad insegnare a fare la pizza.
    Io la pizza la sapevo fare, l’avevo imparata da lui, ma non sapevo come insegnare … Mi sono messa le mani nei capelli, ero spaventatissima! Invece è andata benissimo, mio padre aveva intuito che avrei saputo farlo. Mi sentivo tanto piccola, ma loro mi hanno accolta come un maestro. E’ stato allora che ho capito che qui avrei potuto fare di più che in Italia, essere apprezzata per quello che so fare, anche se sono una donna.”

    Ma quale è la parte difficile del lavoro?
    “Innanzitutto c’è questo passaggio tra la vecchia generazione, quella di mio padre, con tanta esperienza, e la nuova, quella di noi ventenni.  Ma la cosa più difficile è confrontarmi con i maschi, i pizzaioli. ‘Una donna che fa la pizza?’ dicono increduli quando mi vedono lavorare. Non è usuale, diciamo. E infatti quando ho cominciato mi nascondevo. Volevo che apprezzassero il prodotto senza sapere che era stata una donna a prepararlo. Ho impiegato molto tempo a inserirmi, anche perché non solo ero una donna, ero anche la figlia del capo! Sembrerebbe più facile, ma è proprio il contrario. Ho dovuto faticare molto di più per farmi apprezzare e nessuno me l’ha fatta passare liscia.”

    Ma perchè ti piace fare la pizza?
    “Perché è un lavoro apparentemente così semplice—serve solo pomodoro, farina, acqua, sale e lievito—ma in realtà è molto complesso. Io non sono una cuoca, non so cucinare, ma sono bravissima a fare la pizza. Ci vogliono passione e costanza. Ed io ce l’ho!”

    E oggi insegnare come si fa la pizza fa parte del tuo quotidiano...
    “Sì, è difficile, ma divertentissimo. L’insegnamento è un’altra cosa bella di questo lavoro.  Non sai mai chi c’è accanto a te, ho insegnato a un pilota di aerei, a chef che sanno fare tante più cose di me, che avevano una grande esperienza in cucina. Mi sono dovuta adeguare alla loro mentalità, a quello che sapevano fare e che non sapevano fare. Alla fine ho insegnato a tutti.”

    Il fatto di essere un’insegnante donna cosa ha significato?
    “Mi guardano sempre con scetticismo, perché ho 25 anni e sono donna. Mi vedono come quasi un mostro: “Cosa ci dirà? cosa dovremo fare?” si chiedono. Io all’inizio faccio sempre questa premessa: ti farò fare il percorso che ho fatto io, ti insegnerò tutto quello che so, e mentre tu impari da me, io imparerò da te, imparerò ad insegnare meglio. E i miei studenti lo apprezzano.”

    Ci sono donne alle sue lezioni?
    “Certo. È ancora difficile per loro, e lo capisco, ma l’incontro con me gli fa bene gli da fiducia. Ricordi quel film con Sophia Loren, quando lei faceva la pizza fritta? Le donne la pizza l’hanno sempre fatta, ma non andavano a farla fuori casa…”

    Hai insegnato a tanti stranieri, quali sono stati i più difficili?
    Gli arabi—anche perchè per imparare a fare la pizza è necessario sentire la pasta con le mani, con il tatto, e io insegno molto questo…

    C’è quindi un aspetto sensoriale, sensuale diciamo?
    Sì, molto. Mio padre sa come insegno e aveva paura a lasciarmi insegnare anche a loro. E poi noi pensiamo che la cultura degli arabi sia generalmente più chiusa nei confronti delle donne, e lui non voleva che questo creasse un problema.

    E come è andata?
    Ce l’ho fatta! Perché io sono donna, ma assomiglio molto a mio nonno e quindi sono testarda!Miei due studenti arabi adesso sono nel Kuwait a fare la pizza! Sono anche tornati a trovarmi e alla fine siamo diventati amici, come con tutte le persone a cui ho insegnato.

    Quanto tempo ci vuole per imparare a fare bene la pizza?
    Il mio corso dura dieci giorni. La parte più difficile è la manualità. E una volta imparati i ‘segreti’ ci vuole molta dedizione, costanza, per tenersi allenati e scoprire il proprio stile. Chi riesce davvero ci mette tanta passione, è un po’ come suonare uno strumento. Devi essere come un’artista!

    E diciamo che insegni anche la cultura della pizza?
    Sì, presenti tutto un pacchetto che contiene cultura e tradizione. È come consegnare un passaporto per l’Italia. Insegno come la pensiamo, gli abbinamenti dei sapori. Chiedo sempre ai clienti di dirmi il loro background, da dove vengono per capire come devo insegnare. Ad esempio, i due ragazzi arabi fino a pochi anni fa non sapevano neanche cosa fosse il pomodoro.

    Dunque torniamo al fatto che sei una pizzaiola donna. Come dicevi prima, le donne la pizza l’hanno sempre fatta, ma poi sono stati gli uomini a gestire le pizzerie. In Italia è ancora largamente considerato un mestiere maschile. Perchè?
    E’ una questione di mentalità. Le donne erano a casa, e ancora oggi è spesso così. Nessuno si aspetta che sappiano prendere in mano la parte imprenditoriale di questo lavoro. E loro stesse non se lo aspettano … Pensano che quando avranno una famiglia, dei figli, dovranno smettere.

    E tuo padre cosa ne pensa?
    “Abbiamo fatto una scommessa, quella di vedere se alla fine vincerà la famiglia o il lavoro. Io penso che potrò farlo anche con una famiglia. Credo che in Italia sarei sempre stata vista come una che avrebbe dovuto stare a casa a cucinare. Ma per fortuna a New York non c’è questa idea di donna. Gli americani non mi vedono come un alieno. Tre anni fa ho vinto il campionato della pizza qui e c’erano altre donne: non me l’aspettavo. Piano piano stiamo guadagnando più spazio.”

    Insegni, gestisci il personale, e fai le pizze. Cosa ti piace fare di più?
    La parte più bella è fare la pizza. Prima lo facevo molto di più...

    Qual è il rapporto con il partner di tuo padre, don Antonio Starita? Lui è un’icona del mondo della pizza a Napoli.  Come ha vissuto lui il tuo ingresso nel campo?
    È un rapporto spettacolare perché lui una pietra miliare della gastronomia italiana, è stato il massimo averlo come insegnante e si è divertito a insegnarmi. Per me fare la pizza è meglio che fare yoga o andare in palestra … è rilassante. Il lavoro è stressante, ma fare la pizza è rilassante.

    Don Antonio, tuo padre e c’è un’altra persona ‘di famiglia’ che lavora con te...
    Il mio ragazzo, Raffaele Tramma. Tra lui, mio padre e don Antonio, sono beata tra gli uomini!E’ manager di ristoranti. L’ho conosciuto qui in America un anno fa. Mentre ero ad Atalanta mio padre aveva assunto questo ragazzo di Formia, un città vicina alla mia, avevamo amici in comune. E poi ci siamo ritrovati a New York, io a fare le pizze e lui il cameriere.

