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New York. Valeria Parrella e la passione di scrivere

Simona Zecchi (October 21, 2009)
“La scrittura è un lusso, è libertà. Nelle mie pagine non devo niente a nessuno, posso dire che non potrei nemmeno riuscire a pensare”. Incontriamo la scrittrice campana Valeria Parrella a New York presso la “Scuola d’Italia G. Marconi e proseguiamo l'intervista per le strade di New York

 È un doppio incontro quello avuto con la scrittrice italiana Valeria Parrella a New York.

Il suo terzo libro (“Lo Spazio Bianco“, Einaudi 2008) acclamato già da critica e pubblico, è stato adattato dalla regista e sceneggiatrice Francesca Comencini e presentato  al 66° Festival del Cinema di Venezia.

 La scrittrice, in America per la presentazione dell’edizione inglese “For Grace Received” – (New York, Europa Editions 2009), è stata finalista al Premio Strega 2005 e vincitrice di numerosi altri premi letterari ottenuti alla pubblicazione del suo primo libro, la raccolta “Mosca più Balena” (Roma Minimumfax, 2003). Tra questi, il premio Zerrilli-Marimò a “Per Grazia Ricevuta”.

Il premio viene assegnato ogni due anni a un’opera narrativa italiana, considerata particolarmente adatta a una pubblicazione in Nord America.Valeria è anche autrice di testi teatrali, come “Il Verdetto” (Bompiani, 2007).

Abbiamo incontrato Valeria in una duplice occasione: l’incontro con gli studenti della “Scuola d’Italia Guglielmo Marconi” di New York e l’intervista a noi concessa proprio in occasione della pubblicazione inglese.

Minuta, sembianze da ragazzina e una folta capigliatura riccia a fare da contrasto alla figura, Valeria stabilisce, sin dall’inizio con i ragazzi un contatto naturale.  Sono giovani  preparati a un dibattito sulla scrittura con una elevata preparazione linguistica, tra gli aspetti più rilevanti dell’incontro.

Con la  sua passione per la lettura e la scrittura sin dall’infanzia, gli studi universitari, le esperienze lavorative, non sempre concilianti con i suoi obiettivi, le letture che hanno influenzato e segnato il suo percorso artistico sino all’approdo letterario del 2003,  Valeria ha saputo coinvolgere gli studenti, che hanno seguito con attenzione la lettura in italiano di un brano del racconto ‘Siddarta’.

Presenti  la Preside della scuola, Professoressa Anna Fiore e alcuni docenti,  ne è nata una discussione che ha cancellato le barriere linguistiche e generazionali   in un interessante scambio di vedute tra ragazzi e adulti.

La partecipazione ha coinvolto quasi tutti, anche i più timidi e ha regalato alla scrittrice un pomeriggio stimolante come lei stessa ha dichiarato più tardi.

Tra le raccomandazioni della giovane scrittrice che sicuramente i ragazzi non dimenticheranno quella di "Dare retta alle proprie passioni e coltivarle senza tralasciare obblighi e ai doveri che ogni giorno vanno affrontati. Non aver paura di sognare"

 
A SPASSO CON VALERIA...

Abbiamo passato la nostra giornata con Valeria per le vie della città.  Tra treni in corsa e semafori da rispettare abbiamo toccato diversi punti attinenti alla sua scrittura, e ad alcuni temi che riguardano l’Italia e le donne.

Le figure più rappresentate nei tuoi racconti sembrano essere in prevalenza quelle femminili. Il motivo risiede nel loro essere per te più interessanti rispetto all’uomo, o, più banalmente, in quanto donna l’approccio per te è più immediato?

Come molti di noi, anche io ho un’ossessione tutta mia: le donne, soprattutto se single e con storie complicate alle spalle che però non corrispondono affatto alla mia personalità e al mio background. Sono una persona molto legata agli uomini che fanno parte della mia vita e alla famiglia: il padre del mio bambino (Valeria ha un figlio di 3 anni, ndr), mio padre, il mio uomo. C’è anche un duplice aspetto che si riferisce a una maggiore presenza femminile, rispetto a quella maschile in quest’era, e al ruolo attuale della donna che, secondo me, ha bisogno di ridefinirsi.