    E “galeotta fu la pizza….”
    Si gli ho insegnato a fare la pizza. E oggi mi prende in giro perché dice che sta diventando più bravo di me, ma non è vero! Diciamo che è sulla buona strada...

    Che consigli daresti a una ragazza che vuole intraprendere il tuo lavoro?
    Di non scoraggiarsi, di essere tenace, coraggiosa e molto testarda. E’ dura, ma ci sono tante soddisfazioni. E spero che sempre più donne facciano questo lavoro, anche in Italia. Persino in Giappone ci sono molte ragazze ormai che fanno le pizzaiole!

    E nel cassetto un progetto che un pò l’allontana al padre...

    “Voglio un locale tutto mio, senza papà, ma con la sua consulenza. Quando ho iniziato a fare questo lavoro non avrei mai pensato di dirlo ma adesso sì. Non desidero grandi cose, voglio andare avanti passo dopo passo. Vorrei un locale piccolo, che mantenga la tradizione e l’atmosfera italiana, ma che sia giovane e che parli ai giovani.”

    Con la Montanara, hai vinto un premio. Ma quale è la pizza che ti piace fare di più?
    La Kestè con salsa di pomodro, mozzarella di bufala, rucola e scaglie di parmigiano.È classica, semplice, ma sempre speciale, perché ha qualcosa in più…

    Semplice, ma speciale. Insomma, proprio come Giorgia

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    Kesté Pizza & Vino
    271 Bleecker St, New York, NY 10014

    Don Antonio
    309 W 50th St, New York, NY 10019

  • Fatti e Storie

    Friuli Venezia Giulia a New York. Tra passato, futuro e presente


    L’accompagno anch’io ad Ellis Island, in una domenica con la pioggia.
    Il passaggio sul traghetto,  come sempre vigilato dalla Statua della libertà visibile da ogni lato,  è una vero tuffo, nel grigio increspato di un'acqua e di un cielo  con un fascino tutto particolare. 
     
     
     
     
     
     






     





    Alcuni momenti della visita ad Ellis Island
    Altre foto nel nostro album Facebook >>>




     








    Sopra la promozione da Eataly.

     
    Poi Cristiano Shaurli (Assessore regionale Risorse

    agricole e forestali), Debora Serracchiani e 

    Lidia Bastianich nel ristorante Felidia 


    Sotto Nicola Farinetti e Dino Borri da Eataly


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    In Consolato Generale all'incontro 
    Meet the Job Fair
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    La simbolica Statua della Libertà
    così come vista dal battello
    in viaggio verso Ellis Island

     
    Quella che, per me, è una delle tante visite nell’isola alla foce del fiume Hudson non lo è  per Debora Serracchiani, presidente della regione Friuli Venezia Giulia, accompagnata - nel luogo che ospita il più noto museo dell’emigrazione al mondo -  da suoi correginali, rappresentanti di associazioni, il console generale Francesco Genuardi ed i consoli Isabella Periotto e Roberto Frangione.
     
    La seguo con lo sguardo nell’arco di diverse ore,  tra momenti di intensa emozione, serietà ma anche di grande serenità e leggerezza. Ascolta, osserva, pone tante domande.
     
    Con un cappellino comprato sul posto,   affronta così anche lei questa primavera dispettosa,  tra la gente comune, senza  utlizzare passaggi speciali.
     
    Ad accoglierla i ranger Sam Webb e Franco Paolino, un italoamericano che parla anche un po' italiano.  Ci sono infatti diverse persone che lavorano ad Ellis Island con cognomi inconfondibilmente italiani, orgogliosi del Paese di provenienza della loro famiglie. 
     
    Sulla via del ritorno, da questo luogo, che ha rappresentato un porto di approdo per milioni di persone alla ricerca di migliori condizioni di vita,  non posso rinunciare alla curiosità di fermarla in un angolo  e farle raccogliere un po' di pensieri, con il vento in faccia.
     
    Parliamo quindi,  lasciando alle nostre spalle il principale punto d'ingresso per gli immigranti che sbarcavano negli Stati Uniti.
     
    “La prima cosa che mi viene da dire, dopo aver guardato le immagini e letto anche un un po’ anche la storia di questi immigrati, è che in fondo ben poco è cambiato rispetto ad allora; chi arriva oggi in barca, o in treno o a piedi, da un paese in guerra o semplicemente per migliorare le proprie condizioni di vita,  trova realtà molto simili. Simili sono infatti anche le circostanze economiche, perché i più poveri arrivavano qui con tutti i problemi del caso. Va detto subito però che avveniva in un Paese, come gli Stati Uniti,  che si era posto seriamente il problema della gestione dei flussi migratori, cosa che l’Europa ancora non ha imparato a fare.  Ci vogliono delle regole. Occorre strutturarsi per rispondere ad un’emergenza come quella che stiamo affrontando.” 


    Un’emergenza umanitaria che certo non accenna a fermarsi e che racchiude un massaggio legato anche al nostro stile di vita, al futuro delle nuove generazioni, Debora Serracchiani ne conviene con noi.
     
    “Venire qui, accompagnata anche da rappresentanti delle associazioni della mia regione ha aumentato l’emozione. - continua - i friulani e i giuliani, partiti dal Friuli-Venezia Giulia sono tantissimi, così come tanti altri italiani passati da qui. 


    Tra l’altro ho fatto l’esperienza di cercare personalmente nei computer a disposizione un parente e di trovarlo. Questa è una grande emozione che ti fa sentire comunque un legame particolare con questo posto e quello che rappresenta. Ci sono quindi queste storie ancora vive e da raccontare ma anche tanti giovani. Dobbiamo fare in modo che siano loro i depositari di un racconto universale” 
     
    Sul battello che porta a Ellis Island, Eligio Clapcich e Chiara Barbo. Un rappresentante di un’emigrazione storica, scappato nel ‘46 a quattordici anni da Fiume nascosto sotto il sedile di un camion,  ed una giovane che lavora  nel mondo del cinema che ha realizzato, tra l’altro. un documentario sulle giovani triestine emigrate in America nel dopoguerra. Tra i due un filo rosso importante e simbolico che racconta l’orgoglio di un’appartenenza che rivive oltre oceano,  con grande successo, senza retorica. Oggi come ieri.
     
    Parlando appunto di giovani e del museo di Ellis Island la presidente ci dice: “Questo e’ un luogo che fa cultura e storia, soprattutto le nuove generazioni hanno bisogno di avere sia l’una che l’altra, con i piedi ben piantati per terra per spiccare il volo verso il proprio futuro e i propri sogni. E’ un posto che oggettivamente racconta tante storie, diverse ma allo stesso tempo simili, per cui credo che sia uno di quei luoghi dove porterei ogni singola classe di tutte le scuole italiane a vedere e a toccare con mano che cosa significa la paura della diversità e al tempo stesso la sua accoglienza.”


    E di sogni si tratta. Di ieri come di oggi. Di futuro difficile.
    E parliamo quindi con lei di sogno americano. L’ho vista molto concentrata mentre la guida raccontava. Questo mentre intorno a noi ogni angolo del museo viveva e narrava questo sogno. E fuori, dietro una vetrata e a pochi metri di acqua quella peranza di un futuro diverso. 
     
     “Qui in America hai ancora la sensazione di potercela fare, più che in altri luoghi. Hai l’impressione che l’impegno, le competenze e la forza di volontà ti diano l’occasione di migliorare la tua vita per prendere in mano il tuo futuro. E' una cosa che, in questo momento,  i giovani hanno difficilmente  in Italia, c’è molta meno fiducia.”
     
    Ma questo non vuol dire che non esista la voglia di farcela. Di affrontare le difficoltà. Le sue parole vengono subito attraversate da una ventata di ottimismo.  “Credo che finalmente ci siano anche le possibilità per concretizzare i propri sogni.  Rispetto a qualche anno fa abbiamo numeri più positivi, è un Paese che sta uscendo fuori da una crisi lunghissima, che ha ritrovato credibilità internazionale a tutti i livelli. E’ fatto anche di grandissime eccellenze, ma soprattutto siamo di fronte a un Paese che finalmente ha abbandonato quello che è lo sport nazionale: parlare male di se stesso. 
    Finalmente stiamo tirando fuori anche le nostre cose belle, partendo dal grande investimento che stiamo facendo sulla cultura intesa, non soltanto come luoghi della cultura sui quali l’impegno è fortissimo - basti pensare alla Reggia di Caserta, Pompei o al lavoro che stiamo facendo noi in regione su Aquileia - ma c’è anche una sensibilità rinnovata per la cultura, intesa proprio come sfida culturale. 
     
    L’idea per esempio di essere l’unico Paese che ha  investito soldi sulla sicurezza, decidendo però che ciascun euro messo nella sicurezza sarebbe equivalso ad uno messo per la cultura, è oggettivamente un salto di qualità importante.”
     
    La sua è una visita americana ricca di tappe, tra mondi diversi,  imprenditoriali e culturali. Questo a soli sei mesi da un’altra missione oltreoceano. Quali sono i motivi e gli scopi? “La nostra è una regione di confine, di emigrazione e di presenza internazionale molto forte. Abbiamo fatto un investimento importante sulle relazioni internazionali, portando a casa dei risultati gia’ molto importanti. Penso all’accordo che con la Baviera, siamo l’unica regione italiana che ha un accordo bi-laterale con il Länder della Baviera e penso anche all’intesa che abbiamo firmato con l’Iran sia per il porto di Trieste,  per la cultura e anche su altri settori, e poi ci sono ovviamente a tutti i rapporti che ci legano con i paesi Balcani e anche a quelli più vicini. 

     
    New York e, gli Stati Uniti in generale, sono una meta molto importante perché l’export della regione verso gli Stati Uniti è in continua crescita ed è più elevato rispetto alla media italiana. Questo vuol dire che c’è grande interesse e che siamo una Regione che ha delle relazioni già consolidate in settori come la meccanica, la cantieristica navale, l’agro-alimentare. 
     
    Possiamo assolutamente continuare ad espanderci, motivo per cui nella visita abbiamo fatto un lavoro molto specifico proprio sull’agro-alimentare con una partnership con Eataly che ha dato rinnovata visibilità a tanti prodotti, alcuni di questi già conosciuti, come per esempio il prosciutto San Daniele, altri meno.
     
    È una visibilità che diamo a tutta la Regione perché i nostri prodotti sono collegati al territorio, quindi se una persona mangia il prosciutto San Daniele o assaggia per la prima volta il Frico o beve un bicchiere di vino, lo collega anche al posto dal quale il prodotto proviene.  Questo ci permette anche di fare un investimento sullo sviluppo turistico: lo scorso anno tutti i nostri siti maggiori, dalla montagna al mare, hanno avuto dei dati positivi.  Rispetto agli ingressi turistici e devo dire che c’è un’attenzione piuttosto importante anche da parte dei turisti che vengono dagli Stati Uniti.”
     
    Nel corso del suo scorso viaggio in America la sua Regione ha curato molto i rapporti con l’ambiente accademico. L’impegno sta avendo i suoi frutti?
    “Sì la scorsa visita è stata incentrata soprattutto sulla ricerca e la conoscenza delle università americane, ero accompagnata anche dai rettori delle università del Friuli-Venezia Giulia. Quelle reti si sono consolidate e ci sono dei progetti sui quali stiamo lavorando insieme. Stessa cosa faremo a Boston, presso il MIT (Massachussets Institute of Technology), un incontro che sarà sotto il segno della collaborazione ed avrà come oggetto la ricerca. Tutto il settore della ricerca, della conoscenza e dell’università, è uno di quelli che esportiamo con più successo, perché nella zona di Trieste, ma non solo, ci sono istituti di grande prestigio che ci permettono di instaurare collaborazioni importanti con diversi paesi e regioni internazionali.”
     
    C’e’ anche un altra novità. L’apertura  del nuovo circolo dell’Ente regionale Acli per i problemi dei Lavoratori emigrati del FVG in Carmine Street a New York. 
     
    “Si l’inaugurazione di una sede ERAPLE. Di questa visita colgo ancora due aspetti: il primo l’importante iniziativa del Consolato Generale di unire i giovani che sono venuti a New York per lavorare e farli incontrare con le maggiori aziende italiane presenti in città (Meet the Job Fair: evento che si è tenuto presso il Consolato Generale d’Italia lo scorso Sabato 14 Maggio ndr all'interno della serie Meet The New Italians), un sistema molto importante per far incontrare domanda e offerta di lavoro ed anche di dare un punto di riferimento ai giovani; in secondo luogo le nostre associazioni di friulani e di giuliani sono tante e da sempre lavorano nel mantenere i legami sempre ben stretti con la loro regione di provenienza. 



    Adesso si stanno riadattando alla sfida delle nuove generazioni, hanno bisogno però anche di avere strumenti nuovi e forse un’attenzione in più per capire quale potrebbe essere il rapporto di questi ragazzi con il paese di origine dei genitori, e dei nonni.”
     
    E chiudiamo la conversazione parlando di un’amica comune. Lidia Bastianich. Un grande ambasciatore della cultura italiana, originaria di Pola.
     
    “Diciamo che persone come lei sono i nostri ambasciatori più efficaci per certi versi, senza togliere niente alla diplomazia, è però chiaro che il ben mangiare, il buono che c’è dietro ad un piatto curato con la creatività e la passione dei grandi chef come Lidia o Joe Bastianich, sono il biglietto da visita più importante. 
     
    Il legame che loro sono riusciti a creare con la nostra terra, con l’acquisto dell’azienda agricola e la presenza in regione, sta rendendo ancora più forti i legami fra la terra d’origine e il loro lavoro in America.”