Il “Publisher Weekly” oltre a paragonarti a Margaret Atwood (scrittrice canadese) ha definito il tuo approccio alla scrittura appunto femminista. Ti riconosci in questa definizione e nel paragone anche stilistico con lei in quanto all’utilizzo dell’ironia?

Io non sono femminista, bensi ‘femminile’. Certo mi schiero dalla parte delle donne in situazioni esasperate di condizioni di inferiorità o di violenza gratuita, come in alcuni paesi purtroppo succede. Tuttavia non mi riconosco in quei termini rispetto al significato storico e non più attuale di oggi.

In quanto all’uso dell’ironia… Si, è vero, utilizzo questo mezzo a mo’ di salvagente contro i macigni   che ci piovono addosso. Un modo per addolcire la realtà.

Secondo te oggi in Italia qual è il ruolo della donna?

In questo momento purtroppo l’unica immagine che conosciamo della donna nel nostro paese è di carattere superficiale. Il suo aspetto fisico sembra contare di più e in maniera umiliante soprattutto nella concezione del nostro attuale Presidente del Consiglio. Inoltre, le donne oggi devono dimostrare di più dell’uomo e affrontare più difficoltà nella gestione di una carriera, una famiglia. Situazione questa che va al di là dell’odierna situazione politica: c’è ancora una forte divisione dei ruoli tra uomo e donna.

In uno dei tuoi racconti, “La corsa” viene rappresentato un aspetto che riguarda certi tipi di donne e in particolare al Sud: le donne di Mafia cui si rivolge spesso anche Roberto Saviano.

La similitudine dei tacchi a spillo che utilizzo nel racconto si riferisce a un atto di liberazione che la protagonista adotta verso la fine, togliendosi appunto le scarpe con i tacchi. Quei tacchi che lei utilizza come arma di difesa contro il mondo in cui ha scelto di vivere e di cui è complice. Non uscirebbe mai senza quei tacchi soprattutto in certi frangenti al limite della legalità perché le danno forza, determinazione e anche una certa autorità, almeno nel suo modo di pensare. È una tecnica che ho utilizzato per rappresentare un aspetto che riguarda appunto le donne di mafia.

Secondo la definizione dello scrittore polacco-tedesco Günter Grass nel libello “L’etica dello scrittore”, esistono alcuni autori che si ergono ad unici redentori di certe situazioni alla stregua di scrittori o buffoni di corte. Sei d’accordo con questo tipo di definizione e se no, qual è secondo te il ruolo dello scrittore?

Lo scrittore, come dicevamo anche durante l’incontro a scuola e come ha rilevato la preside Anna Fiore, arriva sulla realtà con un‘altra luce, un’altra prospettiva piu sghemba rispetto agli altri usi della scrittura (il giornalismo, la storia, il reportage sociale). E sono d’accordo con l’obiezione di Grass, che sempre nel libello parla della tendenza di alcuni di questi scrittori ad autodefinirsi “scrittori impegnati”: è una ridondanza che non aggiunge nulla al suo ruolo; lo scrittore è per forza di cose impegnato.

Il tuo ultimo libro, “Lo Spazio Bianco” edito da Einaudi nel 2008, in cosa si differenzia dagli altri tuoi racconti? Questa volta hai usato un genere diverso, il romanzo: perché?

Come ho anche affermato durante l’incontro con i ragazzi, io rifuggo dalla rigida divisione dei generi latterari. Scrivo storie… e in questo caso mentre scrivevo ho sentito la necessità di dare maggiore respiro a questa particolare storia. Non è un romanzo, nel significato che di solito gli si dà. Ne “ Lo Spazio Bianco” tutto è incentrato su un unico personaggio, Maria un’insegnante delle scuole serali, che affronta un tempo d’attesa per la sua bambina nata prematura. Tutto si svolge in un ospedale e il colore, che ha la sua importanza nel racconto, è riferito appunto alla stanza d’ospedale e all’incubatrice (bianca) in cui si trova la bambina. Questo differenzia anche il libro dagli altri racconti piu sanguigni e ambientati nella vivace Napoli. 

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