    Lidia Bastianich  è una delle persone che hanno voluto fortemente il mese dedicato alla promozione del Friuli Venezia Giulia "Friuli Mouth", in corso a New York (e Chicago) con la presenza di 58 aziende della regione presso Eataly. 

     
    E già si racconta di un mitico “Frico alla Lidia” che siamo tutti curiosi di assaggiare insieme alla sue celebri ‘ofelle triestine’. 
     
     

     

  • Art & Culture

    Synergic Design Thinking

    Geneva. Motor Show. Inside the “salon of salons” of Europe’s automobile industry, the atmosphere is electrifying. The occasion is not to be missed by those employed in the industry as well as car lovers who are happy just to dream in the passenger seat. 
     

    This year the dream of dreams, as far as concerns Italy, is once more linked to Ferrari. The legendary manufacturer’s new design miracle marries innovation and technique. Yet again ushering in this new creature—the Ferrari GTC4 Lusso—is Flavio Manzoni, the Sardinian-born designer and Ferrari’s Senior Vice President of Design.

    We sat down to talk to our “old friend” whom we’ve had occasion to see several times in New York. We couldn’t let him speed off without finding out how the latest Italian design came to be and where it will take us.
     

    Designing a Ferrari is the finish line every car designer dreams of crossing. Why is that? Is it the honor of working with legendary brand, cherished the world over? Or is it the challenge of working on such a sophisticated and efficient “technological body?”
    I think the prestige that comes with designing a Ferrari depends on both. First of all, there’s the very powerful and deep-seated symbolic value that the Ferrari brand represents in the collective imagination, which is reinforced by the leadership role Ferrari has long played in the world of automobiles.

    Second, and just as important, are the technical and performance requirements of these cars, which lead to a series of particularly limiting restrictions. That’s the real challenge for architects and designers. Every new car emerges from an awareness of which technical elements will meld with a design. We are constantly working on highly complex subjects, but that’s key to designing a Ferrari: it originates from the configuration of all the components and technological aspects that come into play.
     

    You direct the Ferrari Style Center, which was created in 2010 as an operating branch within the Maranello factory. What does it do?
    We work on the development, style, and construction of models and prototypes. We’re “in-house” and work closely with the various engineering departments. We also have a “modeling” department and an area dedicated to visualizing virtual models. [Founding the Center] is a significant chapter in Ferrari’s recent history, which has now united the ascribable competencies in the creative- design field with an important operating function that is always growing.

    The goals of the new department include responding to the diversification of production models in series and limited- edition series; fostering tailor made automobiles; contributing to the development of an innovative language and rock solid brand identity that is in step with the importance assigned to aesthetic beauty as one of the determining factors of Ferrari’s DNA.


    You mean synergic design. The designers at the Ferrari Style Center do more than just “stylize”...

    Exactly. Ferrari Design’s proximity to the company’s other departments, in particular the Development Center, facilitates our sharing tasks and constantly exchanging information. That interaction allows my team of designers to step outside their purely stylistic roles, which could be reductive, and have a say in selecting projects, with a common goal being to make an excellent product.
     

    One of the peculiar things about Ferrari Design’s modus operandi is that very synergy established between designers, engineers, and technicians. That dialogue often complements the proposals of specialists in different fields. Therefore the job of the designer is to connect technical requirements with formal requirements, and simultaneously develop a digital 3-D model and “a real” one, in a fruitful commingling of state-of- the-art technology and manual labor. It’s a fascinating model for working, based on an idea you’ve expressed before: that the visual arts and design—taken at their fullest meaning—are closely related and share the same roots. In your professional experience, how have you combined creative invention and technical planning?
    Tackling complicated technical questions and interacting with engineers and aerodynamics specialists is all in a day’s work for the Ferrari Design team. Our Style Center was built to be flexible and foster exchanging roles to our advantage. That flexibility enriches everyone involved, from a professional and human standpoint. A new Ferrari design is sparked by an awareness and understanding of technical restrictions that the designer finds himself faced with. It’s a roundabout path. Not infrequently, technological and regulatory aspects or production needs generate creative solutions that are important not just aesthetically but also on a functional level.
     

    Technology, sportsmanship, innovation, research, aesthetics, beauty, memory, passion: they’re recurring terms, distinct yet complementary categories. What is it that holds them all together? What is the “Ferrari mood” (to use a particularly trendy expression)? What is the mood behind every automobile, enclosed with each new product?
    The elements on your list can’t be divorced from each other. They form part of the path the company has embarked on and continues to advance with new stimuli and goals. Every Ferrari can be seen in three different ways. The first is connected to context, to Maranello and the surrounding area, to the spaces we live and work in, to the people we meet. Some means of still invoking the charismatic personality and presence of its founder, Enzo Ferrari. Then there’s the creative aspect, the kind that turns the blueprint of a car into a truly artistic and technical experience, actual and industrial. Last but not least, there’s its design, which, broadly speaking, consists in a designer’s depth of thinking as well as sensibility and attitude.
     

    So, tradition meets innovation. That typically Italian combo – characteristic of a country with such a long history and a creative bent recognized around the world – lies at the heart of the Ferrari legend. That explains why Ferrari remains at the top of the design world, the leader of the evolution of the automobile in the 21st century, with one eye on the past and one eye aimed at the future.

    Newborn: Ferrari GTC4 Lusso

    The latest creation in the automobile series industry, the Ferrari GTC4 Lusso designed by the Ferrari Style Center under the direction of Flavio Manzoni is currently camped out at the Geneva Motor Show, where it’s a crowd magnet.       

    Ferrari’s new grand touring four-seater with a shooting brake silhouette has redefined the profile of a coupe. Its balanced volume is in keeping with a performance car and comes equipped with a front-engined V-12, four-wheel traction, and plenty of interior room.

    “For a long time,” says Manzoni, “we wondered whether to pursue the idea of an architecture of volumes. In the end we did, for the usability and versatility such a solution consented. By inserting the spoiler and lowering the roof, we were able to achieve the perfect proportions.”
     

    The name alludes to the historic 250 GT Lusso (1962), one of Enzo Ferrari’s most beloved cars, and the 330 GTC (1966), nodded to by the rear fender air vent detail. The allusions are subtle, however, and have been fully absorbed to generate captivating new forms, rather than as a pretext for digging up historic details.

    If you look carefully at the design of the GTC4 Lusso, you’ll be blown away by the harmonious design that creates a trompe l’oeil effect, visually lightening the side of the car and giving a fascinating, fresh impression of more three dimensionality.

    The GTC4 Lusso’s interior is also the result of a totally new design, including an innovative dual cockpit specifically designed to incorporate new technological devices like the 10.25-inch touchscreen as well as a second, multi-functional screen for the passenger, so that s/he can share in the thrill of driving.

    However different, the F12 TDF and the GTC4 Lusso exemplify what Manzoni calls “a linguistic code that is common to and distinguishes the work of Ferrari Design.

  • Dining in & out: Articles & Reviews

    Pizza! A Woman’s Job Is Never Done

    She’s made the rounds of New York for sometime now, yet other American cities are beginning to recognize the petite, dark-haired young woman whose features show off her deep Italian roots. Giorgia Caporuscio may not be an astronaut, a famous scholar or a soccer player, but her occupation is still fairly uncommon among women.

    The pizzaiola was born in Terracina, a small city between Rome and Naples, and despite its
    apparent simplicity, her story deserves to be told.  

    “Hospitality school led me to the restaurant industry,” says Giorgia, greeting us with flour-caked hands. “Of course, it was also my father’s line of work, and I’d been attracted to this world ever since I was a little girl.” Giorgia’s father, renowned pizza chef Roberto Caporuscio, had been in New York for many years prior to her arrival. His most famous pizzerias are Kestè on Bleeker Street and Don Antonio on West 51st.

    How does a young woman decide to go work in New York before she’s turned twenty? 

    I was 19. At that age, you still don’t know what you want. I sort of came on a whim, hoping to learn English. The first few months were pretty rough. I had no friends. It was just my father and me. But after two years, I told myself, “I’m staying for good.” 
     

    What happened to make you feel that way? Was there a turning point?

    I’m rather shy and my father has always pushed me to break out of my shell. He sent me to Miami to teach people how to make pizza. I knew how to make pizza – I’d learned it from him – but I didn’t know how to teach. I pulled my hair out I was so afraid! But it went really well… I’d thought I was so young, but [my students] treated me as their elder. That was when I realized that I could go further here than in Italy, that I could be appreciated for my know-how despite being a woman.  

    What’s the hardest part of your job? 

    The hardest part is interacting with male pizza chefs. “A woman make pizza?” they say incredulously. Let’s just say it’s unusual. In fact, I used to stay out of sight when I was getting my start. I wanted people to appreciate the product without knowing a woman had made it. It took a long time to assert myself, not only because I was a woman but because I was also the boss’ daughter! It might seem easier, but it’s the exact opposite. 

    What is it you like about making pizza? 

    It seems very simple. All you need are tomatoes, flour, water, salt and yeast. But it’s much more complicated than that. I’m not a cook. I don’t know how to cook. But I’m really good at making pizza. It takes passion and perseverance. 

    Teaching people how to make pizza is now your day job…

    Yes. It’s hard but a lot of fun. You never know who you’re going to work with. I’ve taught an airplane pilot, chefs who have a lot more experience in the kitchen, and I have to adapt accordingly. 

    What is it like being a female teacher? 

    They always regard me skeptically, since I’m twenty-five and a woman. They look at me like I’m a monster. “What is she going to say?” they wonder. I always start out by saying that I will make them do what I did, teach them everything I know, and while they’re learning from me, I’ll be learning from them. I’ll learn how to be a better teacher. My students appreciate that.  

    Have there been students you’ve had greater difficulty teaching?  

    Some men. Partly because to learn how to make pizza you need to feel the dough with your hands, by touch, and that’s a big part of my training…  My father knows how I teach. Sometimes he worries… especially with students from cultures that have narrower views of women. But I did it! I may be a woman, but I’m a lot like my grandfather—stubborn.

     

    Have you taught any women? 

    Sure. It’s still hard for them, and I get it, but meeting me gives them confidence. Do you remember that film with Sophia Loren where she makes fried pizza? Women have always made pizza; they just didn’t leave the house to make it. 

     

    How much time does it take to learn how to make pizza well? 

    My course lasts ten days. The hardest part is using your hands. Once you’ve learned the ‘secrets’, it takes a lot of dedication and persistence to stay in practice and find your own style. The ones who really succeed are very passionate. It’s a bit like playing an instrument. You have to be an artist! 

    You also teach people about the culture surrounding pizza.   

    I cover a whole unit on the culture and tradition. It’s like giving out passports to go to Italy. I teach students about how we think about pizza, the combination of flavors. And I always ask my clients about their backgrounds so I know how I should be teaching them. You mentioned earlier that women have always made pizza, while men were the ones who ran pizzerias. In Italy it’s still widely considered a male occupation. Why?

    It’s a question of mentality. Women stayed at home. That’s still often the case. No one expects them to know how to handle the entrepreneurial side of the job. They themselves don’t expect to. They think that they’ll have to quit as soon as they have a family. 

    And what does your father think? 

    We made a bet as to whether family or work would finally win out. I think I could handle working and having a family. I think that in Italy I would have always been seen as someone who should stay home and cook. Fortunately that idea of women doesn’t exist in New York. Americans don’t look at me like I’m a freak. Three years ago I won the pizza championship here and there were other women who competed. We’re slowly gaining ground. 

    You teach, manage the staff, and make pizza. What do you like best?

    Making pizza is the best. I used to a lot more…

    How do you get along with your dad’s partner, don Antonio Starita, an icon in the Neapolitan pizza industry? 

    We get along spectacularly because, you know, he’s a touchstone in Italian gastronomy. Having him for a teacher was the best. And he had fun teaching me. For me, making pizza is more relaxing than doing yoga or going to the gym. Work is stressful, but making pizza is relaxing. 

    Don Antonio, your father… You work with another “member of the family,” too.

    My boyfriend, Raffaele! Between him, my father, and don Antonio, I’ve been blessed with men! He’s a restaurant manager. I met him in America a year ago. While I was in Atlanta my father hired a guy from Formia, a city close to mine. We had some mutual friends. And then we met again in New York, while I was making pizza and he was waiting tables.  

    And it was “love at first pizza…” 

    Yes, I taught him how to make pizza. He teases me now. He says he’s getting better than me. But it’s not true, even if he’s on the right track…

    What would you say to a girl who wants to get into your line of work? 

    Don’t get discouraged! Be persistent and courageous. It can be hard but it’s very satisfying. I hope a lot of women get into this line of work. Here and in Italy. Even in Japan there are a lot of young female pizza chefs nowadays! 

    And there’s a project in the works to break out on your own…

    I’d like to open my own place, without my dad, though with his guidance. When I first got started, I would never have imagined myself saying that, but it’s true. I don’t want anything big. I want to take it step by step. I would like to open a small place in keeping with the Italian tradition, with an Italian feel, yet which is young and speaks to young people.

    Your Pizza Montanara earned you a major award. But what’s your favorite pizza to make? 

    La Kestè. It has tomato sauce, bufala mozzarella, arugula, and shaved Parmigiano-Reggiano. It’s a classic, simple but always special. 

    Simple but special. A little like you!   

    Best of luck, Giorgia

    ---

    Kesté Pizza & Vino
    271 Bleecker St, New York, NY 10014

    Don Antonio
    309 W 50th St, New York, NY 10019

  • Fatti e Storie

    Maria Teresa Sansalone. Quella valigetta del nonno di Palermo ...

    IN ENGLISH >>>

    Ha la sua regione, la Calabria, nei lineamenti. Marcati e dolci al tempo stesso.

    Puo'  avere un look molto glamour, ma incontri una parte saliente della sua personalita' solo quando la vedi lavorare. Parliamo con lei tra un taglio e un colore.

    Tutto comincia con Nonno Salvatore

    Nata a Sidarno, in provincia di Reggio Calabria, Maria Teresa Sansalone ha una storia unica ma al tempo stesso emblematica. Racconta la tenacia di una donna del sud che conquista il suo spazio nel mondo, grazie ad una professionalita' piena di passione.

    Tutto comincia con nonno Salvatore. “Era barbiere a Palermo e d'estate veniva in vacanza da noi. Portava con se quella valigetta con gli attrezzi per tagliare i capelli ....”

    E Maria Teresa, che non raggiugeva ancora il metro di altezza, lo accompagnava imparando i segreti del mestiere, e soprattutto la passione. Prende la strada del nonno molto presto. A soli 12 anni, nonostante le resistenze dei genitori, va a fare apprendistato da un parrucchiere americano. “Se prendi buoni voti a scuola puoi andare!” le dissero i gentitori. “Studiavo la sera. Il pomeriggio imparavo un mestiere che amavo. Dopo sei mesi ho inizato anch'io a fare la parrucchiera. Mi piaceva cambiare il look delle persone che si affidavano a me”.

    A soli 13 anni vince un concorso in Calabria. La seconda vittoria nel nord Otalia a Pistoia. A 16 anni arrivano i primi concorsi internazionali. “E' stata dura. Ma era la mia passione. Ero piccola e mia mamma mi accompagnava e faceva il tifo per me. La mia famiglia non era certo ricca, mio padre era un piastrellista, mia madre una sarta. Mio nonno, super-felice mi spingeva ad andare avanti. Era molto vecchio, parlava poco, ma mi stava vicino. Un giorno mi ha regalato la sua cassettina degli attrezzi. E' diventata il mio portafortuna. La porto sempre con me”. E dal nonno arriva un altro insegnamento silente “Non ho mai corso contro il tempo, piu' corri e piu sbatti contro qualcosa che non riesci a realizzare. Vado con il vento.”

    In giro per l’Europa

    Come per tutti la vita ha suoi imprevisti. Dopo sposata, andava a fare i capelli a domicilio, girava con la sua auto bianca. Poi il matrimonio finisce e Maria Teresa deve cambiare vita. Lascia la Calabria per lavorare con il famoso hair stylist Roberto D'Antonio. “E' stato un grande maestro. A volte uscivo piangendo, mi trattava severamente, ma mi ha tolto la timidezza, mi ha formato, resa piu' forte. Ho imparato a relazionarmi e mi ha dato il coraggio definitivo di cambiare l’aspetto gente. Sono stati 7 anni. Dalle 7 del mattino alle 8 di sera e anche dopo. Ho lavorato con attori e nella moda in giro per l'Europa”.

    Furono proprio i viaggi insieme a Roberto D'Antonio a mettere nella testa di Maria Teresa l'idea di lavorare all'estero. “Era eccitante andare in posti dove non ti conosce nessuno, sentire parlare altre lingue …. ho quindi cominciato a mandare il mio curriculum oltre oceano. Ed eccomi a New York.”

    NYC: Being Italian helps!

    A New York Maria Teresa ha avuto esperienze diverse, sia negative che positive. “E’ una citta'; che ti aiuta a sognare — dice — ma ti puo'; anche distruggere. All’inizio non parlavo la lingua, ma mostravo le foto con il colore da cambiare ed i clienti si fidavano...”

    E  c'era qualcosa della sua italianita'  che l’aiutava... “Certamente nel nostro campo essere

    italiana aiuta. Gli americani amano la nostra cultura, la nostra arte, la moda. Ci ammirano. Si mettono facilmente nelle mani di un'italiana. Si sentono sicuri. E' stato un grande vantaggio.”

    La prima esperienza americana è importante, ma Maria Teresa è inquieta. Torna a Roma dove apre un suo negozio, ma non si trova bene, la sua mente è rimasta in America. E' la sua famiglia questa volta a venirle incontro. Le regala un bigietto di sola andata per New York, e l'appoggia in un nuovo progetto: un suo negozio a Manhattan! “Hanno investito su di me, creduto in me. Mia sorella, mio fratello, i miei genitori.... Ho lavorato tanto, mi sono inventata gli aperitivi italiani la sera per farmi conoscere. Tra un bicchiere di prosecco e tanta musica si facevano i capelli. La mia vita sembrava regolarizzata, avevo un socio, il negozio andava bene. Ma ad un certo punto mi sono accorta di annoiarmi. Non cerco la sicurezza, ma momenti creativi. Cosi ho venduto il negozio!”

    Nel mondo della moda

    Oggi lavora anche in quel negozio, ma solo su appuntamento. Ha sempre i suoi clienti ma è un independent contractor. “Così vado come e dove voglio. E sono anche tornata al mia amore: la moda.” Lavora dunque con persone diverse, persone comuni, ma anche attori, stilisti, modelle. Com’è lavorare da parrucchiera in questi ambienti?

    “Nel mondo della moda le esigenze sono apparentemente superiori, è gente sicura davanti alla telecamera ma tanto insicura nel back stage. E' una grande responsabilita'. A volte l'interazione con lo stilista è difficile, ma è anche una grande sfida. Questo non vuol dire che la sfida non ci sia anche con la gente comune. So cosa vuol dire un nuovo taglio di capelli, per chiunque. Si cambia! Per guadagnarti la loro fiducia devi essere pronta a tanti tipi di capelli. Devi essere umile, frequentare corsi formativi. Devi saper imparare e ricominciare.”

    Chissa' cosa penserebbe il barbiere Salvatore... “Credo che mio mio nonno mi guardarebbe con quel suo sorriso che amavo, silenzioso ma eloquente. E poi tornerebbe a Palermo per parlare di me in piazza con orgoglio ... In comune con lui ho ancora l'istinto dell'artigiano. Anche vivendo a New York non ho voluto lavorare con molti attrezzi. Mi bastano due forbici e una spazzola.”

    E oggi quale è il sogno nel cassetto di Maria Teresa? “Ho venduto il negozio perchè  ho capito che non era quello il mio sogno. Desidero di lavorare sempre di piu' nel mondo della moda. Nelle sfilate. Cosi come agli inizi. Amo l'adrenalina di quei momenti, del backstage. Ho cominciato tanti anni fa, con nomi come Gattinoni, Rocco Barocco, Valentino, Renato Balestra, c'era ancora Lancetti … ma tornare nella moda non vuol dire abbandonare le clienti normali. Sono fondamentali per mantenere il contatto con la realta'. Sono la vita!”

  • Op-Eds

    Mediating Cultures




    “Caspita, chesto è ccafè... È ciucculata! Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo: una tazzina di caffè presa tranquillamente qui fuori.”
    “Damn, that is coffee… It’s almost chocolate! See how little it takes to make a man happy: just a leisurely cup of coffee outside.”
    Rather than with a canonical poem, this issue begins with an excerpt from a comedy by the great Italian dramatist Eduardo De Filippo. What I wouldn’t give to introduce his work and its daily life philosophy to the world!  But let’s cut to the coffee, that very Italian (Neapolitan, in De Filippo’s case) source of joy.
     
    Starbucks or No Starbucks?
    With a spring this unpredictable, coffee is increasingly called for. In the following pages you’ll find a list of places where you can sample Italian coffee. It may not be Naples, but New York still has some great finds. 
    While your cup of Joe is brewing, enjoy our takes on the media controversy surrounding the opening of Starbucks in Italy (Will it work?) … and tell us what you think using the ashtag #iItalyStarbucks on Twitter, Facebook, and Instagram! 
     
    Stars, pizza, and much more…
    There are a lot of great stories in this issue. First up is a feature of two Italian women, an astronaut and a pizza chef, who may appear worlds apart yet who bring the same determination to professions typically believed to lie outside the female domain.  Nor could we neglect to commemorate another recently departed Italian legend, Umberto Eco, here remembered by fellow semiotics scholar Anthony J. Tamburri. 
    Also in this THICK spring issue, Lucia Pasqualini profiles Alberto Cribiore in her “My Mentors” series and Joe Bastianich talks about his new trattoria in New York. Professor Jerry Krase and his Palermitan colleague Marcello Sajia also pick up where they left off with their discussion of immigration. 
    The issue also marks the debut of our new columnist, CEO of Cinecittà Giuseppe Basso, who spotlights the rebirth of Hollywood on the Tiber. 
     
    Design Talk
    Our special section about Italian design coincides with Milan’s re-opening of the Triennial Exposition – after a 30-year hiatus – and New York’s Design Week.
    We open with a remembrance of Massimo Vignelli, an icon of Italian design in New York and around the world. Vignelli remains a constant, enduring presence in this city and in our hearts, for his friendship, the generous advice he provided as we were just starting out, and for designing our logo and our Fiat 500. 
    We also sit down with three acquaintances readers will remember from past issues: Ferrari design head Flavio Manzoni, guru of radical design Gaetano Pesce, and an emerging star in the field, Antonio Pio Saracino.  
     
    Our best wishes to New York’s new Consul General 
    So, we continue our work as communicators and cultural mediators by reporting the Italian presence in America. And it is in that spirit,  that we present you our exclusive conversation with Consul General Francesco Genuardi. We wish him well as he sets to work in this diverse, spirited and very Italian city.  
     
    Now, on our next project 
    News. We just wrapped up our first installment of “Grandparents and Grandchildren in Italian America.” Produced by i-Italy TV in collaboration with ANFE and with the support of the Ministry of Foreign Affairs, the series examines the transitions between generations of Italian Americans as told by five sets of grandparents and their grandchildren: Matilda Raffa Cuomo and Amanda Cole, Joseph Tusiani and Paola Tusiani, Aileen Riotto Sirey and Emma Bankier, Rosaria Liuzzo and Mara Sparacino, John P. Calvelli and John D. Calvelli.
    Catch it this spring every Sunday at 1 pm on Channel 25/NYC Life, or on-demand on our WebTV and YouTube channel. Stay tuned for more info…and maybe a book!  
     
    Thanks, NIAF!
    I’d like to take this opportunity to thank President of NIAF John M. Viola and his splendid team for welcoming us in Washington DC for a cycle of excellent interviews, about which more soon. We particularly appreciate the trust NIAF placed in us by launching a joint program for Journalism and Italian-American Affairs. NIAF is offering two 10-month scholarships for young Americans of Italian descent to intern at i-Italy! The application deadline isJune 30. So, guys—hurry up! 
     
    And Last…
    … but not least, a special thanks to everyone following us on the web (www.i-italy.org), on TV (NYC Life) and in print (hint: you’re just holding it!). Our readership keeps growing by the day and we now have +180,000 followers on Facebook alone. Did I say that i-Italy rocks? 
     

    (letizia.airos@i-Italy.org) 

  • editoriale


     

  • Art & Culture

    Striking a Balance Between Humanism and Technology

    IN ITALIANO >>>

    We met him as soon as he landed, on his second day of serving as Consul General of New York. Seated beside the Italian and European Union flags, Francesco Genuardi fielded our barrage of questions, beginning at the beginning: in Brussels, his birthplace.  “My parents worked there; specifically, my father worked for the European Community. Originally from Palermo, he was a member of the first wave of Italian officials who left Italy to contribute to the European ideal in Brussels.” 

    So you could say Europe is in your blood. Yet Brussels is also a city that has seen record-breaking waves of Italian immigrants. What do you remember about the city?  

    I spent the first eight years of my life there. They were formative years yet of course my age precluded me from being deeply aware of the Belgian or Italian-Belgian situation. However, Brussels has remained very dear to me; it was a landmark in my diplomatic career at NATO from 2002 to 2005. That provided me the occasion to explore the wealth and variety of its social spheres, the Belgian population, and, in particular, the huge historic Italian community that exists in Brussels.   

    Any memories of your diplomatic career you’d care to share?
    I entered diplomacy with the exams of 1993. I was in Rome until 1998; those were my first formative years, a wonderful time, which lasted longer than usual, during which I dealt with economic and multilateral issues, environmental protection in particular. I have very fond memories of that experience, in part because it gave me the chance to get to know New York; I’d come here often for the United Nations conferences on sustainable growth. That was during the famous 1992 summit in Rio on environmental protection. At that time climate change talks were becoming increasingly organized, which is to say, the concept was emerging that diplomacy must be able to prevent international crises with more robust environmental protection. Of the many wonderful memories, I also remember the time I was press secretary for the Ministry of Foreign Affairs, handling one of the best aspects – media relations – that I freely admit is a passion of mine.

    Let’s talk about this new assignment, shall we?
    New York… On the one hand, it is familiar. On the other, I don’t, seeing as it has changed so much in recent years. It’s a great privilege to be the Consul General here. It’s one of – if not the – world’s capitals. And it is a deeply Italian city. You can sense the power and presence of Italy on every corner: economically, culturally, socially. So for me it’s an honor and a big responsibility.

    Mayor of New York Bill de Blasio is of Italian descent. Before moving to New York, you actually visited the place his family comes from. How come?
    Yes, I went to Sant’Agata de’ Goti, where the mayor’s grandparents come from. While I was preparing for my new assigment, I felt curious as well as compelled to visit such a beautiful place now connected to New York. I met with the town mayor, various officials, and members of the de Blasio family. It was a wonderful experience; I sensed there was a kinship, a feeling, a kind of direct line between Sant’Agata de’ Goti and New York. I was able to glimpse firsthand the people there and how proud they were that one of their descendants is now stewarding such a major U.S. city. And who can forget the long line of great Italian-American mayors of this city...
    There’s another country that played an important role in the career – and not only the career – of Francesco Genuardi. Tell us about Argentina.
    It was the first place I was stationed abroad, as vice consul, from 1998 to 2002. It was an extraordinary experience that made an impact on me, professionally speaking, since it was there I first encountered the power and presence of the Italian community abroad. 

    The Italians have contributed a lot to the birth and growth of major nations like Argentina and the United States. It was also crucial to me from a personal point of view: I had the good fortune to meet my wife there. She is from Buenos Aires. It’s difficult to describe the Italians in Argentina in just a few words. 

    The history is very intense – passionately Argentinean and passionately Italian. People there manage to combine both cultural heritages in a very natural, very potent way, and I believe there’s a sense of mutual admiration between them. It’s quite fascinating.

    Let’s talk about the Italian community in the United States. What do you think Italy has to offer Italian Americans. And, vice-versa, what can Italian Americans offer Italy?
    The large swath of the American population of Italian descent represents the crux of the relationship between two countries as closely linked as Italy and the United States. I would like to point out the importance of the recent meeting in Washington between President Obama and our new ambassador, Armando Varricchio, during which Mr. Varricchio presented the president with his credentials. What we saw in that occasion is the strength of the bond between Italy and the U.S. and how crucial the Italian-American community is in this regard. Our task, as representatives of Italy’s institutions, at the service of the embassy in Washington, is to constantly strengthen that bond and show Americans what Italy today is all about. The community is the expression of that relationship between Italy and the United States.

    There is also the new wave of immigrants. Can the institutions do more to reach out to those people? I’m thinking of the ‘Meet the New Italians’ initiative recently launched at the consulate, meetings between young people and various Italian professionals in New York.
    That is crucial to how the Italian consulate should operate within the United States. A part of the Italian community is made up of young people who have taken advantage of the enhanced mobility that characterizes the times and chosen to move here. The consulate must be able to interact with these people; ‘Meet the New Italians’ is one way of doing so and I intend to continue and build upon that initiative. I would like to convey to this new generation that they have the support and ear of Italian institutions, and that we understand and will respond to their problems and aspirations.
    We have to get the authorities at the consulate involved as well as, perhaps, other generations from the Italian community who have been rooted here longer. That’s what the Italian consulate general has begun, using the strategies outlined by the embassy, and I think that’s a course of action we want to follow increasingly.  
    It’s also a way of telling Italians of the new migration – let’s call it the new mobility – that we are here and ready to listen to them, to help try to start a conversation between the various Italian entities here. We have to structure all of these entities, try to offer all of our services and take advantage of our wealth. 
    I’m convinced that many immigrants will return to Italy. Italy is our country, the country we feel connected to. But if some don’t return to Italy, we’re not going to consider them “a brain drain” in today’s increasingly globalized world, but an asset to treasure here in New York with the same level of intensity.

    Let’s discuss America’s Italophiles, or Italics, as some people call them. There’s a lot of love for Italy here…
    It’s an extraordinary love that places greater responsibility on those of us who represent the Italian institutions in New York, because we have to be on top of this extraordinary demand for Italy, whether it be human, professional, creative. Not only do we have to seize upon it; we also have to grow it and give it structure. Making a strong, choral presentation of Italy in New York is fundamental. I keep underscoring how during my mandate I want to the Italian institutions in New York to work as a team, under the direction of the Embassy. That way the consulate general, the Italian Cultural Institute, ICE, Banca d’Italia and the Chamber of Commerce are members of an orchestra that must play well together and appreciate and multiply this love for Italy by strengthening even more the economic and cultural relationship between Italy and the United States. I’m thinking of tourism, food, fashion, culture, film…
    This love for Italy has led more and more Americans to want to learn the extraordinary Italian language. It opens a door not only to spread the culture but also to make investments in our country, business, and commerce.
    The Italian language is a lynchpin. It is not only a means to rediscover your origins and identity but also a means to bolster our economic presence and American tourism, which is already thriving in Italy. It’s a means of expanding our presence on the New York food scene even more. I think it’s a major priority which the Minister of Foreign Affairs Paolo Gentiloni, among the myriad problems and myriad priorities facing foreign politics, echoed during a “question time” session in the chamber. Responding to a deputy elected abroad, he said that one of Italy’s priorities is to support and strengthen the teaching of the language.

    There are many different universities, small and large, linked to Italian culture. Then there are structures like the Casa Zerilli-Marimò at NYU, CUNY’s Calandra Institute, the Italian Academy at Columbia, the Centro Primo Levi … All centers that, even if indirectly, play an important role in what we call the “Italian System.” How important is it for you to involve these academic centers in your initiatives?
    That is also a strategic point; our relationship with universities is crucial. We’re talking about how to prepare for the future, the future of coming generations, how to prepare for the world we’ll have to confront in only a few years. I know there’s a large and significant presence of Italian professors in the major universities in New York and its neighboring states. I know there are joint structures between American universities and Italian institutions. I’m thinking of the Italian Academy of Columbia, NYU’s Casa Italiana, the Calandra Institute, and the Centro Primo Levi – which works in the Jewish Italian community – vital and very prestigious structures that serve to maintain and help expand this link between the two academic cultures, the American and Italian. We have to concentrate on that kind of integration even more and also count on the enormous quantity of American students who come to Italy to study. The structures you mentioned are “oil wells” for Italy’s soft power abroad!    
    Let’s talk about consular services. Maybe I ought to have begun by asking you about that; after all, that’s the first job of a consulate. But first I wanted to get to know the Consul General a bit. Consulates have changed a lot over the years. From a technological standpoint, how important is that change?
    Thank you for asking because it gives me the opportunity to reiterate what I said to the staff as soon as I got here. And I’ll take the opportunity to emphasize that I inherited a consulate general that was run by Natalia Quintavalle in a superlative manner, with an excellent staff, at the level of vice consul and other employees. It’s a priority of my consular mandate to bolster and improve consular services in order to achieve an even higher degree of customer satisfaction. We are doing and will do this by augmenting the technological component involved in administering consular services, which is essential. We must upgrade to keep pace with the times; there’s room for improvement still. We are already working on that at this early stage. And we will work on it during this period. At the same time, we have to strike a balance between our technology and humanity. We can’t forget that we are Italians and we Italians not only need to see a computer, a terminal, and a printer but we also, rightly so, want to see a person with whom we can interact to resolve our problems. The consulate will continue and expand its missions – nicknamed “the Consulate Beyond the Walls” – to meet all the citizens in the consul’s domain, from Newark, NJ, for example, where our office was unfortunately closed, to Connecticut.  
     
    You mean Italy isn’t just food and wine, art and fashion, but also technology? It’s a strength our country possesses that is sometimes overlooked. The recent exhibit at the Cultural Institute, “Make in Italy,” made the same point while also recalling the strong human component behind it, technology on a human scale. Such a way of working together enriches a consulate general too.  
    I don’t think it would hurt us to strive every day to strike a better balance between technology and the human component, but I don’t think that we can aim – like other countries, particularly Nordic countries – to hide the human face administering such services. We’re the country that produced Olivetti as well Humanism and the Renaissance, and we have to combine the two.

    Good luck, Consul General, from everyone at i-Italy and our loyal readers!

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